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16.01.22 - 11:20
Aggiornamento: 14:21

Djokovic, l’Australia e la Serbia

Mentre il premier australiano Morrison accoglie positivamente la sentenza, il presidente serbo Vucic si mostra deluso

Ats, a cura de laRegione
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Keystone

Il governo australiano si è detto soddisfatto della decisione della Corte federale che ha respinto il ricorso di Novak Djokovic confermando l’espulsione del campione dal Paese.

«Accolgo con favore la decisione di mantenere forti i nostri confini e proteggere gli australiani», ha detto il premier Scott Morrison.

«Questa decisione è stata presa per motivi di salute, sicurezza e buon ordine, in quanto ciò era nell’interesse pubblico. Gli australiani hanno fatto molti sacrifici durante questa pandemia e giustamente si aspettano che il risultato di quei sacrifici venga protetto», ha aggiunto.

«I confini forti sono fondamentali per lo stile di vita australiano, così come lo stato di diritto – ha proseguito Morrison che ha quindi ringraziato la Corte per aver gestito rapidamente la questione –. Ora è il momento di andare avanti con gli Australian Open e tornare a godersi il tennis durante l’estate», ha concluso.

Djokovic può tornare a casa a testa alta

Di tutt’altro avviso il premier Aleksandar Vucic. Per il presidente serbo, Novak Djokovic può tornare a testa alta nel suo Paese. In dichiarazioni alla stampa dopo il decreto di espulsione del campione dall’Australia, Vucic ha detto di aver parlato con il tennista e di avergli detto che tutti lo aspettano in Serbia, tutti attendono che torni nel suo Paese dove è sempre il benvenuto.

«Quelli che pensano di aver affermato dei principi hanno dimostrato di non avere principi. Hanno maltrattato un tennista per dieci giorni per poi prendere una decisione che conoscevano dal primo giorno», ha detto il presidente serbo.

Vucic ha attaccato le autorità australiane affermando che se avessero detto sin dall’inizio che in Australia possono entrare solo i vaccinati, non vi sarebbero stati problemi, mentre hanno consentito la possibilità di eccezioni mediche in base alle quali Djokovic è arrivato nel Paese facendo tutto quello che era richiesto. «Poi ha preso il via una vessazione, una caccia alle streghe contro una persona e contro un Paese», ha detto il presidente parlando ai giornalisti dopo aver votato stamane nel referendum sulla riforma della giustizia. A suo avviso si è trattato di un assurdo processo giudiziario, nel quale i giudici hanno mentito.

«È stato detto che in Serbia la percentuale di vaccinati è al di sotto del 50%, mentre ufficialmente gli immunizzati sono il 58%, e oltre il 62% se si considera il numero reale di persone che vivono in Serbia, dove il tasso di vaccinazione è più alto di tanti Paesi Ue, in particolare in Paesi vicini quali Bulgaria, Romania, Slovacchia e perfino Estonia. Si è trattato di un’argomentazione assurda, ma in rappresentazioni alla Orwell tutto è possibile», ha affermato Vucic.

«Ai Mondiali indoor di atletica in programma in marzo a Belgrado – ha aggiunto – gli sportivi australiani saranno accolti in Serbia in modo molto migliore. Mostreremo che siamo migliori delle autorità australiane. Grazie al popolo dell’Australia che, sono sicuro, ama il popolo serbo tanto quanto noi amiamo loro».

Atp: ‘Serie di avvenimenti deprecabili’

Sulla vicenda ha preso posizione anche l’Atp. «La decisione di confermare l’annullamento del visto di Djokovic mette fine a una serie di eventi profondamente deprecabili. Ma le decisioni della giustizia riguardanti le questioni di sanità pubblica devono essere rispettate. A prescindere dal modo in cui si è giunti all’ultima decisione, Djokovic rimane uno dei più grandi campioni del nostro sport e la sua assenza all’Australian Open rappresenta una perdita per il tennis. Sappiamo come gli ultimi giorni siano stati difficili per Novak e quanto lui avrebbe voluto difendere il titolo a Melbourne. Gli auguriamo tutto il meglio e non vediamo l’ora di ritrovarlo in campo. L’Atp continua a raccomandare fortemente la vaccinazione a tutti i suoi giocatori», ha reso noto l’istanza del tennis in un comunicato.

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