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13.07.22 - 21:12
Aggiornamento: 14.07.22 - 16:13

‘Lugano è casa mia, la mia maglia è bianconera’

Jonathan Sabbatini pronto all’11.ma stagione sul Ceresio: ‘Puntiamo a migliorarci, sono partiti giocatori importanti, ma sono arrivati giovani di talento’

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Undici anni di fedeltà a una sola maglia. Nel calcio del dopo Bosman, una vera rarità, a maggior ragione se l’attaccamento ai colori societari non è stato coltivato fin dall’infanzia. Jonathan Sabbatini, da Paysandù, Uruguay, è l’unico calciatore di Swiss Football League in attività ad aver vestito per undici stagioni senza interruzione la stessa maglia. Il capitano dell’Fc Lugano ha collezionato 405 partite in Svizzera, 221 nella massima divisione (23 reti e 25 assist), 87 in Challenge League (14/11), 27 in Coppa Svizzera (5/3) e 9 in Europa League (0/1). A 34 anni compiuti, il sudamericano rimane leader in campo, così come nello spogliatoio e continua a essere uno dei beniamini non solo della tifoseria, ma di tutta la città, per un attaccamento ai colori bianconeri mai venuto meno e che anno dopo anno tutti gli hanno riconosciuto.

L’undicesima stagione a Cornaredo, per "Sabba" inizierà domenica pomeriggio contro il Sion. All’appuntamento mancano pochi giorni e martedì contro l’Inter la squadra ha chiuso il ciclo di amichevoli. Un 4-1 a favore dei nerazzurri che il capitano non fa fatica a metabolizzare… «Al di là del risultato, ho colto impressioni positive. Da un lato abbiamo avuto la concreta percezione di come al cospetto di grandi squadre la differenza di qualità emerga; dall’altra, penso che il Lugano abbia disputato una buona prestazione, con diverse occasioni da rete. E qui risiede un aspetto sul quale dovremo lavorare: se l’Inter avesse avuto tutte le occasioni capitate a noi, forse la partita si sarebbe chiusa sul 10-1 in loro favore, perché sottoporta sono capaci di non perdonare. Dal profilo della manovra entrambe le squadre si sono dimostrate in ritardo di preparazione, ma nel complesso ritengo sia comunque stato un buon test».

Il campionato svizzero ha quale prerogativa di iniziare con le squadre spesso in ritardo di preparazione, fisica e di amalgama… «In questo momento ci concentriamo sul Lugano, ma va detto che la situazione è più o meno simile per tutte e dieci le compagini. A mio modo di vedere, la forma inizia a essere accettabile a partire dalla terza o quarta giornata, quando le gambe prendono a girare al meglio, in piena sintonia con il cervello. Io sono fra i pochi – forse cinque in tutto – che in questa preparazione ha avuto modo di disputare un’amichevole di 90’, gli altri la partita intera ancora non ce l’hanno nelle gambe. Siamo in campo tutti i giorni, ma un conto è l’allenamento, tutt’altra cosa è la partita. Al momento direi che la nostra condizione raggiunge il 70%. Il fatto di essere impegnati nei preliminari di Conference League rappresenta un aspetto positivo, in quanto ci permetterà di raggiungere più in fretta il rendimento migliore».

‘Giovani sì, ma non privi di qualità’

Baumann, Custodio, Guidotti, Lavanchy, Lovric, Maric, i due Muci, Rüegg e Yuri hanno lasciato il club, Arigoni, Babic, Doumbia, Hajdari, Mahou e Mai (per il momento) hanno integrato la rosa a disposizione di Mattia Croci-Torti… «Penso che a livello qualitativo non vi sia molta differenza rispetto a un anno fa. Abbiamo perso giocatori che hanno dato molto alla causa del Lugano, ma sono giunti ragazzi giovani in possesso, ne sono convinto, di qualità importanti. È vero che nelle prime settimane qualche differenza sarà inevitabile. Lo scorso anno il mister ha avuto a disposizione fin da subito uno zoccolo duro molto affiatato, in grado di cogliere al volo le sue indicazioni, senza necessità di molte parole. In queste settimane stiamo per contro cercando di affinare gli automatismi che in avvio di stagione mi immagino possano essere non ancora perfettamente oliati».

