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STORIE MONDIALI
23.08.22 - 05:30
Aggiornamento: 09.11.22 - 15:49

Quando una sconfitta vale un titolo iridato

Al Mondiale del 1974 giocato in Germania Ovest i padroni di casa persero il derby con la Ddr ma poi vinsero la Coppa

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La polizia berlinese lo trovò su un marciapiede di Prenzlauer Berg, privo di conoscenza, con gravi ferite al capo e un tasso alcolemico da fare invidia a Charles Bukowski. Benché avesse addosso i documenti, nessuno realizzò che quel barbone schiumante acquavite fosse Reinhard "Mäki" Lauck, veterano del più importante successo della nazionale di calcio della Ddr: il trionfo di Amburgo sui cugini della Germania Ovest ai Mondiali del ’74. Spirò dopo un paio di giorni e alle sue esequie non v’era alcun rappresentante del mondo del calcio. Eppure, ventitré anni prima, qualcuno aveva detto che l’indiscusso matchwinner di quel celebre derby tedesco era stato proprio Mäki Lauck, molto più di Jürgen Sparwasser, cioè l’autore del gol che costrinse gli Occidentali alla sconfitta. In realtà Beckenbauer, Gerd Müller e compagni – benché in ballo ci fosse un bel po’ di prestigio politico data la contrapposizione fra capitalismo e comunismo – quella sfida fecero di tutto per perderla, e ci riuscirono con stile. I tedeschi dell’Ovest infatti, molto più liberi e assai più furbi dei cugini dell’Est, più che alle quisquilie ideologiche pensavano al primato nel girone della prima fase, che per una volta sarebbe stato meglio evitare.

Il vincitore sarebbe infatti finito nella poule della morte con Brasile, Argentina e Olanda, mentre il secondo in classifica, sul cammino verso la finale, avrebbe invece incrociato Svezia, Polonia e Jugoslavia, squadre mille volte più abbordabili. E infatti, quando al 77° minuto Sparwasser portò in vantaggio i tedeschi del Patto di Varsavia, i tedeschi della Nato non parvero per nulla dispiaciuti. Anzi, sembrava proprio se la ridessero di gusto.

Ideali e quattrini

Fra i più felici per la sconfitta c’era Paul Breitner, 23 anni, piedi educati e discrete letture. Zazzera da rockstar e barba da rivoluzionario cubano erano diventati il suo marchio di fabbrica. Coi giornalisti parlava di Vietnam, gente oppressa e diritti civili. Pubblicamente elogiava i modelli d’Oltrecortina, ma poche settimane più tardi, alzata al cielo la Coppa del mondo, non si trasferirà certo allo Spartak Mosca o alla Dinamo Dresda, bensì al Real Madrid. Per chi credeva nell’integrità del campione marxista, fu dura accettare che avesse ceduto alle lusinghe e ai milioni del dittatore fascista Francisco Franco. Consolatorio, 4 anni più tardi, fu immaginare che Breitner non andasse ai Mondiali per solidarietà col popolo argentino vessato dalla tirannide del Generale Videla. Il centrocampista non smentì, ma almeno evitò di confermare. Dopo la vicenda spagnola, del resto, non aveva più alcuna verginità da spacciare. Un paio di nazionali tedeschi dell’ovest, però, rivelarono che il buon Paul in realtà aveva disertato la trasferta sudamericana perché il gettone offerto dai dirigenti federali copriva poco più che il rimborso delle spese. Ma presto una nuova polemica lo travolgerà: un produttore di dopobarba gli chiede di far sparire dal volto ogni singolo pelo. In cambio di 150mila marchi, che all’epoca sono una fortuna, il compagno Breitner dovrebbe rinunciare alla barba rivoluzionaria che ha contribuito a farlo diventare un mito. E lui ovviamente monetizza, sferrando l’ennesimo colpo basso alla sua claque politica.

Fu vera gloria?

