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Ultimo aggiornamento: 22.09.2018 15:53
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TiPress
Hockey
10.09.18 - 11:300

Tobias Stephan: 'Nulla indica che non possa vincere'

Lunga chiacchierata a ruota libera con il portiere dello Zugo. Così conosciuto, così misterioso.

Il riservato

"Possiamo incontrarci, ma non parlerò del mio trasferimento a Losanna in vista del prossimo campionato. Se sei comunque ancora interessato a parlare con me fatti vivo". Con questo messaggio inviato tramite WhatsApp Tobias Stephan mette subito le cose in chiaro. Ovviamente avremmo tanto voluto tastare il suo polso in merito all’avvenimento e lo scopo dell’intervista era fondamentalmente questo, ma in fondo a una chiacchierata con il portiere dello Zugo non si dice mai di no. Lo zurighese è in effetti un personaggio che non appare molto a livello mediatico. Anche per ciò che concerne i social media è in sostanza uno di vecchia scuola: non ha un profilo Instagram e i suoi account di Twitter e Facebook sono quasi inattivi. Un cinguettio all’anno, a farne una pelle, mentre l’ultima notifica in Facebook risale invece a due anni or sono. «È vero, non ci tengo ad apparire molto in pubblico e non cerco risonanza, inoltre non mi piace mostrare o condividere la mia vita privata. Però ovviamente se qualcuno vuole intervistarmi non dico di no, fa parte del mio lavoro». 

Il cannibale 

Il 34enne è un vero cannibale del ghiaccio. Dal suo ritorno in Svizzera nel 2009, dopo la parentesi nordamericana, non è stato titolare in sole 10 occasioni in regular season. Insomma, essere il numero 2 dietro a Tobias è forse il lavoro più brutto di questo mondo per un estremo difensore. «Il mio obiettivo in ogni stagione è di essere pronto e in forma a disputare ogni incontro se il coach lo richiede. È il mio compito, ma poi è evidentemente l’allenatore a decidere chi schierare. Io non ho mai espresso richieste o garanzie nella mia carriera. Non avrei nulla in contrario se il coach decidesse di dare più spazio al secondo portiere. Sinora non è stato il caso, ma credo che da questa stagione, considerando anche l’arrivo del nuovo allenatore, l’obiettivo della società sarà di schierare un po’ di più la mia giovane riserva».

Attitudine e solidità

Diversi suoi colleghi affermano di avere bisogno di una vera concorrenza al fine di migliorarsi. Stephan non ha mai avvertito una certa mancanza di spinta interna? «No, sono molto critico con me stesso, non ho dunque la necessità di avere qualcuno alle spalle che spinge. Certo, un po’ di concorrenza non farebbe male, ma pure non averla non nuoce. Ma ci tengo a ribadirlo. Tutte le mie riserve erano all’altezza della situazione e avrebbero potuto giocare maggiormente. E in allenamento lo spirito di competizione c’è sempre stato. Ogni anno ho preso sul serio i miei secondi». La loro sfortuna è pure stato il fatto che il fratello di Fabian, ex difensore dell’Ambrì, è sempre stato risparmiato dagli infortuni. «Tocchiamo ferro», afferma Tobias. «Oltre ad allenarmi a puntino ho un vantaggio: non peso molto pur essendo alto, quindi le articolazioni o i legamenti ad esempio non vengono sollecitati troppo».

Bravo, ma non un vincente?

Il numero 51 è considerato uno dei migliori cerberi elvetici degli ultimi 15 anni. Una costanza di percentuali di parate veramente notevole (che oscilla praticamente sempre tra il 92 e il 93%) lo dimostra. Eppure il buon Tobi non ha mai conquistato il titolo di campione svizzero. Questa “macchia” lo accompagna da anni e tanti addetti ai lavori lo qualificano dunque come un portiere non vincente. «Essere giudicati, ad esempio dai giornalisti, è parte del business, ci mancherebbe. Ma, onestamente, non do peso a certe critiche di persone che oltretutto magari non hanno mai calzato un paio di pattini. Il giocatore stesso, colui che è sul ghiaccio, sa sicuramente giudicare meglio. Insomma conosce la situazione. Chiaramente il fatto di non avere mai trionfato in campionato è un pensiero ricorrente. Ma è normale. Vincere un titolo è ogni anno il mio obiettivo. Io analizzo le mie prestazioni dettagliatamente e non riduco il tutto a una vittoria o a una sconfitta. L’hockey rimane uno sport di squadra. Nella mia carriera ho avuto realisticamente 2-3 volte la possibilità di trionfare. Quando perdi una finale a gara-7 in quel di Berna, come accaduto con il Ginevra, non c’è nulla che indichi che non puoi essere un portiere capace di portare un team al titolo, anzi. Sono arrivato in finale con Ginevra e Zugo, due squadre non propriamente abbonate a certi appuntamenti. Quindi resto convinto di poter un giorno alzare la coppa e continuerò a provarci». 

