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07.09.22 - 09:50
Aggiornamento: 15:38

‘Scenari catastrofistici sul futuro dell’Avs: siamo stufi’

Il 25 settembre si vota sulla riforma del primo pilastro. Marina Carobbio (Ps): previsioni da prendere con le pinze, prima correggiamo le disparità

a cura di Stefano Guerra
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Keystone
La consigliera agli Stati ticinese la prossima primavera sarà candidata al Consiglio di Stato

Sindacati e sinistra parlano di "taglio delle rendite". Però non è vero: nessuno, nemmeno le donne, vedrà la propria rendita Avs diminuire. Marina Carobbio, come si fa a sostenere il contrario?

Di fatto, con questa riforma le rendite delle donne diminuiranno.

Ci spieghi come.

Le rendite Avs non sono sufficienti per vivere, ci mancherebbe che ora vengano ridotte! Ma andando in pensione a 65 anni anziché a 64 anni, le donne lavoreranno un anno in più e pagheranno più contributi. Ciò significa di fatto una perdita di rendita media di 1’200 franchi all’anno: circa 26mila franchi in totale.

D’accordo, ma durante questo anno le donne continueranno a ricevere uno stipendio: meglio di una rendita, no?

Alla fine quello che interessa alle cittadine e ai cittadini è quanto rimane in tasca alle donne con questa riforma. Prendiamo la ‘generazione di transizione’ [le prime donne ad andare in pensione col nuovo regime, ossia quelle che al momento dell’eventuale entrata in vigore di Avs 21 avranno almeno 55 anni, ndr]: oggi, una donna del 1964 con un reddito di 60mila franchi, se andrà in pensione a 64 anni riceverà una rendita Avs di 2’046 franchi; con Avs 21, se vorrà sempre andare in pensione a 64 anni, riceverà una rendita di 1’995 franchi.

Donne con redditi al di sotto dei 57’360 franchi potranno continuare ad andare in pensione a 64 anni senza perderci praticamente nulla.

È vero, ma questo vale unicamente per le donne con redditi molto bassi. Quelle del ceto medio non avranno dei vantaggi. Ad esempio: soltanto chi è nata nel 1964 o nel 1965 – parliamo di 40mila persone circa – riceverà il 100% del supplemento di rendita [compreso tra 12,50 e 160 franchi al mese, a seconda del reddito, ndr] previsto per le donne della generazione di transizione, a condizione che lavori fino a 65 anni.

Supplementi di rendita particolarmente generosi per i bassi redditi, concessi vita natural durante; riduzioni di rendita inferiori per chi anticipa la riscossione della rendita: le compensazioni per la generazione di transizione sono piuttosto generose. Il Parlamento stavolta non ha avuto il braccino corto, come in passato.

Queste compensazioni non sono sufficienti. Con Avs 21 si vuole prima di tutto risparmiare circa 7 miliardi di franchi: 9 miliardi sulle spalle delle donne, a causa dell’aumento a 65 anni dell’età di pensionamento delle donne; a questi si aggiunge un miliardo di franchi che le donne dovranno pagare in più, tra i 64 e i 65 anni, a titolo di contributi salariali. D’altro canto, le compensazioni previste a favore delle donne equivalgono a un terzo circa di questi risparmi [2,8 miliardi di franchi, ndr]: non mi sembra una grande compensazione.

Senza dimenticare, poi, che in gioco vi sono le pensioni future di tutte le donne, non solo di quelle della generazione di transizione [1961-1969, ndr]. Inoltre, chi non rientra in questa generazione – che oltretutto il Parlamento ha voluto limitare a nove anni [il Consiglio federale ne proponeva 15, ndr] – potrà andare in pensione anticipata (con rendita ridotta) solo a 63 anni, e non a 62 come proponeva il Governo. Questa misura vale sia per le donne che per gli uomini. Il risultato è che chi potrà permetterselo andrà comunque in pensione a 62 anni, o quando vuole, senza perderci; tutti gli altri, molti dei quali fanno lavori estenuanti e/o, nel caso delle donne, svolgono gran parte del lavoro non retribuito, subiranno invece delle perdite.

