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02.12.21 - 22:00

‘Libertà d’opinione’ o ‘media di Stato’? Il dibattito si accende

Si vota il 13 febbraio sul pacchetto di aiuti approvato in giugno dal Parlamento. Domande e risposte per capire l’essenziale.

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Keystone
Redazioni sotto pressione negli ultimi anni anche in Svizzera

Di cosa parliamo?

Del ruolo di giornali, radio e tv private e media online in Svizzera, del pluralismo mediatico e della sua importanza per la formazione delle opinioni, la coesione sociale e la democrazia.

Su cosa si vota?

Su un ‘pacchetto’ di aiuti finanziari ai media – 151 milioni di franchi all’anno in più, per 7 anni – approvato in giugno dal Parlamento (vedi infografia): un mix di sovvenzioni tradizionali (sostegno indiretto alla stampa per la distribuzione dei giornali) e innovative (sostegno diretto ai media online).

Perché si vota?

Perché un comitato apartitico denominato ‘No a media finanziati dallo Stato’ ha lanciato il referendum contro la decisione del Parlamento. In poche settimane ha raccolto 113’085 firme, oltre il doppio del necessario. Si vota il 13 febbraio 2022.

Cos’è cambiato rispetto al progetto iniziale del Consiglio federale?

Il Parlamento ha rimpinguato gli aiuti destinati alla stampa associativa, ha deciso di stanziare 40 milioni di franchi all’anno per la distribuzione mattutina e domenicale e ha aumentato il finanziamento alle radio locali e alle tv regionali.

Perché il tema è rilevante?

Introiti pubblicitari in calo (-40% in 20 anni), accaparrati da Google, Facebook e altri giganti globali della comunicazione; flessione lenta ma costante dei ricavi degli abbonamenti; la ‘cultura’ del gratuito, con un pubblico per lo più poco propenso a pagare per leggere contenuti su internet; uso massiccio dei social ‘media’ quali canali informativi. Sono tempi grami per i media tradizionali in Svizzera. Non da oggi. Settanta giornali hanno dovuto chiudere dal 2003. E poi, negli ultimi anni: fusioni aziendali, accorpamento di redazioni, soppressione di posti di lavoro, giornalisti sempre più sotto pressione. Senza un sostegno adeguato da parte dello Stato, la crisi potrebbe approfondirsi. Di conseguenza, il ruolo dei media quali garanti della pluralità dell’informazione e della coesione, in un Paese sfaccettato come la Svizzera, rischia di venire meno.

Chi è a favore?

Per il ‘sì’ al pacchetto di aiuti si batte un comitato denominato ‘Libertà d’opinione’. Ne fanno parte l’associazione degli editori Schweizer Medien/Médias Suisses/Stampa Svizzera e parlamentari di tutti i partiti, ad eccezione dell’Udc. A favore sono schierati anche i sindacati dei media.

Il Consiglio federale sostiene il pacchetto. In Parlamento c’è voluta una Conferenza di conciliazione per mettere d’accordo le Camere, e alla fine le maggioranze non sono state abbondanti (Nazionale: 115 a 75 e sei astensioni; Stati: 28 a 10 e sei astensioni). Ps e Verdi hanno votato compatti per il ‘sì’, Centro e Verdi liberali un po’ meno. La ‘frazione’ del Plr si è spaccata quasi a metà, con una lieve maggioranza per il ‘no’. Si sono espressi contro tutti i consiglieri nazionali dell’Udc, mentre alcuni ‘senatori’ democentristi (tra i quali il presidente del partito Marco Chiesa) si sono astenuti.

Chi è contrario?