È dura spegnere il motore

Anche a 34 anni l’inizio di una stagione resta particolare. «C’è sempre l’attesa, non dipende dall’età. È un momento speciale, non si vede l’ora di cominciare. Ma in fondo prima di ogni partita è così. Io necessito l’adrenalina. Se non ci fosse il fuoco sacro e non avvertissi una sana ansia, per me significherebbe che è il momento di smettere». E pure alla fine di ogni match non è semplice addormentarsi. «Fortunatamente dormo parecchio prima delle partite, ciò mi permette di mettere del fieno in cascina. Dopo i match fatico a dormire. Non tanto perché rimugino o penso alla sfida appena terminata, nemmeno in caso di sconfitta. Analizzo infatti tutto il giorno seguente con calma al video. Semplicemente non è evidente spegnere il motore del corpo, passare da 180 a 0 in sostanza. È dunque fondamentale avere riserve di sonno, specialmente per la notte tra il venerdì e il sabato, visto che d’abitudine si gioca entrambi i giorni».

“Non ero abbastanza bravo“

Stephan fu draftato nel 2002 al secondo turno da Dallas come 34esima scelta assoluta, dunque parecchio avanti. Eppure in Nhl non ha mai sfondato. Con gli Stars ha disputato 11 gare in 3 stagioni. «Il debutto in Nhl resta il ricordo più bello della mia carriera. Non ho rimpianti. A quei tempi non ero ancora pronto, non ero abbastanza bravo. Sono maturato tardi e ho raggiunto il mio apice solo in seguito. I miei veri progressi li ho compiuti specialmente in seguito a Ginevra, grazie a grandi allenatori. La situazione dopo 3 stagioni non era semplice per me, le prospettive erano pochissime. Sarei potuto rimanere in Nordamerica solamente in qualità di terzo o quarto portiere».

Vita da padre

Stephan si è sposato 2 anni or sono e da un anno è papà. «Mia moglie fa la parte del leone a casa, è molto importante e l’apprezzo tanto. Io cerco di dare una mano specialmente in estate e nei giorni dove non ci sono partite. Senza di lei non sarei così forte. L’hockey necessita di tante energie. Prima della nascita del figlio disponevo ovviamente di più calma a casa per recuperare le forze, ora le cose sono un po’ cambiate, ma il nostro primogenito infonde molta carica e quindi il tutto torna in equilibrio».

Nessuna data di scadenza

Stephan, dopo la firma del contratto triennale con il Losanna valido a partire dalla stagione 2019/20, continuerà a giocare ancora per almeno 4 anni. «Non mi fisso una data di scadenza. Non ho dubbi, sono in grado di fornire prestazioni all’altezza per appunto almeno ancora 4 stagioni. Sino a quando avrò questo sentimento e la gioia di giocare resterò in porta, poi vedremo. Sto studiando economia, tra due anni dovrei terminare gli studi. Ora come ora sarei tentato di dirti che uscirò dal mondo dell’hockey, ma magari cambierò idea».

Anche questione di fortuna

In Svizzera, stando a molta gente, c’è un problema legato al cambio generazionale dei portieri, mancano i talenti. «Una premessa, non conosco tutti gli estremi difensori dei vari settori giovanili, è quindi difficile giudicare per il sottoscritto. Presumo che ci sia qualche lacuna, qualche mancanza, Me ne sono accorto sulla mia pelle con la situazione del mercato che si è venuta a creare, ma la Federazione sta reagendo. Ha ingaggiato ad esempio un allenatore dei portieri e ha sviluppato un programma di allenamento specifico. Immagino che negli ultimi anni invece non si sia investito abbastanza e altri Paesi ci hanno superato. Anche se onestamente è pure questione di fortuna: non è che una volta s’investiva chissà quanto nella formazione dei portieri, al contrario. A volte capitano le annate d’oro».

O Kloten mio

Stephan è dispiaciuto per la relegazione del suo Kloten, il suo club formatore. «Ho guardato la gara decisiva contro il Rapperswil, logicamente tifavo per gli Aviatori. È stata una situazione estrema. In fondo non mi concerneva direttamente, ma quante emozioni e nervosismo. Quando fai da semplice spettatore soffri molto di più che a essere in pista a giocartela. Speravo tanto nella salvezza. Ora non sarà semplice risalire, ma ci spero vivamente».

Maledetto mercato

Il regolamento dei trasferimenti in Svizzera fa discutere parecchio. Gli annunci dei vari cambi di maglia arrivano sovente un anno prima. «Capisco che non è ottimale, ma è un dato di fatto. Così è il sistema. Farei però una distinzione tra i portieri e i giocatori di movimento. Ci sono 12 posti per noi, spesso 8-9 di questi sono già occupati, quindi è imperativo muoversi presto quando sei in scadenza. Non puoi aspettare sino a primavera, rischi di restare a piedi. Ogni tifoso critico nella nostra situazione farebbe lo stesso. È il nostro lavoro, dobbiamo mantenere le famiglie e finanziare la nostra vita. Diverso a mio avviso il discorso per gli altri ruoli. Difensori e attaccanti hanno maggiori possibilità. Ma sino a quando non si modificherà il regolamento, funzionerà sempre così. Tutti gli atleti si tuteleranno il prima possibile».  

Gioia

La lunga discussione è ormai al termine. Stiamo già ringraziando Stephan per la disponibilità, quando il portiere decide spontaneamente di dire qualcosina in merito al suo passaggio al Losanna. «Cercavo un club sportivamente ambizioso e che davvero fosse interessato a me. Penso di averlo trovato. Sono dunque molto felice della soluzione vodese. Ma appunto, al momento non voglio dire di più, desidero concentrarmi esclusivamente sulla stagione imminente con lo Zugo».

Una stagione che rappresenta l'ennesima chance per finalmente centrare la sospirata consacrazione. E in fondo sarebbe meritatissima. 

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