Senza riforma, nel 2025 l’Avs spenderà più di quanto incasserà. E anche con un sì ad Avs 21, il primo pilastro avrà giusto un paio d’anni in più di ossigeno. Come fate a dire che non è urgente intervenire sulle finanze dell’Avs?

È da oltre 20 anni che si fanno regolarmente scenari catastrofistici sul futuro dell’Avs: siamo stufi. Le previsioni vanno prese con le pinze. Nel 2011 il Consiglio federale diceva che il Fondo Avs sarebbe sceso sotto il 50% delle uscite nel 2025. Beh, oggi siamo al 106%: significa che abbiamo i mezzi necessari per finanziare le rendite. In maggio l’Ufficio federale delle assicurazioni sociali ha adeguato le stime, rivedendo di circa 16 miliardi di franchi entro il 2032 calcoli fatti in precedenza.

La tendenza però è chiara ed è dettata dalla legge della demografia: la popolazione invecchia, ci sono sempre meno persone attive e sempre più pensionati; e siccome la speranza di vita cresce, le rendite vengono versate più a lungo.

La demografia conta, certo. Ma non è l’unico fattore. L’aumento dei salari e della produttività fanno sì che l’Avs incassi di più. La maggior presenza delle donne sul mercato del lavoro porta più contributi nelle casse del primo pilastro. E la riforma della fiscalità delle imprese [Rffa, ndr] approvata in votazione popolare nel 2019 fa affluire ormai 2 miliardi di franchi supplementari ogni anno nel Fondo Avs.

Voi in sostanza dite: "Prima di mettere mano all’Avs, occupiamoci della disparità salariale, degli svantaggi per le donne a livello di previdenza professionale e della difficoltà di conciliare lavoro e famiglia". Ma nell’attesa, l’Avs rischia di sprofondare nelle cifre rosse.

Sì, noi insistiamo in particolare sulla necessità di correggere le distorsioni esistenti a livello di secondo pilastro, oltre che di salari. A questo proposito: se non vi fossero disparità tra i generi, l’Avs incasserebbe 800 milioni di franchi in più all’anno! Ci vuole la volontà politica per correggere queste disuguaglianze in tempi brevi: rendendo più incisiva la legge sulla parità salariale, ad esempio.

Uno potrebbe obiettare che i problemi vanno risolti laddove si presentano. Strumentalizzarli adesso, solo per sbarrare la strada a una riforma che l’Avs attende da 25 anni, è poco responsabile.

Non è vero che li strumentalizziamo. Ricordo che molte donne dipendono esclusivamente dall’Avs; e che tra uomini e donne sussiste un importante divario a livello di rendite.

…un divario dovuto alla precaria copertura nel secondo pilastro, non all’Avs.

Sì. Ma se si vuole rispondere ai bisogni di tante donne – e anche a quelli di tanti uomini – è soprattutto sull’Avs che si deve lavorare. Ma la decisione sul dove investire è una scelta politica: vogliamo rafforzare il primo pilastro? Oppure favorire il terzo, cioè la previdenza privata, come auspicano banche e assicurazioni? Per me non c’è alcun dubbio: è l’Avs il modello migliore, perché garantisce una redistribuzione dai redditi più alti verso i più bassi. Se sarà necessario intervenire, lo si potrà fare in diversi modi: ad esempio con una tassa sulle transazioni finanziarie [come quella proposta dal ‘senatore’ del Centro Beat Rieder, ndr], oppure grazie agli utili della Banca nazionale, nel caso in cui questi fossero consistenti.

In molti Paesi europei l’età di pensionamento è parificata tra uomini e donne. Come si fa a giustificare il fatto che in Svizzera, nel 2022, i primi debbano ancora lavorare un anno in più delle seconde?

Si vuol far cominciare la parità dall’età di pensionamento, anziché dalle cause strutturali che impediscono di raggiungere questa parità. In altre parole: se in Svizzera ci fosse una parità di fatto, non ci si opporrebbe a una parificazione dell’età di pensionamento. Ma le cose non stanno così, purtroppo. Abbiamo una disparità salariale persistente e un divario pensionistico importante, con le donne che in media ricevono rendite pensionistiche globalmente inferiori di un terzo a quelle degli uomini. Inoltre, le donne si sobbarcano sempre la maggior parte del lavoro non retribuito, penso alla cura dei figli e delle persone anziane e malate. Questo lavoro non è riconosciuto a livello di secondo pilastro. Infine, l’entrata delle donne sul mercato del lavoro andrebbe promossa con maggior forza, garantendo veramente la conciliabilità famiglia-lavoro, ad esempio con asili nido a prezzi accessibili in tutta la Svizzera. Queste distorsioni vanno corrette, prima di pensare a una parificazione dell’età di pensionamento.

