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25.09.21 - 05:25
Aggiornamento: 26.09.21 - 14:25

Le cattive amicizie del patriota Djokovic

Il tennista serbo fotografato a tavola con il criminale di guerra Jolovic, non la prima gaffe di uno sportivo attratto dal potere e dalla politica

di Emanuele Atturo
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Djokovic alle Olimpiadi con la bandiera serba alle spalle (Youtube)
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Una fotografia ha cominciato a circolare su Twitter negli scorsi giorni. Ci sono due uomini a tavola in una posa da fine pasto. La camicia sbottonata, cose sparpagliate davanti a loro, una tazzina di caffè vuota. Uno è Novak Djokovic, uno dei giocatori più forti della storia del tennis, reduce dal tentativo prometeico di diventare il primo uomo dal 1969 a completare il Grande Slam, ovvero a vincere tutti e quattro i tornei dello Slam dello stesso anno; seduto accanto a lui c’è Milan Jolovic che negli anni della guerra jugoslava è stato il comandante dell’unità militare chiamata “I lupi della Drina”. Fra le loro imprese, spicca l’aver combattuto al fianco dell’esercito della Repubblica Serba in occasione del Massacro di Srebrenica, nel quale vennero giustiziati oltre ottomila bosniaci musulmani. Jolovic salvò anche la vita a Ratko Mladic, il generale che guidò il massacro. Dopo la condanna di Mladic per crimini di guerra al tribunale dell’Aia, nel 2017, Jolovic aveva commentato dicendo che era un altro passo verso la “satanizzazione del popolo serbo”.

Contattato da Al Jazeera, Djokovic si è rifiutato di commentare il suo pranzo. Non è la prima volta che il tennista mostra una vicinanza ambigua al passato militare più oscuro della sua terra. Gli è capitato, per esempio, di sponsorizzare un liquore che portava il nome di Draza Mihailovic, generale jugoslavo collaborazionista dell’esercito nazi-fascista durante la Seconda guerra mondiale.

Nel 2020, dopo la vittoria della Atp Cup, era circolato un video di Djokovic che cantava, insieme ai compagni di squadra serbi, una marcia militare nazionalista. L’ambasciatore kosovaro in Bulgaria, Edor Cana, aveva commentato l’episodio con durezza, definendo la squadra serba “primitiva e sciovinista”. A luglio del 2020, al termine di un viaggio in Bosnia con la sua famiglia, è stato insignito dell’onorificenza all’Ordine della Repubblica Srpska, la parte serba della Bosnia. Anche in quel caso si era discusso molto dell’opportunità di accettare quel premio consegnatogli da Milorad Dodik – politico negazionista del Massacro di Srebrenica – e che in passato era stato attribuito a personaggi come Slobodan Milosevic, Ratko Mladic e Radovan Karadzic, e cioè tre criminali di guerra.


Djokovic durante il pasto con Jolovic (Youtube)

Il nodo Kosovo

La fotografia che lo ritrae insieme a Jolovic, quindi, non sembra un caso e contribuisce ad aumentare l’oscurità attorno a uno sportivo con un talento spaventoso in campo, ma anche nell’attirarsi cattiva pubblicità. Non è passato poi molto tempo dalla sua lettera al New York Times in cui si dichiarava contrario a vaccinarsi contro il Covid-19, suggerendo che l’allenamento del corpo e della mente gli sarebbe bastato per sviluppare gli anticorpi necessari a contrastare il virus; non è passato poi molto tempo dall’Adria Tour, il folle torneo organizzato in piena pandemia a scopi benefici ma senza valide misure sanitarie. Stadi pieni, assenza quasi totale di mascherine, molti abbracci e diversi contagi finali, compreso quello dello stesso Djokovic, costretto a chiedere scusa con la coda fra le gambe.

Ma l’episodio della fotografia non ha a che fare con la figura del Djokovic mistico – il seguace delle teorie pseudoscientifiche di Masaru Emoto – ma con quella del Djokovic politico. La dimensione politica è centrale nella sua narrazione, e lo è anche per come ha contribuito a formarlo come persona e come tennista. Il punto di inizio della sua storia non è banale; è lì dove la storia della Serbia ha conosciuto i suoi snodi più brucianti: il conteso Kosovo, una terra piena di ferite lontane e recenti.

Novak Djokovic ha iniziato a giocare a tennis in un resort sciistico a Kapaonik, località fra le montagne serbe al confine proprio con il Kosovo. Lì i suoi genitori gestivano un negozio di articoli sportivi, uno di souvenir e soprattutto una pizzeria (strano destino per Novak, a cui più avanti negli anni è stata diagnosticata la celiachia). Il resort aveva anche dei campi da tennis e lì, nel 1993, durante l’estate dei suoi 6 anni, Novak conobbe Jelena Gencic, diventata la sua prima allenatrice, la sua seconda mamma e la sua mentore. Un personaggio eccentrico: autrice televisiva, appassionata di arte, psicologia e musica classica, era stata la prima allenatrice di Monica Seles e quell’anno fu mandata a lavorare a Kapaonik direttamente dal partito. Racconta di aver capito che Nole sarebbe diventato un campione solo dall’intensità del suo sguardo. Il Kosovo torna più volte nei discorsi di Djokovic. Nel 2008 ha partecipato con un videomessaggio alla manifestazione “Kosovo is Serbia”, rammaricandosi di non poter essere presente fisicamente alle proteste di piazza: “Vogliamo mostrare al mondo che non siamo piccoli”.


