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30.11.22 - 14:24

Il futuro della Juve fra rischi, Agnelli ed ex bandiere

Dopo le dimissioni del presidente e dell’intero CdA, per il club bianconero si apre un’era fitta di interrogativi

di Marco D'Ottavi
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Quattromilacinquecentosettantasei giorni dopo il suo insediamento Andrea Agnelli ha lasciato la presidenza della Juventus. Lo fa da presidente più vincente della storia bianconera, l’unico in grado di vincere 9 scudetti di fila, a cui ha aggiunto 5 Coppe Italia e 5 Supercoppe italiane. Ma lo fa anche all’improvviso, con la notizia delle dimissioni in blocco di tutto il CdA arrivate in piena serata, mentre l’Uruguay cercava di recuperare il Portogallo passato in vantaggio grazie a un gol-non gol di Cristiano Ronaldo. Con lui lasciano anche il vicepresidente Nedved e l’amministratore delegato Maurizio Arrivabene, più altri 7 dirigenti che avevano poco o nulla a che fare con l’area sportiva. Dimissioni inaspettate più nella forma, nel mezzo di una riunione straordinaria in un tranquillo lunedì sera, che non nella sostanza. La decisione infatti è stata presa come conseguenza delle accuse di falso in bilancio che la Juventus ha ricevuto nei mesi scorsi sia dalla Procura di Torino che dalla Consob, incaricata di vigilare sulle attività di Borsa in Italia.

I motivi

In una lettera aperta ai dipendenti del club, Andrea Agnelli ha spiegato i motivi delle dimissioni, lasciando intuire anche che, dentro un club che è molto più di una società ma piuttosto un affare di famiglia, non tutti erano più d’accordo sulla direzione da prendere: "Stiamo affrontando un momento delicato ‘societariamente’ e la compattezza è venuta meno. Meglio lasciare tutti insieme dando la possibilità a una nuova formazione di ribaltare quella partita. La nostra consapevolezza sarà la loro sfida: essere all’altezza della storia della Juventus".

Sono due i filoni su cui Procura e Consob stanno indagando. Il primo riguarda le plusvalenze effettuate dalla Juventus sul mercato tra il 2019 e il 2021, che secondo gli inquirenti sarebbero fittizie e avrebbero gonfiato in maniera artificiosa il mercato; il secondo riguarda la manovra stipendi con cui la Juve ha dilazionato i pagamenti dei salari dei propri calciatori durante il lockdown e che sarebbe stata fatta violando i regolamenti contabili. In una dichiarazione del marzo 2020 la Juventus aveva annunciato che avrebbe risparmiato più o meno 90 milioni come conseguenza di un accordo coi suoi tesserati, che prevedeva la rinuncia agli stipendi di marzo, aprile, maggio e giugno. Gli inquirenti sostengono invece che i calciatori abbiano rinunciato solo a una mensilità e che i mercati finanziari siano stati fuorviati dalla dichiarazione del club, una pratica illecita per una società quotata in Borsa. In base a queste indagini la Juventus ha rivisto i suoi bilanci, ma continua a sostenere di aver operato nel rispetto della legge.

Nelle prossime settimane sapremo meglio la gravità delle nuove accuse che pendono sulla testa del club e, di conseguenza, cosa rischia a livello sportivo. Una prima inchiesta sulle plusvalenze portata avanti dal Tribunale federale nazionale si era conclusa con un nulla di fatto, perché non era stato accettato il modello usato dalla Figc per la valutazione dei cartellini dei giocatori coinvolti, ma gli ultimi sviluppi dell’inchiesta Prisma, così è chiamata l’indagine, hanno spinto la Federazione a richiedere gli atti e nei prossimi giorni dovrà valutare se ci siano gli estremi per un nuovo deferimento. Per quanto riguarda la "manovra stipendi", invece, in termini sportivi non c’è una grande rilevanza: che questi accordi sui pagamenti non siano stati comunicati pubblicamente riguarda la Juventus come società quotata in Borsa, non in quanto affiliata alla Figc. Dovesse essere accertato il falso in bilancio, invece, il discorso sarebbe diverso, come dimostra la richiesta di sanzioni già arrivata da parte della Liga spagnola. Se le accuse della Procura di Torino dovessero essere accertate, sulla base dei precedenti della giustizia sportiva la Juventus rischierebbe, sempre nel campo delle ipotesi, pene che vanno dall’ammenda con diffida alla penalizzazione, fino alla retrocessione, che sarebbe il caso più estremo, al momento improbabile. Ma, insomma, sono solo ipotesi.