Fatta eccezione per Ousmane Doumbia, tutti i nuovi arrivi sono ragazzi giovani, molti di prospettiva. Il che accentua l’importanza della vecchia guardia… «Si tratta di un’ulteriore motivazione. In primo luogo perché da parecchio tempo – chi più, chi meno – indossiamo la maglia del Lugano, inoltre per l’esperienza accumulata nel corso degli anni, esperienza che possiamo sfruttare per mettere tutti questi ragazzi – quelli acquistati dalla dirigenza, così come coloro che giungono dal settore giovanile – nelle migliori condizioni per poter contribuire ai successi del club».

‘Migliorarsi vuol dire puntare al titolo’

Il Lugano si presenta ai nastri di partenza con una Coppa Svizzera da difendere e un quarto posto in campionato da provare a migliorare… «La pressione c’è, è inutile negarlo. In questa stagione, tuttavia, si inserisce una variabile in grado di condizionare lo sviluppo del torneo. Mi riferisco al fatto che non vi sarà retrocessione diretta. Una novità che potrebbe condizionare sia in positivo, sia in negativo l’andamento del torneo. Spero, è ovvio, in positivo, ad esempio con squadre maggiormente desiderose di rischiare e quindi con partite più spettacolari e combattute. Per quanto riguarda i valori in campo, non dobbiamo dimenticarci che lo Young Boys ha svolto un mercato importante, che il Basilea desidera tornare a dettare legge, che lo Zurigo, autore di una stagione strepitosa, rimane un’incognita, che il Sion ha a disposizione un budget importante… Negli ultimi anni il Lugano è costantemente cresciuto e, per quanto non sia mai andato al di là del terzo posto, ha comunque portato a casa un trofeo importante come la Coppa Svizzera. Adesso arriva il difficile, confermare tutto quanto di buono è stato fatto lo scorso anno. Noi non ci accontentiamo, vogliamo continuare a migliorare e speriamo di ritrovarci a fine maggio a rivivere un’altra stagione importante».

Per la vincitrice della Coppa e quarta classificata in campionato, l’obiettivo può essere uno solo: inserirsi nella lotta per il titolo. Che non significa doverlo vincere, ma rimanere il più a lungo possibile nel novero dei papabili… «Sono d’accordo. Deve essere la mentalità di ogni elemento della rosa. In un ipotetico ranking di partenza davanti a noi ci sono altre squadre, ma non possiamo negare che il nostro obiettivo sia rappresentato dalla lotta per il titolo. Ovviamente, sarà il campo a dare un significato preciso alla stagione, per cui è inutile metterci troppa pressione in partenza, ma rimane nostra intenzione migliorare il risultato dell’ultimo campionato, ciò che ci porta inevitabilmente all’obiettivo di lottare per il titolo».

Un uruguaiano di Lugano

Jonathan Sabbatini è a Lugano da 11 anni, praticamente un terzo della sua vita l’ha trascorso in riva al Ceresio. Con una certa dose di ironia ci si potrebbe chiedere se si senta più uruguagio o più luganese… «Sono uruguaiano e mi sento tale, ma nel contempo faccio parte dei luganesi, i quali mi hanno fatto sentire a casa mia fin dal mio arrivo. Il grado di accettazione e di inserimento dipende molto dalla gente che ti sta attorno, ma soprattutto da ciò che tu fai come persona. I miei due figli sono nati qui e stanno crescendo con la mentalità ticinese, anche se il loro passaporto non è rossocrociato. Non posso che ringraziare tutti per come siamo stati accolti e farò di tutto affinché i luganesi continuino a essere orgogliosi di vedermi in campo con la maglia bianconera».

Come spesso accade, a dover convivere con due mentalità ben radicate nel proprio quotidiano, si finisce per apprezzare abitudini dell’una e dell’altra realtà, a volte in netto contrasto con il paese d’origine o con quello adottivo… «Mi capita spesso, quando torno in Uruguay, di pensare "ma non è possibile che qui succedano queste cose", mentre in altre circostanze mi sembrerebbe più opportuno adottare anche in Ticino un pizzico di mentalità sudamericana. Apprezzo ovviamente la puntualità svizzera, che io non sempre riesco a rispettare per quanto cerchi di applicarmi, ma in altre occasioni noto un eccesso di tensione nell’affrontare e nel gestire certe problematiche. In Sudamerica c’è un approccio più "easy", forse dato dal fatto che laggiù già si nasce con un fardello di problemi e una carenza a livello materiale e umano che ti inducono ad affrontare la vita con una filosofia diversa».

