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07.03.21 - 19:57

Sostegno trasversale all’iniziativa ‘anti-burqa

La proposta del Comitato di Egerkingen accolta dal 51,2% dei votanti. Karin Keller-Sutter: non è un voto contro le musulmane e i musulmani di questo Paese

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Keystone
Karin Keller-Sutter

Non succedeva da sette anni (precisamente dal 18 maggio 2014: sì all’iniziativa popolare ‘Affinché i pedofili non lavorino più con fanciulli’) che una proposta di modifica costituzionale venisse accolta da popolo e cantoni. Ci si era andati vicini lo scorso novembre, ma l’iniziativa ‘Per imprese responsabili’ – approvata dal popolo – si era infranta contro lo scoglio della maggioranza dei Cantoni. Miglior sorte ha conosciuto quella che chiedeva di vietare la dissimulazione del viso su suolo pubblico. Lanciata dal Comitato di Egerkingen – già all’origine dell’iniziativa anti-minareti approvata nel 2009 con il 57,5% di sì – la proposta nota come ‘anti-burqa’ ha raccolto ieri il 51,2% dei consensi e il sostegno di quasi tutti i Cantoni (vedi infografia). Il velo integrale (burqa e niqab) sarà d’ora in poi vietato in Svizzera, come lo è sin dal 2016 in Ticino e dal 2019 nel canton San Gallo; gli hooligan non potranno più coprirsi il volto. Sconfessati Consiglio federale e Parlamento.

Non è una vera sorpresa. Anzi: a colpire è tutt’al più il risicato risultato. Fin dall’inizio della campagna si era capito che l’iniziativa – sostenuta dall’Udc nonché da esponenti di altri partiti, anche di sinistra – poteva contare su un cospicuo e diffuso capitale di simpatia. L’ultimo sondaggio del gfs.bern aveva registrato un calo piuttosto marcato dei sostenitori. Che probabilmente c’è stato. Ma non in una misura tale da sovvertire i pronostici della vigilia. Alla fine solo sei cantoni si sono schierati per il ‘no’: Basilea Città, Zurigo, Appenzello Esterno, Ginevra, Berna e Grigioni. Nella Svizzera francese, tutti tranne Ginevra hanno accettato l’iniziativa. Netto il ‘sì’ del Ticino (60,5%). 

Sostegno trasversale

La campagna è stata atipica. In tempi di pandemia niente manifestazioni, pochissimi contatti con la popolazione, pochi cartelloni in giro. È stato «molto più difficile», ha ammesso in conferenza stampa Karin Keller-Sutter (Plr). La consigliera federale, in carica dal primo gennaio 2019, finora aveva fatto l’en plein: quattro votazioni popolari vinte su quattro. Ieri la sangallese – che quand’era consigliera di Stato si era schierata a favore del divieto di dissimulare il viso nel suo cantone – ha subito una prima, duplice sconfitta: sull’iniziativa del Comitato di Egerkingen e sull’identità elettronica (vedi p. 6). Ha giocato la presunta perdita di credibilità e di sostegno del Consiglio federale, criticato come sta gestendo la pandemia? La ministra di giustizia e polizia non ha voluto voluto lasciare spazio a «speculazioni».

Una cosa è certa: la proposta del Comitato di Egerkingen ha saputo mietere consensi ben oltre quel 25% abbondante di elettori che votano Udc. Plr e Alleanza del Centro raccomandavano di votare ‘sì’. Ma l’iniziativa ha ricevuto tra l’altro l’appoggio della sezione vodese del Plr e di alcuni esponenti di primo piano del partito, come la consigliera nazionale nonché ex consigliera di Stato vodese Jacqueline De Quattro. Anche l’influente sezione friburghese del Ppd/Alleanza di Centro aveva sconfessato il partito nazionale. E nelle ultime settimane si sono fatte particolarmente sentire le voci delle donne riunite nei gruppi di donne per il ‘sì’ e quelle di note personalità musulmane (l’attivista Saïda Keller-Messahli, l’imam di Berna Mustafa Memeti). Il divieto ha fatto breccia anche a sinistra: il capogruppo socialista alla Camere federali Roger Nordmann ha stimato che circa un quarto dell’elettorato di sinistra abbia sostenuto l’iniziativa per ragioni laiche e femministe.

‘Non è un voto contro le musulmane e i musulmani’

Solo alcune decine di donne portano il velo integrale in Svizzera: «un’infima minoranza» dei 400mila musulmani residenti in Svizzera, ha osservato Karin Keller-Sutter. Il voto «non è un voto contro le musulmane e i musulmani in Svizzera», ha fatto notare la consigliera federale, ricordando che a favore del divieto si sono impegnati attivamente anche dei musulmani. 

Una di queste è Saïda Keller-Messahli. Il sì trasversale al divieto del velo integrale è un no a un’ideologia totalitaria che non ha posto in una democrazia, ha detto la fondatrice del Forum per un islam progressista. “Missione compiuta: un chiaro segnale contro l’islamizzazione della Svizzera”, si rallegra Giorgio Ghiringhelli, pioniere ticinese del divieto. Di «saggia decisione del popolo svizzero» parla il consigliere nazionale Udc Walter Wobmann, presidente del Comitato di Egerkingen. Deluso per contro Pascal Gemperli, portavoce della Federazione delle organizzazioni islamiche in Svizzera. «In Francia dopo il divieto, abbiamo visto un aumento della violenza» e il dibattito sul velo comune sta sfuggendo di mano, ha affermato Gemperli a Keystone-Ats. A suo parere questo voto «è mirato a una comunità specifica come per i minareti» ed è destinato a creare «un’atmosfera piuttosto malsana». Anche Amnesty International deplora una decisione “che discrimina una particolare comunità religiosa” e chiede misure per garantire che il divieto del velo integrale non emargini le donne interessate e le escluda dallo spazio pubblico. Dal canto suo Ferah Ulucay, segretaria generale del Consiglio centrale islamico della Svizzera (Ccis), chiede al Consiglio federale di prendere le misure necessarie affinché i musulmani siano protetti dalla discriminazione.

Strascichi giuridici?

I Giovani Verdi si dicono pronti ad aiutare le donne toccate dal divieto a impugnare in tribunale le decisioni prese dalle autorità nei loro confronti: se necessario fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo. Nel 2018 il Tribunale federale, accogliendo parzialmente il ricorso di due giuristi ticinesi, aveva confermato la legittimità di impedire alle persone di nascondere il proprio volto per ragioni di sicurezza e ordine pubblico. I giudici losannesi avevano però ritenuto che l’elenco delle eccezioni previste dalla legge ticinese fosse troppo ristretto: eccezioni devono essere previste anche per ragioni politiche (chi si copre il volto a una manifestazione sindacale), commerciali e pubblicitarie. Saranno i cantoni a doverle stabilire nel dettaglio. Hanno due anni di tempo per farlo.

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