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Il presidente dell’Udc svizzera Marco Chiesa
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10.03.22 - 05:15
Aggiornamento: 14:56

‘Neutralità sacrificata sull’altare degli interessi dei potenti’

L’Udc chiede il ritiro della candidatura svizzera al Consiglio di sicurezza Onu. Il presidente Marco Chiesa spiega perché. Giovedì dibattito al Nazionale

Marco Chiesa, la Svizzera è da lunedì sulla lista dei ‘Paesi ostili’ del Cremlino. Come l’ha presa?

La Svizzera avrebbe potuto giocare tutt’altro ruolo rispetto a quello che sta assumendo. Grazie alla sua neutralità sarebbe stata riconosciuta dalle parti in conflitto come un interlocutore imparziale. Un Paese che certo condanna le violazioni del diritto internazionale e l’uso della forza militare, che non ha paura di ribadire i suoi valori, ma che non rinnega la sua vocazione di costruttore di ponti.

La guerra in Ucraina avviene in evidente spregio del diritto internazionale, di cui spesso la Svizzera si pone come avveduto ‘guardiano’. Come si faceva a non immischiarsi?

La credibilità internazionale del nostro Paese è profondamente legata alla nostra neutralità. Certo, la Svizzera non può e non deve fungere da piattaforma per aggirare le sanzioni. Ma, al di là di questo, deve attenersi alla collaudata regola del ‘courant normal’: non accettare un aumento degli scambi, commerciali e di altro tipo, con Paesi che partecipano a un conflitto armato. Un atteggiamento imparziale ora ci avrebbe permesso – grazie anche agli organismi multilaterali con sede a Ginevra – di mediare nella guerra in Ucraina. La domanda è: esercitiamo maggior influenza adottando le sanzioni dell’Ue o dando il nostro contributo come Paese pronto a far dialogare le parti in conflitto?

Le due cose fanno necessariamente a pugni. La sua risposta qual è?

La nostra tradizione parla chiaramente in favore dell’opzione diplomatica. Lo facciamo già in molte situazioni. Ad esempio, rappresentando gli interessi della Russia in Georgia, e viceversa. Questo è il nostro vero punto di forza. Ciò che ci distingue dagli altri Paesi. Non dobbiamo dimenticarlo e non dobbiamo perderlo.

Sta dicendo che se la Svizzera non avesse ripreso le sanzioni dell’Ue, oggi i diplomatici elvetici starebbero mediando tra russi e ucraini al posto di cinesi e turchi?

Dia uno sguardo ad Israele: non si è allineato acriticamente alle sanzioni internazionali contro Mosca, e grazie a questa ritrosia, il premier Naftali Bennet ha avuto l’occasione di incontrare Joe Biden, Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky. Ma questo è un ruolo che spetta alla Svizzera! Invece noi siamo rimasti a casa.

L’Udc è l’unico partito di governo contrario alla ripresa delle sanzioni Ue contro la Russia da parte della Svizzera. Cosa avrebbe dovuto fare il Consiglio federale?

Le banche svizzere hanno ripreso immediatamente e autonomamente le sanzioni internazionali, ben prima che il Consiglio federale decidesse di associarsi alle misure decise dall’Ue. Inoltre, impedire l’eventuale aggiramento delle sanzioni internazionali è assolutamente corretto. Con la ripresa delle sanzioni Ue, al contrario, la neutralità della Svizzera ne esce decisamente malconcia. Nessuno può e deve chiudere gli occhi di fronte alle barbarie. Ma il nostro Paese, come interlocutore imparziale tra le parti in conflitto, poteva sfruttare la fiducia di cui gode.

Sta dicendo che la Svizzera ha perso credibilità sul piano internazionale?

La neutralità, per esercitare un effetto, dev’essere riconosciuta anche dagli altri Paesi, non basta declamarla nella Costituzione. I giornali internazionali hanno purtroppo sottolineato come la Svizzera abbia abdicato alla sua tradizionale neutralità. Molti sono rimasti sorpresi dalla nostra scelta di adottare misure di guerra economica nei confronti della Russia. E questo è veleno per la credibilità dei nostri buoni uffici.

L’Udc vede nella guerra in Ucraina una ragione in più per ritirare la candidatura della Svizzera al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Non rischiamo la figuraccia, una reale perdita di credibilità, se ci fermiano adesso, un minuto prima della mezzanotte?

Meglio arrossire prima che sbiancare dopo. Quello che sta succedendo in Ucraina è un monito per il nostro Paese: non immischiamoci in alcun modo nei conflitti. Questo è il momento di tirare il freno d’emergenza. Non dimentichiamo che il Consiglio di sicurezza può decidere non soltanto delle sanzioni economiche, ma anche di interventi militari.

Già oggi la Svizzera, come stato membro dell’Onu, deve sostenere le risoluzioni del Consiglio di sicurezza. E poi, a 20 anni dall’adesione, non è naturale fare un passo come questo?

