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30.03.21 - 19:03
Aggiornamento: 19:43

‘Avanti finché la matematica non ci condanna. E anche oltre’

Ultime partite con l'Ambrì e della carriera per Michael Ngoy: ‘Meglio decidere il momento ideale per smettere che fare un anno di troppo’

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In contrasto con Wetter nella partita di sabato contro il Rapperswil (Ti-Press)

Prima o poi arriva anche il momento di mettere il punto finale alla propria carriera professionistica. È inevitabile. E quel punto, Michael Ngoy ce lo metterà al termine di questa stagione, vent'anni dopo aver calcato per la prima volta le piste del massimo campionato (allora con la maglia del Losanna). «La decisione di chiudere qui la mia avventura, una fantastica avventura, l'avevo maturata già al momento di rinnovare per il corrente campionato – chiarisce il 39enne difensore vodese –. Questo è un genere di decisioni che vanno discusse in famiglia e prese assieme. E, appunto, ne avevo parlato con mia moglie, convenendo che questo era l'anno giusto per dire basta. Il fatto di deciderlo con largo anticipo ci ha anche permesso di pianificare il 'dopo' carriera con più calma: la mia 'pensione' di giocatore la trascorrerò nella casa che abbiamo appena comperato, nel canton Friborgo, ma vicino a Losanna. Dove continuerà comunque la mia carriera di sportivo, perché di smettere completamente non me la sento».

Per il numero 82 dei biancoblù, l’addio alla National League arriva in concomitanza con un altro commiato: quello della Valascia... «Sì, è singolare che le due cose arrivino allo stesso momento, ma la mia scelta di smettere non dipende certo da questo, né l’ha influenzata. Semplicemente, considerato che non sono più giovanissimo, sportivamente parlando, questo era il momento ideale per appendere i pattini al chiodo: avessi scelto di andare avanti, il rischio che la prossima sarebbe stata la stagione di troppo aumentava, e questa era una cosa che volevo evitare. Sono contento di chiudere la mia carriera qui, ad Ambrì, dove ho vissuto cinque anni incredibili. L’unico mio rammarico è il fatto di dover finire così, senza poter salutare un’ultima volta i tifosi in Curva. Giocare qui è stato fantastico, incredibile. Già quando ci venivo in veste di avversario dell’Ambrì, all’inizio restavo perplesso a guardare l’impianto, ma poi, una volta in pista, venivo travolto dall’ambiente che c’era: nessun’altra pista in Svizzera mi ha mai fatto provare questo genere di emozioni, da pelle d’oca, nemmeno Berna con i suoi quasi 17mila spettatori».

Prima del commiato c’è comunque ancora una stagione da onorare e, soprattutto, ancora diverse battaglie da combattere sul ghiaccio. Altri capitoli che vanno ad allungare un libro, quello della sua carriera, che ne contiene già altri mille. E come li vivi questi ultimi impegni in biancoblù e da professionista? «Fisicamente sono al top, e questa in fondo è stata la mia grande fortuna sin qui: quella di non aver mai subìto infortuni gravi negli ultimi anni... E poi cerco di gustarmi fino in fondo questi momenti, queste emozioni. Sia in allenamento, sul ghiaccio o in palestra, sia in partita. Tutta questa routine mi mancherà, ma ora a questo non ci voglio pensare: provo a godermi questi ultimi istanti da giocatore. Sono al cento per cento convinto della mia decisione di smettere, ma sono altrettanto convinto a voler andare fino in fondo a questa avventura dando il massimo, senza risparmiarmi. Succeda quel che succeda questa settimana...». Già, succeda quel che succeda, perché perdendo la sfida direttissima di sabato contro il Rapperswil, il destino dei leventinesi non è più unicamente nelle loro mani: ora a Ngoy e compagni non basta più vincere almeno due delle ultime quattro partite (o tre, qualora quella col Bienne di giovedì venisse cancellata dalla pandemia dei Seeländer) e raggranellare almeno un altro punto, ma sperare che nel contempo il Rapperswil si fermi a quota 53... «Beh, sì, non siamo in una bellissima posizione, inutile negarlo, ma ciò che posso assicurare è che non molliamo niente: non è assolutamente ancora finita. E anche se dovesse arrivare il verdetto matematico prima di lunedì (data dell’ultima partita, ndr), daremo il massimo pure nelle ultime partite. Per noi non cambia assolutamente niente: vogliamo mostrare a tutti qual è la nostra identità, quella di una squadra che non si arrende, e che, comunque lotta fino alla fine. Siamo guerrieri e il nostro impegno lo onoreremo fino all’ultimo; è anche una questione di rispetto, per i compagni, verso lo staff e verso i nostri tifosi».

Ripensando al weekend, la sensazione è che se l’Ambrì avesse saputo replicare una prestazione sui medesimi livelli di venerdì alla Cornèr Arena, sabato contro il Rapperswil molto probabilmente l’epilogo sarebbe stato diverso: «Stanchezza? No, sicuramente non siamo mancati sul piano fisico: quando la posta in palio è così alta, la stanchezza non la senti. Forse siamo stati un po’ vittima della pressione dettata dalle aspettative che c’erano attorno a questa partita». Sarebbe cambiato qualcosa se sugli spalti ci fosse stato il pubblico? «Sì, non ho dubbi. In una partita così, i tifosi sarebbero stati davvero il nostro sesto uomo. E, più in generale, con il pubblico a cambiare sarebbe stata con tutta probabilità anche la nostra stagione: sono poche le squadre come l’Ambrì, che possono contare su un tifo che sa davvero darti la carica. Un po’ come succedeva quando con il Friborgo giocavamo a Langnau, se proprio vogliamo trovare un altro esempio».

La prima chiamata da 'dentro o fuori' dell'Ambrì Piotta è per stasera a Zurigo, contro una squadra che, in barba alla classifica (e al roster) avete battuto tre vole su tre questa stagione: «È la dimostrazione che si possono battere tutte le squadre. D'altro canto nella nostra posizione non ci sono formazioni più abbordabili di altre: per noi sono tutte partite sulla carta difficili. In più, quando affronti squadre così quotate, hai il vantaggio che davvero non hai nulla da perdere e che, semmai, puoi solo smentire il pronostico. È anche una questione psicologica».

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