Tra i partiti, l’Udc e (notizia di oggi) il Plr. Anche le due principali organizzazioni dell’economia – l’Unione svizzera delle arti e mestieri (Usam) ed Economiesuisse – combattono il progetto. Il fronte del ‘no’ è capitanato dal comitato ‘No a media finanziati dallo Stato’, che riunisce tre gruppi: i promotori del referendum (le figure di spicco sono l’ex giornalista della ‘Weltwoche’ Philipp Gut e Peter Weigelt, ex giornalista ed ex consigliere nazionale del Plr), 75 parlamentari ed ex parlamentari federali (in gran parte dell’Udc, ma ci sono pure l’influente ‘senatore’ del Centro Benedikt Würth e i suoi colleghi di partito Philipp Kutter e Marco Romano del Centro, così come Lorenzo Quadri della Lega e i consiglieri agli Stati del Plr Thierry Burkart, che è anche presidente del partito, e Ruedi Noser) e un comitato di giornalisti.

Quali sono gli argomenti dei favorevoli?

  • Diversi quotidiani, settimanali e radio locali sono in difficoltà: senza sostegno statale rischiano di dover chiudere i battenti. Il rischio di un ulteriore impoverimento del paesaggio mediatico è reale. «Se scompaiono più giornali, se le radio vengono indebolite e se internet non informa su ciò che accade a livello locale, tutto ciò si ripercuoterà sulla popolazione, che perderà i consueti canali d’informazione», ha affermato oggi la consigliera federale Simonetta Sommaruga. «Ne risentirà – ha proseguito la ministra della comunicazione – anche la nostra democrazia diretta, basata sul principio che la popolazione si possa informare sempre in modo esaustivo».
  • Le misure sono in gran parte collaudate e sono concepite in modo tale che i media di piccole e medie dimensioni e in media online ne traggano maggior profitto, in termini relativi.
  • Le autorità che erogano i sussidi non potranno esercitare alcuna influenza sulle redazioni. L’indipendenza dei media verrà mantenuta e continuerà a essere garantita dalla Costituzione.
  • Gli aiuti ai media online e il rafforzamento del sostegno indiretto alla stampa hanno una durata limitata (7 anni).

Quali sono gli argomenti dei contrari?

  • Gli aiuti ai media sono un “inutile e pericoloso spreco di denaro pubblico”.
  • Il pacchetto di aiuti aumenta la dipendenza dei media dallo Stato: “veleno per la democrazia”, poiché i media finanziati dallo Stato impediscono il dibattito pubblico e distruggono la libertà di espressione.
  • Verrebbero avvantaggiati soprattutto i ricchi gruppi editoriali (Tx Group, Ringier, CH Media, ecc.), che non hanno certo bisogno di sovvenzioni.
  • Le nuove sovvenzioni dirette ai media online violano la Costituzione, che permette solo la promozione di radio e tv.

In quale contesto votiamo?

L’accesa campagna sulla legge Covid-19, approvata domenica alle urne, ha fatto riemergere critiche a tratti virulente nei confronti dei media (statali e non), sia da parte degli oppositori più sfegatati (che hanno persino creato canali informativi ‘paralleli’) sia da parte dell’Udc (la sezione ticinese si è rifiutata di commentare l’esito delle votazioni federali alla Rsi, riservando le proprie considerazioni a Teleticino, alle radio e ai portali privati). Il perdurare della pandemia – e il conseguente aumento della frustrazione di una parte della popolazione – promette di rendere incandescente anche la campagna in vista del voto sul pacchetto di aiuti ai media. Un po’ com’era stato il caso in occasione della votazione spauracchio del marzo 2018 sull’iniziativa ‘No-Billag’ per l’abolizione del canone radiotelevisivo (71,6% di ‘no’). In gioco ora non vi è più direttamente la sorte della Ssr. Ma il comitato per il ‘no’ non mancherà anche stavolta di far leva sui “miliardi di franchi” con i quali gli svizzeri – attraverso il canone – già oggi sostengono un’offerta mediatica che adesso Consiglio federale e Parlamento vorrebbero rendere ancor più dipendente dalla politica. Oggi come oggi l’esito della votazione appare incerto, tanto più che l’Udc non si ritrova sola – come spesso capita – ma andrà a braccetto col Plr.

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