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Rémy Bertola
Tennis
18.10.21 - 20:390

Di male in meglio: la stagione ‘folle’ di Rémy Bertola

Il ticinese di 23 anni racconta il suo anno a più facce: una prima parte ‘tutta storta’, la ripresa, la classifica più alta mai raggiunta, l’infortunio

Eravamo rimasti a Tommy Robredo. Il Tommy Robredo, lo spagnolo già numero 5 al mondo. Rémy Bertola lo aveva battuto il 28 settembre dell’anno scorso al Challenger di Biella (categoria 80’000 dollari).

E poi?

E poi è andato tutto storto – risponde il ticinese (N1/10 dell’aggiornata classifica svizzera) con la consueta franchezza e una risata –. I mesi successivi sono stati di crisi totale. La prima parte dell’anno è andata molto, molto male. Non arrivavano risultati, non ho incamerato nemmeno un punto Atp e fino ad aprile non ho vinto una sola partita in un tabellone principale dei tornei di categoria Future. Non dico che fossi demotivato; ma mi chiedevo che cosa stessi facendo di sbagliato. Perché giocavo bene, però non vincevo e a livello mentale non era facile tener duro. Con il mio team abbiamo comunque continuato a lavorare sul mio gioco, sapevamo che era la strada giusta e non abbiamo mai smesso di crederci.

In momenti come quelli, in cui i risultati non arrivano, a cosa ci si attacca per non mollare?

La voglia di vincere. Io sono un animale da vittoria. Certo, anzitutto dev’esserci la passione del gioco, altrimenti chi ce lo fa fare? Ma ciò che mi spinge è la voglia di fare di tutto per vincere. Il fatto che in quei mesi non arrivasse il successo, è stata la cosa più frustrante.

Un giocatore di alta classifica può permettersi, finanziariamente parlando, di sopportare un periodo senza successi; ma un giovane come te, professionista senza però grossi guadagni, come fa?

Questo aspetto, crea una pressione in più...

Una pressione che viene dall’esterno?

Più da sé stessi. Siccome avevo fatto bene nel 2020, io avevo delle aspettative. Inoltre a inizio anno avevo firmato un nuovo contratto con Head e BancaStato è diventata il mio sponsor principale; quindi un po’ di tensione la si sente, nei confronti di chi crede e investe in te. Ma questo fa parte del mestiere e se non lo avverti, è una mancanza di rispetto verso se stesso perché significa che non stai dando il massimo. Dal punto di vista della famiglia, per contro, la mia più grande fortuna è avere due genitori fantastici. Penso che sia fondamentale per ogni sportivo ad alto livello, avere genitori che ti supportano: che non ti vizino troppo, ma che nemmeno ti lascino totalmente “solo”, altrimenti si corre il rischio di perdersi. La pressione del genitore, se vogliamo chiamarla così, dev’essere motivante.

Ti sei sentito in dovere di vincere?

No, la pressione viene da sé; c’è in tutti. La differenza la fa, come la si gestisce. C’è chi ci riesce meglio e chi meno. Io sono sempre stato uno che riusciva a reggerla bene, che entravo in campo cercando di giocare sempre al massimo. Sono situazioni che mi serviranno in futuro, anche in altri ambiti: è la classica palestra per la vita.

Il 13 settembre hai raggiunto il tuo best ranking (581 Atp). Cosa ti ha permesso di interrompere la spirale negativa?

Ad aprile, finalmente, sono arrivato ai quarti in un Future. Più che gioia per i punti Atp, ho assaporato la felicità personale di vincere. Il ritorno al successo è stato bellissimo e ha funto da clic. A livello di motivazione mi sono sentito meglio in campo, ciò che mi ha permesso di giocare davvero bene la seconda parte dell’anno.

Sempre a settembre ti sei infortunato. Cosa è successo?

Le analisi hanno evidenziato lo stiramento di due muscoli intercostali. A parte il fortissimo dolore, per fortuna non ho rotto né strappato nulla. Ho subito deciso di fermarmi, per curarmi al meglio. Dopo uno stop totale tre settimane, l’obiettivo è di tornare a giocare dal 25 ottobre.

Sui social hai postato richieste di suggerimenti su cosa fare durante la giornata. È complicato fermarsi?

Sì perché non sono abituato. L’infortunio non è però stato inaspettato. Ad agosto ho giocato sedici partite di Interclub in Lna; dopo di che ho partecipato ai tre tornei categoria 25.000 organizzati in Svizzera, sia perché in casa, sia perché importanti. Avrei potuto uscire tre volte al primo turno; invece ho raggiunto una finale e due semifinali in singolare, idem in doppio. In totale ho così disputato 36 match in un mese. L’intenzione era di riposare un po’; ma Swiss Tennis mi ha concesso wild card per il Challenger a Bienne. Sapevamo, il mio team e io, che il tempo di recupero era poco, per preparare un torneo di questo livello. Abbiamo rischiato e purtroppo è andata così. Però sono più motivato ora a rientrare e far bene, che durante il lockdown.

Senti di avere ancora margini di progressione?

Sì. Ho fatto qualche esperienza nei Challenger, che sono un gradino più su dei Future, e ho capito che ci posso stare. A livello tecnico come di gioco, sento che posso dare ancora tanto. Magari non ci riuscirò eh, però ci voglio provare.

Hai 23 anni: ti dai un termine entro il quale o raggiungi una certa classifica o lasci perdere?

Molto sinceramente, ti dico che finché riesco a mantenermi con i campionati a squadre (Lna e Lnb in Svizzera, serie A in Italia) e gli sponsor, io continuo. Possono essere due anni come dieci. Non voglio darmi limiti.

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