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03.01.22 - 08:27
Aggiornamento: 18:07

‘Pubblicare il numero di ricoveri e decessi, non dei contagi’

È il parere di diversi esperti secondo i quali, come per l’influenza, ad oggi il dato sui casi giornalieri non riflette l’evolversi della crisi pandemica

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Keystone

L’evoluzione della pandemia a seguito della diffusione della variante Omicron, che sembra presentare un altissimo numero di contagi a cui però non segue un pari aumento dei ricoveri e dei decessi, dovrebbe spingere ad un cambio anche nella comunicazione circa le relative cifre. È il parere di diversi esperti, secondo i quali il numero di contagi giornalieri in sé non descrive ormai in maniera appropriata l’evolversi della crisi da coronavirus e non fornisce alle autorità delle linee guida chiare su come e quando intervenire. Secondo la specialista in malattie infettive Monica Gandhi dell’Università della California, San Francisco, intervistata dal Guardian e ripresa dal Blick, la pubblicazione del numero di casi “provoca molto panico e paura, ma non riflette più quello che succedeva prima, cioè che i ricoveri corrispondono ai casi”. L’esempio concreto è quello degli Stati Uniti, nei quali a fine anno il numero dei casi è triplicato, ma l’aumento del numero di ricoveri è stato solo del 20% e i decessi sono addirittura diminuiti del 5%: secondo l’esperta citata dal Guardian, andrebbero dunque pubblicati soprattutto i dati sui ricoveri in ospedale e sui decessi, come nel caso dell’influenza. Questo perché, dal momento che non sarebbe possibile eliminare il virus, analogamente all’influenza, occorre concentrarsi sulla gravità della malattia.

È ciò che, come riporta il Blick, sta già accadendo in Canada, dove in alcuni Stati le agenzie governative per la salute non si concentrano più sui casi giornalieri: ad esempio nella Nuova Scozia, nella parte orientale del Paese, il responsabile della Sanità Robert Strang ha dichiarato: “Non abbiamo più bisogno di identificare ogni caso della variante e farlo trattare dalle autorità sanitarie”. Stesso discorso anche nel Regno Unito, dove, nonostante la cifra record di oltre 160’000 casi giornalieri per il secondo giorno, eventuali restrizioni verranno implementate solo come “ultima risorsa assoluta”: questo perché nei reparti di cure intense la situazione attuale sarebbe meno drammatica rispetto a un anno fa.

Ed è ciò che starebbe avvenendo anche in Svizzera, dove, a causa della diffusa immunità data dai vaccini o dalla guarigione, sembra vicino il passaggio da una fase pandemica a una endemica, con un decorso meno grave per le nuove infezioni. Secondo Richard Neher, membro della task force federale, “nel giro di poche settimane, metà del Paese potrebbe ammalarsi”, ma con un decorso probabilmente più lieve: come già riportato, secondo Neher la fine di gennaio potrebbe vedere la fine dell’ondata di Omicron, con un possibile ritorno il prossimo inverno ma non al livello di una nuova crisi.

Sulla stessa linea il presidente dei medici cantonali Rudolf Hauri, che alla NZZ am Sonntag ha dichiarato che "secondo il Consiglio federale, siamo entrati nella fase di normalizzazione di questa pandemia”. I prossimi giorni, come già dichiarato dal presidente dei direttori cantonali della sanità Lukas Engelberger, saranno decisivi per capire effettivamente l’impatto della variante Omicron sul sistema ospedaliero, in cui la situazione è attualmente stabile, e tale situazione giustificherà la messa in atto di nuove misure come la chiusura dei ristoranti o delle palestre.

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