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Barriera corallina nell’Oceano Indiano
04.06.22 - 05:00
di Susanna Petrone

World Reef Day

A rischio le cattedrali marine

Mercoledì è stata celebrata la Giornata mondiale della barriera corallina. Questa giornata – ancora poco nota – viene promossa da qualche anno per richiamare l’attenzione sulla situazione precaria dei nostri oceani. Con l’aumento delle temperature, infatti, anche i nostri mari iniziano a soffrire. Per i coralli, poi, la situazione è più che drammatica. Basti pensare che solo negli ultimi 30 anni abbiamo perso circa la metà delle barriere coralline del mondo. Questi luoghi sono essenziali per mantenere sano l’ecosistema marino. Sono la culla per tantissimi pesci piccoli e proteggono le città costiere da inondazioni. La maggior parte delle barriere coralline hanno meno di 10mila anni e ci mettono tantissimo tempo per crescere. Ultimamente ci siamo purtroppo abituati a vedere immagini di scheletri di coralli sbiancati a causa dell’acidità del mare e delle temperature sempre più alte. Le barriere coralline si stanno trasformando in veri e propri cimiteri marini. Per questo motivo è importante celebrare giornate come queste, per aumentare la consapevolezza del problema e per ricordarci che l’ecosistema corallino va protetto in tutto il mondo.

Cattedrali marine

Le barriere coralline. Cattedrali marine che brulicano di vita. Sono tra gli organismi naturali più delicati al mondo. Ospitano migliaia di specie marine e guardandole non si può non pensare che la nostra terra sia un posto incredibile e magnifico. Eppure, metà delle barriere coralline del mondo sono già andate perdute. Quelle rimaste sono sottoposte a una pressione incredibile. Le minacce sono tante: l’inquinamento, la raccolta eccessiva e l’estrazione distruttiva di pesci e coralli (basti pensare all’uso di dinamite in alcune aree del mondo), lo sviluppo costiero non sostenibile e i cambiamenti climatici. Con il riscaldamento e l’acidificazione degli oceani, stiamo assistendo alla più rapida riduzione dell’estensione della copertura corallina mai registrata. I modelli climatici prevedono che, anche se l’aumento medio della temperatura globale sarà limitato a 1,5 °C, il 70-90% delle barriere coralline tropicali andrà perduto entro il 2100. A 2 °C o più, quasi nessuna sopravviverà. Per salvare le barriere coralline e tutto ciò che offrono alle persone e alla natura, dobbiamo affrontare il cambiamento climatico. Allo stesso tempo, però, dobbiamo concentrarci sulla protezione delle barriere coralline che hanno il maggior potenziale di sopravvivenza in un oceano che si sta riscaldando e così che possano fungere da scogliere di origine da cui i coralli possono rigenerarsi in futuro. In particolare, ciò significa sostenere la manciata di Paesi in via di sviluppo in cui si trova la maggior parte delle barriere coralline resistenti al clima, e soprattutto le comunità umane in prima linea.

L’identikit

I coralli arricchiscono i fondali marini con colori e strutture affascinanti. Ma non è tutto: le barriere coralline, anche chiamate reef, sono uno degli ecosistemi più antichi al mondo e costituiscono l’habitat di un quarto delle specie animali e vegetali che popolano i mari. Il WWF promuove la creazione di aree protette nelle regioni ricche di coralli e si impegna contro il cambiamento climatico per contrastare la moria delle barriere coralline. I coralli sono animali della famiglia dei Celenterati, che comprende una grande varietà di specie: i coralli molli o alcionari, le madrepore, i ventagli di mare, le gorgonie, i polipi idroidi, le meduse e le anemoni di mare. Sebbene siano organismi molto diversi fra loro, condividono la fase larvale condotta libera in mare. Quando passano alla fase coloniale, alcuni formano i noti scheletri calcarei che rappresentano il sostegno della struttura vivente e in cui trovano rifugio e cibo molte altre specie. Le catene alimentari delle barriere coralline sono particolarmente ricche e complesse e comprendono: animali detritivori che riciclano il materiale che cade sul fondale, animali che si nutrono di plancton, pesci e invertebrati strettamente vegetariani, ma anche carnivori come barracuda e squali. Questa ricchezza ha determinato lo sviluppo di una serie di adattamenti difensivi e di predazione, dai potentissimi veleni a spine fino a camuffamenti e livree mimetiche. Alcuni organismi si nutrono anche dei coralli stessi, come il pesce pappagallo, che ha un becco corneo con cui ne sgretola lo scheletro calcareo, o la stella marina corona di spine, un vero flagello per le barriere coralline. Una singola stella marina, che misura in media 25-35 cm, può infatti divorare 5 m2 di corallo all’anno.

I coralli in numeri

La più famosa barriera corallina al mondo è sicuramente quella australiana. E c’è un motivo: misura la bellezza di 2’300 chilometri di lunghezza. Una barriera corallina ci mette circa 10mila anni per raggiungere la grandezza che vediamo oggi in alcune parti del mondo. Basti pensare che alcuni coralli ramificati crescono non più di 15 centimetri all’anno. In un centimetro quadrato di barriera corallina possiamo trovare fino a due milioni di alghe unicellulari. Un tempo il corallo rosso lo si trovava anche nel Mediterraneo, ma oggi è divenuto sempre più raro. Le barriere coralline si trovano solo nelle zone tropicali dove la temperatura dell’acqua varia tra i 18 e i 30 gradi. Nelle zone equatoriali interessate dalla presenza di correnti fredde (come le Isole Galapagos), invece, il loro sviluppo è molto scarso. I polipi sono gli architetti delle barriere coralline: piccolissimi invertebrati simili alle anemoni marine che però formano estese colonie. La maggior parte esce dalle piccole cavità solo di notte, quando estendono i tentacoli per alimentarsi. Oltre alla temperatura, anche la quantità di luce, la salinità e le acque trasparenti con pochi sedimenti sono fattori determinanti per la crescita dei polipi che formano le barriere coralline. Una delle azioni più importanti che conduciamo come WWF è collaborare con i governi per l’istituzione di aree marine protette, ad esempio in luoghi come il "Triangolo dei Coralli". Si tratta di un’area di grande importanza per la biodiversità marina, che si estende per 6 milioni di km2: da Indonesia e Malesia fino all’isola di Papua Nuova Guinea e alle isole Salomone.

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