Le donne vanno in pensione un anno prima degli uomini; versano il 34% dei contributi Avs, ma ricevono oltre il 50% delle prestazioni; e la loro rendita media è praticamente uguale a quella degli uomini. Non è giusto che contribuiscano un po’ di più alla stabilizzazione del primo pilastro?

Gli uomini versano più contributi perché hanno salari più alti e lavorano più spesso a tempo pieno. Molte donne nella terza età dipendono solo dall’Avs. E buona parte di quelle che hanno anche un secondo pilastro, spesso impiegate in lavori tipicamente femminili, hanno una rendita Lpp tra i 500 e gli 800 franchi al mese. Torniamo al discorso di prima: se correggeremo le disparità negli ambiti che ho citato, le donne pagheranno alla fine anche più contributi Avs.

Sindacati e sinistra ne fanno una questione di principio: di parità, appunto. Perché non applicate lo stesso principio alle future generazioni, che devono poter contare su un’Avs solida?

L’Avs è solida. Nel 2021 ha fatto segnare un utile di 2,6 miliardi, tre volte quanto previsto, e il capitale del Fondo Avs ammontava a 49,7 miliardi.

Non sarà solida a lungo, senza riforme. E il risultato del 2021 si spiega solo con l’iniezione di denaro proveniente dalla riforma fiscale Rffa.

L’Avs sarà in grado di garantire le rendite delle future generazioni, se necessario grazie a nuove fonti di finanziamento. Una parte di chi sostiene questa riforma in realtà porta avanti altri obiettivi, anche in Parlamento: come quello di favorire fiscalmente il risparmio privato, il terzo pilastro, rispetto all’Avs. Ad ogni modo, anche a un giovane adulto un primo pilastro solido conviene di più che un terzo pilastro: per raggiungere qui il livello di una rendita Avs, nel corso della sua vita dovrà risparmiare molto più di quanto non paghi in contributi sul salario. E se proprio vogliamo parlare di equità inter-generazionale, allora dobbiamo menzionare il lavoro non retribuito svolto anche dai nonni, dalle donne in particolare, che ad esempio si prendono cura dei nipoti. Anche queste persone, che andranno in pensione fra qualche anno, hanno diritto a un’Avs forte, che non venga riformata – come si vuole fare ora – sulle loro spalle.

Presentate Avs 21 come il primo passo verso la pensione a 67 anni per tutti. Ma non è detto che si arriverà a quel punto. E comunque sarà nuovamente il popolo a decidere in merito.

Le intenzioni di determinate cerchie politiche sono reali. I Giovani del Plr hanno lanciato un’iniziativa popolare che va in questa direzione. E il Parlamento ha già incaricato il Consiglio federale di presentare una nuova riforma dell’Avs entro il 2026.

Se ne discuterà dapprima in Parlamento, poi quasi sicuramente in sede di votazione popolare. E l’incarico affidato al Governo non contiene alcun ordine del tipo ‘pensione a 67 anni per tutti’. Insomma, nulla è stato deciso.

Certo, il popolo potrà ancora esprimersi. Ma sappiamo anche che un sì ad Avs 21 renderebbe più fertile il terreno per le proposte di innalzare ulteriormente l’età di pensionamento.

Voi avete subito cavalcato la diffusa preoccupazione per l’inflazione. Non state esagerando la portata del previsto aumento dell’Iva?

Il momento è oggettivamente difficile: i prezzi aumentano, i premi di cassa malati esplodono. È difficile per tutti: anche per i pensionati attuali. Non sono contraria a priori all’utilizzo dello strumento dell’Iva. Ma lo sono se l’aumento dell’Iva è legato a un peggioramento nell’Avs, come avviene con questa riforma.

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