Un murale pro-Serbia a Kosovska Mitrovica, città divisa del Kosovo (Keystone)

Bombe e candeline

In una lunga intervista rilasciata nel 2020 a Graham Bensinger dichiara che il cuore della Serbia è fra le montagne al confine col Kosovo. Uno statement non esattamente neutro. Quell’intervista rimane un documento fondamentale per capire il rapporto tra Djokovic e il suo Paese. A 12 anni ha spento le candeline della sua torta di compleanno in mezzo al rumore degli aerei Nato che bombardavano Belgrado; andava a trovare suo nonno non solo per normali visite di cortesia, ma per rifugiarsi nel suo rifugio anti-bombe. Ama parlare della sua terra con un misto di orgoglio e fatalismo. In controluce, la vaga sensazione di non essere capito fino in fondo da non-serbi. Lo definisce “il destino di questa regione”, quello di essere teatro di conflitti, dalle guerre dell’alto Medioevo al milione di morti pagato dalla Serbia durante la Prima guerra mondiale.

Mentre cominciava a vincere nei tornei Under-12 e Under-14, gli è stato proposto di gareggiare con la Federazione britannica. La sua famiglia ha rifiutato; lui definisce l’essere rimasto serbo “un rischio”. La Serbia, però, lo ha reso quel che è, guerra compresa: “Quegli anni mi hanno reso resiliente, forte e capace di apprezzare tutto ciò che ho nella vita oggi”. Nella sua carriera ha visto nel successo anche una ricompensa da offrire alla sua patria per la sofferenza vissuta, e per averlo reso quel che è. Forse anche per questo sul campo da tennis sembra vibrare di un’energia e di una determinazione supplementare. Forse anche per questo ci tiene così tanto alle partite in cui rappresenta la Serbia: definisce la Coppa Davis vinta nel 2010 il suo successo sportivo più importante; dopo l’eliminazione dalle Olimpiadi del 2012 ha chiesto personalmente scusa al presidente del Comitato olimpico serbo Vlade Divac, che ha raccontato di averlo trovato sconvolto negli spogliatoi, intento a tagliare le sue racchette con una sega.


Djokovic e Federer durante la Laver Cup (Keystone)

Il confine tra il sano patriottismo e il nazionalismo più radicale in Serbia è fragile e difficile da tracciare, specie attraverso le lenti ideologiche europee. Anche per questo, però, è naturale farsi delle domande sulla visione politica di Djokovic. Non solo per questi episodi controversi di cui è regolarmente protagonista – e che non dovrebbero portarci ad analisi frettolose da fast-food – ma soprattutto perché sembra un’atleta esplicitamente interessato alla politica. Sin dal suo arrivo non si è fatto problemi a prendere posizioni in questo senso.

Nel 2008, per esempio, dopo la vittoria del torneo di Roma si recò in ambasciata a votare dopo aver espresso alla stampa il suo aperto sostegno per il candidato filo-europeista Boris Tadic. All’attivismo filantropico con la sua fondazione, ha affiancato un attivismo politico all’interno del tennis. Nell’estate del 2020, mentre i tornei erano fermi e si è ritrovato con molto tempo per pensare, si è dimesso dal concilio dei giocatori per creare una nuova associazione, la Ptpa, con l’obiettivo di rivedere la distribuzione dei compensi nei tornei: un altro gesto controverso, che gli ha attirato le critiche di Nadal e Federer, e anche della stampa statunitense che ha notato presto la totale assenza di donne nell’associazione. Questa però è una grossa differenza tra Federer e Djokovic: se Roger ama il successo, Djokovic sembra amare soprattutto il potere che deriva dal successo.

Il presidente perfetto

Lo si vede anche dalle piccole cose, dalla disinvoltura con cui usa la propria immagine in pubblico. Lo abbiamo visto per esempio al villaggio olimpico a Tokyo scattarsi milioni di selfie con tutti gli altri atleti presenti, felice di essere una specie di presidente dello sport serbo. Si muove già come un uomo di Stato. Parla fluentemente cinque lingue, è brillante nella conversazione e possiede un desiderio a tratti patologico di piacere agli altri. Vive a Montecarlo e conosce l’etichetta. Federer ha confessato alla tv, durante un’edizione di Wimbledon, di aver chiesto a Novak come avrebbe dovuto rivolgersi alla Regina Elisabetta (“Novak sa questo genere di cose”); ma è perfettamente a suo agio sugli spalti di uno stadio di calcio serbo, o nelle manifestazioni di piazza.

Negli anni ha tentato di tenere in equilibrio la sua vocazione internazionale e le sue radici nazionali, di rimanere credibile sia per il pubblico globale che per i suoi tifosi serbi, che durante le sue partite più importanti paralizzano le piazze di Belgrado per vederlo giocare. La biografia che gli ha dedicato Chris Bowers si intitola, in modo significativo, “The Sporting Stateseman”. A volte offre davvero l’impressione di usare il tennis come biglietto da visita per qualcosa di più grande, di cui riusciamo solo a intravedere i confini.

A volte Nole sembra già più grande della più alta carica dello Stato. Nel 2011 Boris Tadic ha dovuto interrompere un suo discorso presidenziale perché era appena arrivato Djokovic a palazzo. Lo stesso anno, dopo la vittoria a Wimbledon, Tadic disse scherzosamente: “Novak, se vuoi ti cedo la poltrona!”. Ma quanto scherzava? Nel 2013, in un’intervista alla Cbs, lo stesso ex presidente filosofo ha dichiarato che Djokovic ha fatto molto per migliorare l’immagine del Paese nel mondo. Poi ha detto un’altra cosa, che potete mettere sotto la luce che preferite: “È così popolare che potrebbe vincere tranquillamente le elezioni e diventare presidente”.


Djokovic è nato a Belgrado il 22 maggio 1987 (Keystone)

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