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Cédric Wermuth con la copresidente del Ps Mattea Meyer
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29.12.21 - 05:30
Aggiornamento: 17:07

‘Referendum Avs, la nostra è Realpolitik’

Il copresidente del Ps svizzero Cédric Wermuth sulle riforme di primo e secondo pilastro, coronavirus, rapporti con l’Ue e la rivalità con i Verdi

Signor Wermuth, molti cittadini non possono bere una birra al bar. Non la disturba?

Certo, mi disturba molto. Il fatto è che al momento non vedo alcuna alternativa. Stiamo vivendo il picco dell’ondata Delta e assistiamo al rapido diffondersi della variante Omicron. Sul piano epidemiologico la regola del 2G [che vieta l’accesso a spazi ed eventi al chiuso a chi non è vaccinato né guarito, ndr] si giustifica pienamente ed è la misura più leggera che si potesse adottare.

Vuol dire che il Consiglio federale doveva osare di più?

Questa pandemia ci ha insegnato che è estremamente complicato valutare la situazione. Devo ammettere però di essere rimasto sorpreso, in positivo. Temevo che il Consiglio federale si sarebbe lasciato mettere alle corde dalle organizzazioni economiche, che insistono su misure più blande. Invece non è successo. Anzi. Il Governo ha fatto un passo giusto e coraggioso. Quello che mi manca, però, è la dimensione politica del dibattito.

Cosa intende?

Dobbiamo chiederci: perché ci troviamo ancora in questa situazione?

E la risposta?

Sicuramente anche a causa del tasso di vaccinazione piuttosto basso. Ma è solo una parte della risposta.

L’altra qual è?

La penuria di personale negli ospedali, in particolare nei reparti di terapie intensive. In due anni non è stato fatto nulla per migliorare le condizioni di lavoro di infermiere e infermieri. E questo fattore è almeno altrettanto importante del basso tasso di vaccinazione. È una conseguenza della politica sanitaria sempre più orientata alla concorrenza, che mette in concorrenza gli ospedali.

Popolo e cantoni hanno espresso un chiaro ‘sì’ all’iniziativa sulle cure infermieristiche. Non basta?

No, non a corto termine. Dobbiamo essere consapevoli della posta in gioco in questi mesi. La questione che si pone adesso è questa: riusciremo a mantenere la capacità di resilienza del settore sanitario anche in una sesta o una settima ondata, o anche solo durante quest’inverno? Molti infermieri non ce la fanno più, abbandonano la professione. Dobbiamo migliorare subito le loro condizioni di lavoro. E servono misure finanziarie di sostegno: un premio inteso quale riconoscimento per tutti coloro che negli ultimi 20 mesi hanno lavorato negli ospedali, nelle case per anziani e in altri servizi sanitari; e mille franchi in più in busta paga, dal 1o gennaio 2022, per tutti coloro che lavorano in quest’ambito.

Il Ps non vuole sentir parlare di aumentare a 65 anni l’età ordinaria di pensionamento delle donne. Perché siete così ideologicamente attaccati allo statu quo?

Non è affatto ideologica la nostra posizione, è ‘Realpolitik’.

In che senso?

La riforma Avs 21, così com’è uscita nelle scorse settimane dal Parlamento, è di fatto un taglio delle rendite. Soprattutto per le donne, in un contesto nel quale le disuguaglianze salariali e di rendite pensionistiche restano molto importanti. Basti pensare che una pensionata su quattro riceve solo l’Avs, con una rendita media inferiore a 3mila franchi. Avs 21 prepara il terreno a un aumento generalizzato dell’età ordinaria di pensionamento, come chiede l’iniziativa popolare già consegnata dai partiti di destra. Una direzione sbagliata, sia sul piano economico che su quello della politica sociale. Per questo il Ps sostiene il referendum.

Il problema per le donne non sta nell’Avs, bensì nella previdenza professionale.

È vero. Qui la sinistra ha seguito la via del compromesso: eravamo pronti a sostenere l’intesa tra i sindacati e una parte del padronato, anche se aspetti che noi riteniamo centrali non vi avevano trovato posto. Il Consiglio nazionale però l’ha intenzionalmente demolita, perché i partiti borghesi hanno ceduto alla pressione delle banche e delle grandi assicurazioni. È uno schiaffo al partenariato sociale, un brutto segnale.