Ripeto: la Svizzera è conosciuta soprattutto per la politica dei buoni uffici e per l’impegno in ambito umanitario. Tutti conoscono e riconoscono i nostri valori, siamo affidabili e coerenti. È proprio su questi fronti che dobbiamo muoverci in prima linea. All’interno del Consiglio di sicurezza, ci ritroveremmo per contro a dover esprimere delle posizioni che non potranno più essere imparziali ed equidistanti. Saremmo come un vaso di coccio tra vasi di ferro: la nostra neutralità – che ha garantito pace e benessere al Paese – verrebbe sacrificata sull’altare dei giochi di interesse delle superpotenze. L’astensione poi, per me, non sarebbe un’opzione strategica ma il risultato di un imbarazzo di cui possiamo volentieri fare a meno. Il popolo svizzero nel 2002 ha deciso di aderire all’Onu. Ma a quei tempi non si nominava neppure il Consiglio di sicurezza.

Il suo partito critica un organo "che decide sulla guerra e sulla pace". In realtà, il Consiglio di sicurezza dell’Onu non avvia una guerra: sulla base dell’articolo 42 della Carta delle Nazioni Unite, può sì predisporre l’uso della forza armata, ma sempre per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale.

Siamo un Paese che ha scelto la neutralità perpetua armata, volta alla difesa. Qui invece, in barba alla nostra storia, saremo chiamati a decidere anche su interventi bellici che prevedono l’impiego offensivo di militari e armi.

Un conto è partecipare all’elaborazione di una risoluzione del Consiglio di sicurezza, tutt’altra cosa è partecipare alla sua attuazione.

La Svizzera deve tenersi lontana da decisioni di questa portata che implicano il ricorso a misure di guerra economica e militare. La nostra neutralità, parte integrante della Costituzione, richiede un atteggiamento costruttivo e non distruttivo.

Il Consiglio di sicurezza, nei prossimi anni, tornerà probabilmente a essere quello che quasi sempre è stato: un organo bloccato dal veto di uno o l’altro dei suoi membri permanenti. Alla Svizzera si presenta un’occasione: mentre volano gli stracci tra i ‘big’, può far sentire la propria discreta e autorevole voce.

È una pia illusione. A prevalere in questi consessi sono gli interessi delle superpotenze. Nel bel mezzo di conflitti geopolitici, costretti a prendere posizione, comprometteremmo definitivamente la nostra affidabilità quale Paese neutrale. Non vedo alcun guadagno per la Svizzera, abbiamo solo da perderci.

La Svizzera da una trentina d’anni riprende integralmente le sanzioni economiche decise dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Così resta neutrale, mentre invece se partecipa all’elaborazione della risoluzione che le istituisce non lo sarebbe più? Ci faccia capire.

È prima di tutto il possibile ricorso alla forza militare che mi fa dire: attenzione, qui ci stiamo snaturando e cestiniamo la nostra storia. Per quel che riguarda le sanzioni: un conto è riprenderle in quanto Stato membro dell’Onu, un altro è deciderle attivamente in qualità di membro non permanente del Consiglio di sicurezza.

Se la Svizzera entrerà nel Consiglio di sicurezza, i responsabili della sua politica estera davanti a sé avranno due anni molto intensi. Decisioni importanti andranno prese in tempi brevissimi e poi comunicate con chiarezza, sul piano interno e all’estero. Supereremo lo stress-test?

In Svizzera siamo abituati a ponderare le nostre decisioni, un’attitudine figlia della natura democratica delle nostre istituzioni. I politici possono essere corretti dalla popolazione grazie a referendum e iniziative popolari. Il nostro sistema istituzionale e decisionale è incompatibile con le procedure e i tempi del Consiglio di sicurezza.

A cosa pensa in particolare?

In altri Paesi le decisioni sono fortemente centralizzate. In Svizzera funzioniamo diversamente. La democrazia diretta è il nostro salvagente. Il Dipartimento federale degli affari esteri (Dfae) sarà chiamato a soppesare in brevissimo tempo decisioni di portata internazionale potenzialmente drammatiche. Non possiamo avventurarci su questo terreno scivoloso.

Non ha fiducia negli alti funzionari del Dfae, dove secondo la ‘Weltwoche’ a dettare legge sarebbe "gente dell’era Calmy-Rey [Micheline, ministra degli esteri socialista dal 2003 al 2011, ndr]?

Dell’era Calmy-Rey e dell’era Burkhalter [Didier, ministro degli esteri del Plr dal 2011 al 2017, ndr]. La nostra diplomazia negli ultimi vent’anni è stata segnata da una visione moralista di sinistra. In particolare, sotto Calmy-Rey, la politica estera è stata una politica di attivismo internazionale, difficilmente compatibile col nostro tradizionale ruolo di mediatori. Io credo invece che la Svizzera debba avere una politica estera discreta, prudente, orientata al dialogo e all’aiuto umanitario. L’attivismo ci porta inevitabilmente all’intervento. E in questo modo prima o poi diventiamo parte di un problema, come avviene adesso con l’Ucraina. Mentre noi vogliamo essere parte della soluzione.

Quale, nel caso specifico?

Aiuti umanitari alle persone colpite dal conflitto sia sul posto che nei Paesi limitrofi e, soprattutto, utilizzare tutti i canali e tutti i nostri buoni uffici per far sedere a un tavolo contendenti che faticano a parlarsi. Sono le uniche cose che la Svizzera può fare. E lo deve fare fuori dal Consiglio di sicurezza dell’Onu.

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