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Ticino7
14.07.18 - 14:450

Italiani a Wimbledon

Da Bisteccone a Lady Tennis, storia di un'epoca e di un torneo visti dal Belpaese

I campi di gioco, in quegli anni, erano affollati come le piscine d'estate. Adriano Panatta era il Roger Federer italiano, così prevaricante nella sua popolarità da rendere inimmaginabile che proprio King Roger, decenni dopo, avrebbe voluto come coach non lui ma Paolo Bertolucci, compagno di doppio alto poco più della metà di «A-dria-no» (così chiamava il Foro Italico Panatta, a tempo con le mani). 

Il tennis si impara guardando, così come a disegnare si inizia copiando. Poi, in entrambe le arti si deve studiare, affinché un buon rovescio non sia un colpo saltuario, e un ritratto non sia uno stereotipo. E per guardare il tennis, nel 1978 e per molti anni ancora, in Italia c’era la TV pubblica senza parabola, senza contratto, senza spese aggiuntive, che trasmetteva tutti gli ‘Slam’. Insomma, la RSI di oggi. E la Rai di allora affidava il suo racconto a Guido Oddo, gentiluomo della pallina e pure dei cavalli. Per chi preferiva il tifo alla cronaca sportiva tout court, c’era comunque Giampiero Galeazzi, legato a quella sensazione che il commento avvenisse da supino, in mutande, su di una sdraio posta all’ombra di una palma finta al Circolo del Tennis di Fregene.

Fregene e Montecarlo

In quegli anni indimenticabili di tennis atipico, fantasioso, dinamico e geniale (tranne quando in campo c’erano Barazzutti e Vilas, e la fantasia si prendeva una pausa-caffè), la rivoluzione la fece Lea Pericoli su Tele Montecarlo (Tmc), aprendo al commento tecnico con tanto di esperti. Tmc, oltre a fare concorrenza al Tennis Club Fregene, aveva un pregio che veniva assai prima della sua regale commentatrice: al contrario della televisione di Stato, non interrompeva le partite sul match point. L’interruzione sul più bello era un vezzo di Mamma Rai in quegli anni, generosa ma frustrante responsabile di un doppio coitus interruptus: la finale del Grande Slam e la proclamazione del vincitore del Festival di Sanremo. Così, in entrambi i casi, si doveva attendere il primo telegiornale per sapere com’era andata a finire.

Su Tmc la Signora del Tennis, così definita dalla stampa, gestiva la telecronaca da perfetta padrona di casa, con competenza, cortesia e femminilità. Più che un collegamento televisivo, il suo era un interminabile tè delle cinque che si protraeva oltre l’ora di cena, complice il ‘fuso’ di Londra e quel sole da noi già ben al di sotto dell’orizzonte, che dai campi dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club di Wimbledon, invece, rifletteva ancora partite in piena luce. Narrava con semplicità la Signora del Tennis, e chiarezza; spiegava il significato di «drop shot», «demi-volée», «slice», rendendo il torneo un convivio; e quell’aria da campetto d’allenamento del Circolo Galeazzi, imaginato pieno di mosche e di ascelle sudate, su Telemontecarlo diveniva una lieve brezza monegasca. A casa della Signora del Tennis sembrava di stare in giardino, tra teste coronate e variegato jet-set, con la propria Citroën AX parcheggiata tra Rolls e Bentley. La sensazione era che fossimo tutti invitati, senza distinzione di classe. Tutti autorizzati a formulare una tattica, o a dire la nostra sul vestitino corto di Tracy Austin.

Come alla tele

Ci sono stato a Wimbledon, anni fa. È proprio come alla televisione. I passaggi pedonali che conducono ai campi, gli shop con i souvenir tipici delle città d’arte, l’albo d’oro, una sacra reliquia che riporta i nomi e i cognomi di chi ha vinto. È stato indimenticabile, anche se quel giorno la pioggia fermò il torneo e nessuno scese mai in campo. Ci tornai il giorno dopo, per rifare le stesse cose del giorno prima. Ma senza l’ombrello.

A Wimbledon, per entrare nel Tempio, fanno tutti la coda, fosse anche una notte intera. Giovani britanniche spruzzate di efelidi consegnano il Certificato di coda poco fuori la fermata del metrò, documento senza il quale non si può entrare nemmeno se sei amico di Meghan Markle. In coda ti vengono offerti succhi di ribes e fragola, l’acqua fresca e il giornale che profuma di stampa. Tutto è molto bello, anche quando piove, così bello che ci si dimentica del governo ladro. A fine serata, guadagnando l’uscita, ci si accorge che c’è già un’altra coda in entrata, quella degli inglesi con le tende e i fornelli da campeggio e i sacchi a pelo, pronti a dormire per strada così da poter accedere il giorno dopo al Campo centrale, per tifare l’idolo di casa. Perché, forse lo si è capito, a Wimbledon non esistono prenotazioni, non si possono comprare i biglietti su internet, non c’è la prevendita nei supermercati e non ci sono i bagarini. 

Tu, operaio, direttore generale, spazzacamino, blogger, medico condotto, bancarottiere, chiropratico, chiromante, qualsiasi professione tu abbia scelto di fare in questa vita, devi fare la coda con il Certificato di coda, come tutti gli altri. Non esiste coda più democratica di quella di Wimbledon. E quando arrivi ai cancelli, se non hai il certificato, non importa se hai un padre che conta: alzi i tacchi e torni all’inizio, te ne fai dare un altro e ricominci da capo. Altri succhi di fragola, altri giornali, altra acqua fresca, altra pioggia.

Gioco, partita, incontro

A Wimbledon nessuno ti passa davanti, durante la coda, perché la gente è educata. Se non rispetti la fila ti guardano male e pensano subito che sei italiano. Come se in Inghilterra, poi, fosse tutto perfetto: le donne dopo i cinquanta generalmente imbruttiscono, bande di bambini assetati di sangue si inseguono armati per strada. È pur sempre il paese dei Sex Pistols. 

Vogliamo parlare della cucina? Di buono c’è che gli hooligan, al circolo, non ci vengono. E non perché c’è la polizia, quanto perché di tennis non ci capirebbero nulla. Tutto è perfetto a Wimbledon, tanto che sembra una riproduzione dell’originale. Mi sono fatto una foto sul Campo centrale, sarà la foto della mia lapide. L’epitaffio: «Gioco, partita, incontro».

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