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Martina Raschle/Fss
Svizzera
13.12.18 - 06:010

Una birra al Café des Signes

Ristorante e caffetteria di Palazzo federale trasformati in luoghi d’incontro tra persone sorde e udenti. Scopo: far (ri)conoscere ai parlamentari la lingua dei segni.

Palazzo federale, Galerie des Alpes, ore 11: bicchierata di fine anno della Deputazione ticinese (Dt). Sul tavolo bottiglie di merlot, di vino bianco, tanti bicchieri, succo d’arancia, acqua, panettone e pandoro. C’è il presidente della Dt Marco Romano e Marco Chiesa che gli subentrerà a breve, le collaboratrici della Segreteria di lingua italiana dei Servizi del Parlamento, giornalisti; altri deputati e ‘senatori’ arrivano alla spicciolata: un saluto, come va come non va, un brindisi e via. La sessione invernale delle Camere federali è agli sgoccioli, i lavori ormai vanno avanti un po’ a rilento, gli aperitivi invece – a Palazzo e nei dintorni – si susseguono sempre a ritmo sostenuto. In giro si vedono parecchie facce stanche.

La cameriera si chiama Joëlle Cretin, ha capelli castani e occhi vispi, viene dal canton Friburgo e indossa una maglietta bianca con la scritta blu ‘Café des Signes’. È sorda (dalla nascita), un’interprete traduce nelle due direzioni: le nostre ordinazioni dal francese alla lingua dei segni francese (Lsf), le domande e le spiegazioni di Joëlle in senso contrario.

‘Birra’ non è ‘bière’

Scopriamo che la lingua dei segni in Svizzera è stata a lungo repressa e proibita; che ‘birra’ nella lingua dei segni italiana (si mima il gesto dello spillare) non si ‘dice’ come ‘bière’ nella Lsf (con il dorso di una mano si mima il gesto di togliere la schiuma in eccesso accumulatasi dopo la spillatura sull’altra mano, semichiusa e posta in modo da formare una specie di bicchiere); che nel mondo di lingue dei segni ne esistono a centinaia; che in un dizionario sul sito internet della Federazione svizzera dei sordi (Fss) – Joëlle ce lo apre sul tablet che sistema sul bancone di questo ristorante al pianterreno di Palazzo federale, con vista sulla collina del Gurten e le Alpi bernesi – possiamo imparare a fare le nostre ordinazioni nella lingua dei segni: ‘Addition’, ‘café’, ‘bière’, Coca-Cola’, e così via. E che «la lingua dei segni non è un linguaggio, ma una lingua a tutti gli effetti, con la sua sintassi e la sua grammatica» (Joëlle, lei stessa insegnante di lingua dei segni, e la sua interprete Lorette Gervaix).

Un bistrot effimero: per alcune ore, un ristorante o un bar si trasformano in un luogo d’incontro tra persone sorde e udenti. È il Café des Signes (Bistrot di lingua dei segni, in italiano), progetto della Fss “volto a sensibilizzare il grande pubblico alla lingua dei segni e alla cultura dei sordi”. “In un clima rilassato – si legge sul sito della Fss – (...) gli operatori sordi servono i clienti udenti, rispondendo alle loro domande e, se lo desiderano, aiutandoli a passare l’ordinazione in lingua dei segni”. Ieri mattina sei persone sorde, quattro interpreti della lingua dei segni (due per la Lsf, altrettante per quella svizzerotedesca) e una dozzina di collaboratrici e collaboratori della Fss si sono mischiati al personale della Galerie des Alpes e del Café Vallotton (la caffetteria al primo piano), servendo ai tavoli parlamentari, lobbisti, giornalisti e visitatori.

In cerca di riconoscimento

È il secondo Café des Signes a Palazzo federale. Il primo – durato tre giorni – è stato organizzato nel 2015, designato anno della democrazia diretta dalla presidente della Confederazione Simonetta Sommaruga. La Fss ha colto la palla al balzo, tematizzando l’accesso delle persone sorde alle decisioni popolari. Da allora è stato fatto molto in quest’ambito, dice alla ‘Regione’ Martina Raschle. «I rapporti con la Cancelleria federale sono ottimi – rileva la responsabile della comunicazione della Fss per la Svizzera tedesca – e dal 2018 i temi oggetto delle votazioni federali sono spiegati, sul sito della Confederazione e in televisione, anche nelle tre lingue dei segni nazionali».

A Palazzo federale resta un bel po’ da fare, però. Ad esempio: i dibattiti parlamentari, trasmessi in streaming su parlament.ch, non vengono tradotti nella lingua dei segni; e non ci sono interpreti a disposizione delle persone sorde che desiderino seguire i dibattiti dalle tribune del Nazionale o degli Stati. «Tutto questo rende difficoltoso l’accesso all’informazione politica. E di conseguenza la partecipazione alla vita politica delle persone sorde risulta assai complicata. Al Parlamento europeo siedono due o tre politici sordi. In Svizzera siamo rimasti indietro», osserva Martina Raschle.

La Fss chiede che la lingua dei segni sia riconosciuta sul piano politico. «Una cosa acquisita in molti Paesi, ma non da noi», afferma Raschle. La Legge sui disabili esiste dal 2003, e la Svizzera ha firmato nel 2014 la Convenzione Onu per i diritti delle persone con disabilità. Non è un problema di assenza di base legale, dunque. «La legge in teoria basterebbe, il fatto è che diversi suoi articoli non vengono applicati. Spesso i cantoni dicono di non avere le risorse per farlo».

C’è molta buona volontà, almeno. «Qui a Palazzo federale – prosegue la responsabile della comunicazione della Fss – parlamentari e personale dei Servizi del Parlamento sono ben disposti. Quando si trovano al cospetto di una persona sorda, come oggi al Café des Signes, molti parlano il vero tedesco e la guardano negli occhi». Una maggior consapevolezza che si riscontra anche fuori di qui. «Ci si rende conto che tanti investimenti non servono solo alle persone sorde o con altre disabilità. Pensi ai trasporti pubblici: tutti beneficiano degli schermi che indicano le fermate, o delle rampe che facilitano l’accesso a bus e treni». Alla stessa stregua, tutti gli udenti possono trarre vantaggio dallo scambio con una persona sorda. Per Martina Raschle è «semplicemente questo: superare piccoli ostacoli e venire a imparare». Fosse anche solo il sottrarsi per un attimo al trambusto e al chiacchiericcio del quotidiano, compiendo il gesto silenzioso di spillare una birra.

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