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Keystone
08.02.22 - 15:52
Aggiornamento: 17:50
Ats, a cura de laRegione

‘L’ondata Omicron ha raggiunto il suo apice’

Lo ha affermato Virginie Masserey dell’Ufsp. Circa il ‘long Covid’, le informazioni su come curare questo disturbo sono ancora scarse

L’attuale ondata della variante Omicron del coronavirus ha raggiunto probabilmente il suo livello massimo. Lo ha affermato oggi Virginie Masserey dell’Ufficio federale della sanità pubblica (Ufsp) durante il consueto incontro settimanale coi media per fare il punto della situazione. Circa il ‘long Covid’, le informazioni su come curare il disturbo sono ancora scarse. In 1’700 si sono annunciati all’Assicurazione invalidità (Ai) per questa sindrome.

I numeri sono attualmente stagnanti a un livello elevato. Anche se ogni giorno vengono testate tra le 80mila e le 100mila persone, ci sono ancora molti casi non rilevati, ha spiegato Masserey. Ciò che è importante, ha aggiunto, è che i ricoveri in ospedale non aumentino.

Nelle unità di terapia intensiva, il numero di pazienti Covid rimane attualmente stabile a circa 200. Secondo Masserey, la maggior parte dei pazienti gravi ha più di cinquant’anni e non è vaccinata. La maggior parte soffre della variante Delta del virus, ma si registra anche un numero crescente di casi da infezione con Omicron. Per l’esperta, rimane importante proteggersi anche se i numeri sono in calo.

Per Masserey è difficile dire come evolverà la pandemia in un futuro prossimo. In molti paesi, tuttavia, il numero di casi sta diminuendo a causa dell’alto livello di immunità nella popolazione.

Il ‘long Covid’ è ancora difficile da identificare

Gli esperti hanno riservato molto spazio al problema delle persone infettatesi col coronavirus che soffrono dei postumi della malattia, o del long Covid o post Covid, ossia delle ripercussioni negative, talvolta con un impatto importante sulla vita quotidiana, caratterizzate per esempio da affaticamento, perdita di memoria, difficoltà a respirare e altri sintomi (perdita del gusto o dell’olfatto ad esempio).

Per buona parte delle persone interessate, i sintomi si indeboliscono col passare dei mesi, ma talvolta i disturbi possono andare per le lunghe con conseguenze negative per chi ne soffre, a livello sociale e lavorativo.

La malattia è ancora difficile da identificare, ha spiegato la vicedirettrice dell’Ufsp Linda Nartey, benché sia importante agire con celerità. Per questo l’Ufficio, assieme alla federazione dei medici svizzeri, sta sensibilizzando i dottori di famiglia mettendo a disposizione le sue competenze per consentire uno scambio di conoscenze sulle ricerche che si stanno svolgendo all’estero e sul territorio nazionale. Per Nartey, tuttavia, è difficile al momento prevedere l’impatto che il long Covid avrà sull’economia e la società.

Disturbi anche dopo un anno

Milo Puhan, direttore dell’istituto di epidemiologia dell’Università di Zurigo, ha presentato i risultati dei primi studi condotti su un numero di circa 1’500 persone annunciatesi al nosocomio. Ebbene, benché la maggior parte migliori col passare delle settimane e dei mesi, dopo 6 mesi ben 25 persone su 100 non risentono miglioramenti della loro condizione. Tre persone accusano forti disturbi, mentre in quattro casi le ripercussioni sono giudicate medie.

La maggioranza accusa sintomi leggeri che non ne compromettono la quotidianità. Dopo un anno solo una persona soffre ancora molto. Tuttavia, molto soggetti stanno sì molto meglio, ma non possono affermare di essersi ristabiliti completamente.

Stando a Puhan, le informazioni su come curare questi disturbi sono ancora scarse. Molte persone si rivolgono ai servizi specializzati chiedendo ragguagli sullo stato delle conoscenze in materia, ma anche come affrontare certi problemi dal punto di vista assicurativo.

Una piattaforma per raccogliere le segnalazioni

All’ospedale universitario di Ginevra, ha affermato Mayssam Nehme, è stata predisposta una piattaforma (Rafael.ch) per raccogliere segnalazioni dalla popolazione e informare sul problema. Lo scopo è anche quello di contribuire agli studi in corso sul tema, ha spiegato la Nehme, aggiungendo che le persone vaccinate sembrano avere un decorso meno severo della malattia.

A detta di Rudolf Hauri, presidente dell’Associazione dei medici cantonali, c’è un potenziale di miglioramento nell’affrontare le conseguenze a lungo termine del virus. “Accogliamo con favore il fatto che siano in corso diversi studi sugli effetti a lungo termine del Covid-19”, ha spiegato Hauri. Dal punto di vista dei cantoni è particolarmente importante chiarire quali servizi siano disponibili in Svizzera per le persone colpite. Il problema, a suo avviso, deve acquisire peso tra l’opinione pubblica.

Se dovessero sorgere problemi gravi nella presa a carico dei pazienti post Covid-19, ha sottolineato Hauri, si dovrebbe esaminare se non sia il caso di creare offerte al di fuori delle strutture oggi conosciute.

Circa 1’700 richieste all’Ai

Frattanto, però, l’anno scorso circa 1’700 persone si sono annunciate all’Assicurazione invalidità (Ai) in relazione al long Covid, ossia il 2-3% di tutte le registrazioni, ha affermato Corinne Zbären dell’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (Ufas).

È difficile o impossibile, ha aggiunto, prevedere come si svilupperanno i numeri nel corso di quest’anno. Tuttavia, il numero di domande è rimasto stabile negli ultimi mesi.

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