Dinastia

Quello che resta, ora, è la fine di un’era. Andrea Agnelli è diventato presidente il 19 maggio 2010, succedendo a Cobolli Gigli. Prima di lui erano stati presidenti della Juventus il nonno Edoardo, lo zio Gianni e il padre Umberto. Lui era stato seduto accanto a loro sulle tribune degli stadi, aveva studiato e lavorato per occupare quella posizione. Se la Juventus è degli Agnelli da sempre, un presidente con quel cognome mancava da 48 anni. Andrea Agnelli ha ereditato una società che doveva ancora riprendersi dallo scandalo di Calciopoli, che non riusciva ad attirare i migliori giocatori e che veniva da risultati sportivi deludenti. Nel giro di un anno è riuscito a rivoluzionare tutto: ha inaugurato lo Juventus Stadium, che ha portato nuovi ricavi e una passione più accesa intorno alla squadra, e si è circondato degli uomini giusti, come Beppe Marotta e Antonio Conte, decisivi per ricostruire una mentalità vincente.

Da quel momento la Juventus ha iniziato a vincere dentro e fuori dal campo. Se nel 2010/11 il fatturato era di 156 milioni, nel 2016/17 era diventato di 422 milioni di euro; il risultato netto passato da – 95 a + 43. Per tutti questi anni è stata una società modello, invidiata dagli avversari. In Italia non aveva rivali e anche in Europa aveva raggiunto un livello elevatissimo, culminato in due finali di Champions League perse, quelle che Andrea Agnelli chiama "i suoi rimpianti".

Poi qualcosa si è rotto. Agnelli e tutta la società hanno cercato di arrivare a livello dei migliori club del mondo facendo investimenti sempre più impegnativi. L’acquisto di Cristiano Ronaldo è stata un’operazione di mercato che in Serie A non si era mai vista. Tutti questi investimenti, però, hanno iniziato a pesare sulle casse della Juve. Tra aumenti di capitale e tentativi di contenere la spesa, a pagarne sono state le decisioni sportive. Sempre più acquisti e cessioni sono stati dettati dalla necessità di rimanere ad alti livelli, ma contenendo le spese. La pandemia poi, contraendo i ricavi, ha reso ancora più difficile la sfida di Agnelli, che intanto si era messo in testa anche di cambiare il calcio. È stato lui a lanciare un nuovo logo più simile a quello di una società di tecnologia, a lanciare un appello alla generazione Z, quella dei più giovani che preferisce i videogiochi a una partita di calcio, a fare collaborazioni con Netflix e Amazon Prime. Sempre lui è stato il volto più riconoscibile del fallimentare progetto della Superlega, una rivoluzione che doveva rendere il calcio un affare di pochi ma che ha finito per essere un boomerang che offusca anche quanto di buono fatto da presidente della Juve. Nel saluto ai tifosi, Agnelli ha chiuso con una citazione di Nietzsche: «E coloro che furono visti danzare furono creduti pazzi da coloro che non potevano sentire la musica», lasciando forse intendere che il suo stile visionario non è stato del tutto capito.

Ora la società sta mettendo a capo grigi tecnici come Gianluca Ferrero, che sarà il nuovo presidente e Maurizio Scanavino, nuovo direttore generale. Figure vicine alla Exor, la holding guidata da John Elkann, che detiene il vero potere dentro la famiglia Agnelli. A loro toccherà riportare la società a un profilo più basso, aggiustare i conti, gestire il club verso un modello economico più sostenibile. Ad affiancarli, nella gestione della parte sportiva, già si parla di bandiere del club come Del Piero, Chiellini e Buffon, nomi che servono a tirare un po’ su i tifosi, che oggi sono smarriti. Mentre il mondo del calcio sta mettendo in mostra il suo profilo migliore in Qatar, la Juventus dovrà riflettere molto attentamente sul suo futuro. Se c’è una cosa che Andrea Agnelli le ha insegnato è che nel mondo del calcio non si può mai stare fermi.

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