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QATAR 2022
05.12.22 - 16:24
Aggiornamento: 16:41

Achraf Hakimi e un derby tra calcio e politica

Il laterale del Psg e del Marocco è nato a Getafe ed è cresciuto al Real Madrid: ‘Ma giocare per il Marocco non ha prezzo’

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In un Mondiale che sembra divertirsi a mettere in difficoltà coloro i quali ritengono inaccettabile un connubio tra sport e politica, dopo Iran - Stati Uniti, Serbia - Svizzera, Inghilterra - Galles, Francia - Tunisia, il calendario propone una sfida tra Spagna e Marocco foriera di ulteriori tensioni. All’interno del territorio spagnolo abita circa un milione di marocchini e dopo quanto successo a margine della vittoria dei Leoni dell’Atlantide contro il Belgio, con Bruxelles messa a soqquadro, le forze dell’ordine delle principali città iberiche sono sul chi vive. Martedì Spagna e Marocco si giocheranno il penultimo posto nei quarti di finale e un successo africano – difficile, ma non impossibile – potrebbe dare vita a nuove violenze. Anche perché, le relazioni tra Madrid e Rabat non sono idilliache. Se in primavera il governo di Pedro Sanchez ha deciso di approvare il piano di autonomia del Sahara Occidentale, presentato dal Marocco all’Onu nel 2007, "scaricando" di fatto il popolo Saharawi, rappresentanto dal Fronte Polisario, fautore dell’indipendenza dell’ex territorio coloniale, la situazione rimane comunque tesa nelle enclave di Ceuta e Melilla, dove nella primavera 2021 si era prodotta una crisi migratoria le cui immagini avevano fatto il giro del mondo. Di fatto, le guardie di confine marocchine non avevano più fermato i migranti che provavano a superare la frontiera, costringendo Madrid a schierare l’esercito, con tanto di mezzi blindati. Una frontiera, tra l’altro, formalmente chiusa da parte spagnola sin dal 2020, in concomitanza con lo scoppio della pandemia di Covid-19, e che è rimasta invalicabile fino allo scorso mese di maggio, vale a dire per 794 giorni. Insomma, esistono sufficienti tensioni – anche sul fronte economico, ad esempio nell’ambito della pesca – per fare di quella di martedì una sfida ad alto rischio.

Lontano dal Qatar, certo. Ma anche in campo, in relazione a un ottavo di finale non così scontato come si potrebbe pensare. Il Marocco è stato una delle sorprese positive della fase a gironi, l’unica africana ad aver davvero strappato applausi, in particolare in occasione della vittoria su de Bruyne e compagni. Per alcuni protagonisti in campo, si tratterà addirittura di un derby. Ad esempio per Achraf Hakimi, nato in un quartiere povero nella periferia di Madrid, e cresciuto alla Casa Blanca del Real, da dove è partito alla volta di Dortmund, Milano (sponda Inter) e Parigi (Psg)… «Ma giocare per il Marocco è tutta un’altra cosa. Ottenere un risultato importante con la selezione del tuo Paese non è la stessa cosa che vincere con il club».

A 24 anni, Hakimi è al suo secondo Mondiale dopo quello in Russia, concluso con l’eliminazione al primo turno. In Qatar i Leoni dell’Atlante hanno già ottenuto un risultato storico, con un ottavo di finale che mancava dal 1986. E lo hanno fatto incassando un solo gol in tre partite (miglior difesa con Croazia e Brasile). Per lui, nato a Getafe da una donna delle pulizie e da un venditore ambulante, entrambi emigrati dal Marocco negli anni Ottanta, la sfida con le Furie rosse avrà un sapore tutto particolare… «È nato in un quartiere povero, operaio a forte densità marocchina. Per lui l’ottavo di finale con la Spagna sarà un vero e proprio derby», spiega Dani Gomez, giornalista sportivo del quotidiano locale Hora Azulona che ha frequentato Hakimi fin dalle scuole elementari.

L’attuale laterale del Psg vanta pure un trascorso nelle selezioni giovanili spagnole… «Ma ho capito subito che non si trattava della collocazione giusta. Non mi sentivo a mio agio». Adesso, con la Nazionale di Rabat, Hakimi si sente una star indiscussa. Nonostante un leggero fastidio muscolare, il suo inizio di Mondiale è stato più che buono: contro il Canada ha servito l’assist per il gol di En-Nesyri ed è stato eletto "man of the match"... «Con la Nazionale il mio apporto al gioco è più importante. I compagni mi fanno sentire a mio agio, ho la possibilità di toccare spesso il pallone. A Parigi a volte corro molto, ma non vengo integrato nel gioco, mentre qui tutti mi cercano, tutti sono consci dell’importanza che posso avere, sul piano offensivo, come su quello difensivo».

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