Ancora sull’Avs. Dal Parlamento è uscito un compromesso tutto sommato ragionevole. Dopo 25 anni di impasse, non è il caso di dire ‘sì’ a questa mini-riforma?

Questa riforma è un attacco all’Avs perpetrato su mandato delle assicurazioni private, che vogliono vendere le loro soluzioni di terzo pilastro. Avs 21 significa rendite inferiori per le donne ed è un antipasto dell’aumento generalizzato dell’età di pensionamento. Non è affatto un compromesso ragionevole. Lo sarebbe stato se avesse aumentato le rendite, oggi troppo basse. Quello dei baby-boomers è un fenomeno passeggero. Lo si può affrontare con fonti di finanziamento alternative: per questo sosterremo l’iniziativa popolare che chiede di destinare all’Avs una parte degli utili della Banca nazionale svizzera.

Il Ps ha presentato una roadmap per la politica europea. Con quale obiettivo?

Colmare una lacuna. Da quando il Consiglio federale ha interrotto i negoziati sull’accordo quadro, tutti si aspettano che indichi come si deve andare avanti per consolidare le relazioni con l’Ue. Siamo costernati nel constatare che sin qui il Presidente della Confederazione e l’intero Consiglio federale non siano stati in grado – o non abbiano avuto la volontà – di formulare una proposta concreta. È stata la Svizzera ad aver abbandonato le trattative con l’Ue, quindi spetta a noi la responsabilità di fare il primo passo.

L’approccio che proponete è molto ambizioso.

No, al contrario: siamo molto pragmatici, il nostro piano è assai modesto. Suggeriamo di rovesciare la logica abituale: le proposte avanzate finora, da più parti, vanno tutte nella direzione di negoziare al più presto nuovi accordi settoriali di accesso al mercato europeo. Noi crediamo sia illusorio. Bisogna invece prima di tutto stabilizzare la situazione, creare fiducia.

Come?

La Svizzera si impegna ad aumentare il contributo di coesione versato ai Paesi dell’Ue; in cambio, l’Ue avvia negoziati in vista di un’associazione della Svizzera ai programmi di cooperazione Ue 2021-2027 [Horizon, Erasmus+, ecc., ndr]. In un secondo tempo, su questa base si potrà negoziare un accordo economico e di cooperazione. Riteniamo praticabile anche la via di trattative su nuovi accordi settoriali di accesso al mercato. Nella sostanza non cambia nulla per il Ps: vogliamo buoni rapporti con l’Europa, ma non siamo disposti ad accettare compromessi sulla protezione salariale e il servizio pubblico.

31 seggi persi nei parlamenti cantonali dal 2019: nessun partito ha fatto peggio di voi. Molti di questi seggi sono andati ai Verdi. Cominciano a farvi paura i cugini ecologisti?

In politica la paura non è mai una buona alleata. Certo, avrei preferito risultati ben diversi. Il nostro obiettivo comunque è di crescere assieme a loro. Nei prossimi mesi dovremo sviluppare con maggior forza questa strategia. Essenziale per il Ps non è recuperare l’1-2% dai Verdi, bensì – come sinistra – rompere la maggioranza borghese in Parlamento e nel Consiglio federale. Questo dev’essere il nostro compito comune.

Ps e Verdi, in contemporanea, hanno annunciato ciascuno la propria iniziativa per la creazione di un fondo climatico. Com’è possibile, per due partiti che dicono di andare d’amore e d’accordo?

Sono cose che capitano. Non è sorprendente. Entrambi i partiti hanno tratto le stesse conclusioni dal fallimento alle urne della legge sul CO2: nella politica climatica bisogna abbandonare l’approccio liberale, basato su giudizi morali, libero mercato e concorrenza, per puntare decisamente su investimenti pubblici. Ad ogni modo, per quanto riguarda il progetto d’iniziativa sul fondo climatico, stiamo negoziando con i Verdi. E sono sicuro – perché questa è la ferma volontà nostra e loro – che alla fine troveremo una soluzione comune.

A fine ottobre Operazione Libero e i Verdi hanno reso noto di voler lanciare un’iniziativa popolare per costringere il Consiglio federale a negoziare con l’Ue; la scorsa settimana siete arrivati voi, con la vostra roadmap. L’impressione è che sgomitiate non poco per occupare il terreno politico e mediatico.