Ma torniamo al 1974, a Mäki Lauck e ai suoi compagni, che nel socialismo reale erano costretti a viverci davvero, poveracci. Dopo il fischio finale – siccome sarebbe stato poco educato ammettere di essersi scansati – gli Occidentali riconobbero ai cugini una certa superiorità e all’Est il regime iniziò a spacciare fanfaronate secondo cui Sparwasser, novello idolo, avesse tutto da solo abbattuto la fortezza capitalista. E gli ottomila tifosi Orientali – che beneficiavano di un permesso di espatrio valido solo poche ore – da Amburgo la sera se ne tornarono in treno dalla parte sfigata della Cortina di ferro con un nuovo eroe da adulare. I giocatori della Ddr invece – incassati i complimenti e la promessa di 2mila marchi di premio – se ne restarono ancora qualche giorno nel libero e corrotto mondo occidentale, giusto il tempo di farsi battere da brasiliani, olandesi e argentini e di vedere i cugini della Brd volarsene comodamente in finale dopo essersi bevuti jugoslavi, svedesi e polacchi. Poi fu il momento di richiudere le valigie – imbottite di collant per mogli e fidanzate – e rientrare nella Germania Democratica, dove il calcio sarebbe ritornato disciplina negletta, essendo per sua natura impossibile da addomesticare col doping. Niente a che vedere insomma con nuoto e atletica leggera, garanzia di allori olimpici a maggior gloria del capo supremo Erich Honecker e dei suoi accoliti. Un oro ai Giochi, per la verità, riuscirono a conquistarlo anche i calciatori della Ddr – nel 1976 – ma solo perché il torneo a 5 cerchi a quei tempi valeva meno della Coppa Cobram. Le nazioni Occidentali infatti lo facevano disputare a ragazzini di 19 anni, mentre i Paesi dell’Est schieravano i loro calciatori migliori – dilettanti solo nel conto in banca – e regolarmente trionfavano, occupando spesso l’intero podio.

Le vite degli altri

Rimpatriati, gli eroi di Amburgo ripresero a disputare il loro triste e poverissimo campionato. Il solo a cui la vita cambiò fu Jürgen Sparwasser – ormai un simbolo – che veniva spedito in ogni angolo del Blocco comunista a raccontare a studenti e operai i dettagli della sua impresa, ricavandone omaggi e privilegi di varia natura. Ad ogni modo nulla di irrinunciabile, visto che qualche anno più tardi pensò bene di scapparsene in Occidente con tutta la famiglia. Mäki Lauck rimase invece a Berlino, obbligato dai funzionari della Stasi a vestire la maglia della loro squadra – la Dinamo – che lo aveva strappato alla Union, rivale cittadina a cui lui aveva lasciato il cuore. Per i tifosi traditi, Lauck divenne un disertore indegno di perdono. Agli insulti il ragazzo fece comunque il callo, come del resto ci si abituava a tutto, sotto quel regime che annullava desideri, emozioni, talento e ambizione. Nel 1981, dopo tre campionati vinti consecutivamente, un problema al ginocchio costrinse il trentacinquenne centrocampista a ritirarsi. Fallito il tentativo di convertirsi in allenatore, cadde vittima della depressione. I pezzi grossi della Stasi lo assegnarono alla manutenzione del loro parco macchine come saldatore, il mestiere che aveva imparato da ragazzo. Ma era un lavoro troppo pericoloso per chi, ormai, combatteva il male oscuro con boccioni di vodka scadente, e così fu messo a scaricare carbone. Di lui si scordarono tutti presto, e la Dinamo gli revocò perfino la tessera per l’accesso gratuito alle partite casalinghe.

Non è tutto oro...

Caduto il Muro, riunificata la Germania, bisognava a ogni costo riunire pure i tedeschi. E a qualcuno – travolto da quella frenesia di pacche sulle spalle – venne l’idea di rigiocare la sfida di Amburgo vent’anni dopo il trionfo Orientale. A ripescare Lauck dall’oblio in cui s’era perduto fu proprio quella cartolina di precetto che lo convocava a Steinach con tutti gli altri reduci di una lontana serata estiva del 1974. Agli organizzatori Mäki dovette confessare di essere sprovvisto della moneta necessaria a raggiungere la Turingia, e loro gli mandarono il biglietto e i marchi necessari a procurarsi scarpe e parastinchi. Lui però spese tutta la grana in alcol e, giunto a destinazione, vomitò sui piedi degli ex colleghi e non fu in grado di giocare neanche un minuto. Quando i servizi sociali andarono a liberare dalle bottiglie vuote la sua stanza nei pressi dell’Alexanderplatz, un giornalista ispirato scrisse che nella semioscurità si era acceso il bagliore della sua medaglia olimpica. Secondo quel mancato poeta, era l’unica cosa che teneva collegato Mäki alla sua vita passata. In realtà era ancora appesa alla parete soltanto perché – quando Lauck cercò di piazzarla al monte di pietà – scoprì che di oro zecchino quella patacca ne conteneva pochissimo.

Questa è la decima puntata di una serie dedicata alla storia della Coppa del mondo di calcio che ci accompagnerà fino a novembre, nell’immediata vigilia di Qatar 2022.

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