Il tornado di Paysandù

Sul tema, Sabbatini può proporre un esempio che lo vede coinvolto in prima persona… «Tre giorni fa, l’Uruguay è stato colpito da un tornado, evento rarissimo, io non mi ricordo di averlo mai vissuto. La mia città, Paysandù, è stata colpita in pieno dalle intemperie. Per fortuna non vi sono stati morti, ma molte persone hanno perso la casa. I miei familiari stanno tutti bene, tuttavia il mio centro sportivo è stato raso al suolo. I proventi della mia carriera li avevo investiti in quel centro e adesso non c’è più nulla: rimangono i campi devastati, ma le costruzioni sono state tutte portate via dalla furia del tornado. E in Uruguay, di assicurazioni per il maltempo non ve ne sono, per cui mi ritrovo a dover attendere gli aiuti statali. Non prendo la cosa alla leggera, ma il fatto di essere cresciuto in Uruguay mi aiuta a gestire in modo diverso l’inevitabile trambusto emotivo. Cerco di guardare il bicchiere mezzo pieno, so che non tutto è perduto e che ci sarà la possibilità di ripartire. Questa mentalità provo a portarla pure nella mia professione: vivo il calcio in modo totale, ma questo mio modo di essere mi aiuta a relativizzare le sconfitte, perché so che i problemi veri sono altri».

Un diverso approccio alla realtà alla base, secondo il capitano, del differente sviluppo dei giovani… «Di questo tema ho parlato spesso con Bottani. Qui c’è grande qualità, ne sono più che convinto, ma i giovani capaci di farsi un nome sono pochi, soprattutto rispetto all’Uruguay, nazione di 3 milioni di abitanti, in grado di sfornare campioni a getto continuo. A mio modo di vedere, la differenza la fa in gran parte la qualità di vita: in Uruguay il calcio può rappresentare l’unico appiglio al quale aggrapparsi con tutte le forze per cercare di uscire da situazioni sgradevoli, mentre in Svizzera è difficile vedere il pallone quale possibile mezzo di riscatto sociale. Qui, il giovane che non riesce nel calcio, può costruirsi una carriera altrettanto brillante in un altro settore. In Sudamerica, purtroppo, molto spesso di alternative non ne esistono».

‘Mi restano diversi anni di buon calcio’

Negli Stati Uniti di uno come Sabbatini direbbero che si trova "dalla parte sbagliata dei 30": il giorno dell’addio è molto più vicino rispetto a quello dell’esordio. Pensare al futuro diventa una necessità… «Ho iniziato a riflettere, ma in modo un po’ forzato, è un concetto che ancora fatica a entrarmi in testa. Credo che ognuno si renda conto quando il momento dell’addio si avvicina e io non mi sento pronto ad affrontare il post carriera, nelle gambe ho ancora diversi anni di buon calcio. So di avere 34 anni ed è logico pensare con un certo anticipo alla riconversione, per questo motivo ho iniziato, un paio di giorni a settimana, a seguire corsi di scouting, un tema che mi interessa. Inoltre, la dirigenza mi ha chiesto di lavorare in società una volta appese le scarpe al chiodo. Si tratta di una grande motivazione e ringrazio il Lugano per avermela offerta, ma come ho detto a tutti i dirigenti, da Blaser a Pelzer, da Croci-Torti a Da Silva, farò di tutto per rendere difficile anche soltanto l’idea di poter fare a meno di me sul campo. So che non potrò giocare in eterno, ma una cosa è certa: in campo o in panchina, con la fascia da capitano o senza, darò sempre il mio contributo per il successo di questa società».

Prima di finire in tribuna, rimane la possibilità di cambiare casacca. Un’ipotesi alla quale Sabbatini risponde senza nemmeno riflettere… «Non mi vedrei a giocare da un’altra parte. Non posso chiudere la porta a prescindere, ma io sono tifoso del Lugano e mi vedo soltanto qui. È vero, in Ticino adesso c’è pure il Bellinzona, tornato in Challenge League, e devo ringraziare i tifosi granata per avermi sempre trattato con molto rispetto, ma non mi vedo indossare una maglia diversa da quella bianconera. Nel corso degli anni, ho avuto tanti contatti con Lucerna, Grasshopper, Young Boys, Losanna, Sion, ma alla fine è prevalso l’amore per Lugano. C’erano pure Turchia e Cina a volermi, tuttavia se non me ne sono andato quando ero giovane, difficile farlo adesso, quando il grosso della mia carriera è ormai alle spalle. Io e la mia famiglia qui siamo felici e non mi sono mai pentito di aver fatto questa scelta. Con il senno di poi, posso affermare senza timore di smentita che si è trattato della scelta migliore».

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