Tra noi e i Verdi ci sono corrispondenze, è naturale. Su molti temi collaboriamo strettamente, senza problemi. La sinistra è forte solo quando si presenta compatta: uniti, Ps e Verdi [30,3% nel 2019, ndr] sono oggi addirittura più forti dell’Udc [25,6%, ndr] sul piano nazionale. Avere due forti partiti a sinistra è importante per entrambi. Non abbiamo alcun interesse a vedere i Verdi indeboliti. D’altro canto, tra noi esistono differenze. Sull’‘Europainitiative’, ad esempio: non siamo ancora convinti che, tatticamente, sia opportuno lanciare un’iniziativa popolare.

I Verdi aspirano a un seggio in Consiglio federale nel 2023. Un’opzione realistica solo se attaccano uno dei vostri due seggi.

No. Questo scenario è escluso. L’obiettivo dev’essere quello di lottare per un terzo seggio della sinistra che ci permetta di rompere la maggioranza Udc/Plr [quattro seggi su sette, ndr]. La sinistra detiene dipartimenti chiave, come quelli del clima e della sanità. Se il Ps dovesse perderli, è assolutamente illusorio pensare che i partiti di destra un giorno ce li restituiranno. Sarebbe la fine della politica climatica svizzera. Lo sanno bene anche i Verdi.

‘Scenario escluso’, dice. Dai Verdi avete già ricevuto garanzie?

Garanzie in politica non ce ne sono mai. Ma questa è l’analisi che facciamo congiuntamente: siamo d’accordo che solo assieme possiamo diventare più forti; e questo, a mio avviso, include al 100% anche i nostri due seggi in Consiglio federale. Del resto, anche Balthasar Glättli [il presidente dei Verdi, ndr] lo ha già confermato pubblicamente.

Da 14 mesi guida il Ps svizzero in tandem con Mattea Meyer. Mesi fa la ‘Weltwoche’ ha scritto che – contrariamente a quanto ci si poteva aspettare – lei “è solo il secondo violino nell’orchestra che dirige il Ps”. È così?

Ho preso atto che la ‘Weltwoche’ si sorprenda del fatto che giovani donne possano fare politica. Con Mattea sin dall’inizio ci diciamo che vogliamo svolgere questo compito assieme, e che non importa se in un dato momento sui media una è più presente dell’altro, o viceversa. La nostra fiducia reciproca è assoluta [Wermuth e Meyer hanno militato assieme per parecchi anni nella Gioventù socialista, ndr]. Mattea ha dimostrato finora di avere notevoli capacità, e io non posso che esserne felice.

Non si sente confinato in “un ruolo secondario” (sempre la ‘Weltwoche’)?

No. Ma potrei vivere senza problemi anche in un ruolo del genere. Fa parte della politica. Mattea fa parte della commissione sanitaria del Nazionale e ha avuto un ruolo importante nel definire la posizione del Ps sulla gestione della pandemia. Un compito che assolve nel migliore dei modi. Sui dossier ci sosteniamo a vicenda, senza alcuna vanità. A volte in politica si deve sapere quando starsene zitti: una qualità sottovalutata, che anch’io ho dovuto imparare.

Non nuoce al Ps la mancanza di un volto unico col quale identificare il partito?

Adesso che Mattea è in congedo maternità, mi rendo conto cosa significa guidare un partito da solo. Ora ne sono convinto: mai e poi mai lo farei. Grazie alla soluzione della co-presidenza, io e Mattea riusciamo a coprire una vasta gamma di temi. E portiamo l’esempio che la nostra generazione può avere una famiglia [entrambi hanno figli in tenera età, ndr] e allo stesso tempo impegnarsi politicamente.

Siamo al giro di boa della legislatura. Come saranno i 22 mesi che ci separano dalle prossime elezioni federali?

Come Ps saremo sulla difensiva. Sui grandi dossier i fronti sono destinati ad irrigidirsi. Penso agli attacchi alle rendite pensionistiche [nel 2022 si voterà su Avs 21, nel 2023 verosimilmente sulla riforma del secondo pilastro, ndr], o alle diverse proposte di riduzione delle imposte per le grandi imprese, a scapito della collettività. Per questo vogliamo portare avanti progetti fuori dal Parlamento, in modo da colmare le lacune della politica svizzera in ambito di clima, parità e giustizia sociale. Ecco perché lanceremo l’iniziativa per gli asili nido e quella sul fondo climatico.

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