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L'intervista
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11.04.22 - 05:30

Il pensiero bianco (e nero) di Lilian Thuram

Con l’ex difensore campione del mondo e d’Europa abbiamo parlato di razzismo, ma anche dei prossimi Mondiali, della sua Francia e della crisi italiana

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Lilian Thuram (Ti-Press/Golay)
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«Io non sono nato nero, o almeno non lo sapevo. Lo sono diventato quando mi sono accorto di come mi guardavano i bianchi».

Di colpo, mi chiedo come sto guardando Lilian Thuram. Sono lì, seduto di fronte a lui, ex calciatore campione del mondo e d’Europa con la Francia ma nato (nel 1972) nel territorio d’oltremare francese della Gualalupa. E quindi nero. O almeno così penso. Io sono bianco, lui è nero, ma non per questo mi sento razzista, è semplicemente la realtà. Lui capisce, sorride e nella ventina di minuti della nostra chiacchierata prende quella mia realtà e la ribalta nella sua. E lo fa parlando apertamente ma rimanendo rigorosamente nei paletti delle sue convinzioni; in modo diretto, quasi duro, ma anche gentile e comprensivo. Lo stile che aveva in campo lo ha pure fuori, non c’è dubbio.

D’altronde, quella contro il razzismo è una battaglia nella quale il detentore del record di presenze con la nazionale transalpina (142), nonché vincitore di una Coppa Uefa (con il Parma) e due Serie A (Juventus), si è impegnato a tempo pieno sin da quando nel 2008 ha appeso gli scarpini al chiodo e creato una fondazione che si occupa proprio di educare su questo tema i giovani (e non solo), perché «non si nasce razzisti, lo si diventa». Di più, nel suo nuovo libro ‘Pensiero bianco’ l’ex difensore decide stavolta di giocare all’attacco e allo stesso modo afferma che "non si nasce bianchi, lo si diventa". Gli abbiamo chiesto cosa intende. Guardandolo negli occhi, ma alla fine forse in modo diverso.

Signor Thuram, da dove nasce il suo pensiero bianco e in cosa consiste?

Era il 2009 e mi trovavo alla fermata dell’autobus vicino a casa mia, a Parigi. Passando in rassegna i giornali appesi fuori da un’edicola, sono capitato sul settimanale ‘Le Point’, che titolava "Il pensiero nero". Ho cominciato a ragionarci e ho constatato con molto interesse che spesso si parla della musica nera, dell’arte e della cultura nera e questo mi ha portato a chiedermi: ma perché non si parla anche della musica e dell’arte bianca? A quel punto ho deciso di analizzare questa volontà e costruzione politica attraverso la quale si è creata l’idea che esista più di una razza e che quella bianca sia superiore. Perché è questo che afferma, il pensiero bianco.

Dunque solo i bianchi sono razzisti?

No, ma l’identità legata al colore della pelle è stata una creazione del mondo occidentale e del pensiero dei bianchi, che spesso nemmeno se ne accorgono. Un giorno dissi a un mio caro amico: "Io sono nero, e tu?". Mi rispose: "Mah, sono... normale". Ecco, anche questo mi ha spinto a scrivere un libro sul pensiero bianco. E una delle cose che mi danno più fastidio è il fatto di credere che le cose stiano così, che sia giusto così e che non si possa fare niente. Non è vero, io voglio che la gente sia consapevole che c’è una storia del razzismo e che ciò che pensiamo oggi è legato a questa storia. Quando uno dice che è bianco non afferma una realtà legata al colore della sua pelle, bensì esprime una costruzione politica nata con il suprematismo bianco come propaganda per legittimare violenze economiche e non, come ad esempio la tratta degli schiavi. Già all’epoca c’era chi diceva "ehi, ma cosa fate, guardate che non sono di una razza diversa, sono cazzate quelle", ma purtroppo ha vinto l’ideologia razzista ed è successo tutto quello che sappiamo, fino ad arrivare a oggi, con la questione del pensiero dominante che non è certo chiusa. Che essere bianchi sia meglio è un dato di fatto: facilita la vita, è un sistema di valori dominanti che sta alla base della cultura occidentale.

Sono però stati fatti dei passi avanti…

È vero e se oggi possiamo parlare di questo, significa che ci sono tante persone che vogliono cambiare le cose, andare oltre, passare a qualcosa di nuovo. Perché quando c’è un potere superiore che blocca il cambiamento e il modo di pensare, non si riesce a trovare lo spazio per parlarne. Invece oggi, con tutto quello che sta succedendo, c’è una generazione che dice "ok, è arrivato il momento di uscire da questa cosa". E intendo anche il sistema economico, perché la divisione in razze del mondo è da sempre legata anche al sistema economico e alla ridistribuzione delle risorse, ancora troppo poco equa. Penso però che finalmente la gente se ne stia rendendo conto e non sia più d’accordo di accettare un sistema violento nel quale non si riconosce, per cui sarà certamente ancora un processo lungo e doloroso, ma la strada è quella giusta.

Ha parlato della storia del razzismo, qual è la sua?

Io non sono nato nero, o almeno non lo sapevo. Lo sono diventato quando mi sono accorto di come mi guardavano i bianchi. Avevo nove anni e frequentavo le scuole elementari. In realtà però la mia storia legata al razzismo inizia nel momento in cui le prime persone sono diventate nere. O meglio come detto sono state fatte diventare nere attraverso la creazione dell’idea di una razza nera inferiore, pericolosa e non in grado di ragionare. Un’ideologia accettata dal mondo nel quale sono poi cresciuto anche io, calcio compreso.

A tal proposito, lei ha affermato che il mondo del calcio non vuole realmente sconfiggere il razzismo…

No perché altrimenti lo avrebbe già fatto. Il razzismo nel calcio c’era quando ero un ragazzino, è rimasto lungo tutta la mia carriera e c’è ancora oggi che ho smesso. Significa che non è la principale preoccupazione di chi lo gestisce, che pensa piuttosto a fare soldi e a dare una bella immagine di sé. Ancora una volta però il problema è che il razzismo, così come la violenza e le discriminazioni nei confronti delle donne e degli omosessuali sono culturalmente accettate dalla società nella quale il calcio è inserito. Quando ad esempio vedo che ci sono tanti giocatori e tante squadre che rifiutano di mettere il ginocchio a terra per sostenere la lotta al razzismo, rimango basito, perché rifiutare di denunciare significa accettare.

Quindi andare a giocare i Mondiali in Qatar significa accettare le violazioni dei diritti umani perpetrate nel Paese?

È una domanda interessante, che mi porta però a un’ulteriore questione: come la mettiamo ad esempio con gli Stati Uniti? Hanno già ospitato la Coppa del mondo nel 1994 e lo faranno nuovamente nel 2026 (assieme a Messico e Canada, ndr), così come le Olimpiadi (nel 2028 saranno a Los Angeles, ndr). Ma gli Usa non hanno forse partecipato alle guerre in Iraq o in Afghanistan, nelle quali tanta gente è morta? Perché quando si assegnano i grandi eventi a una nazione del genere, non ci poniamo le stesse domande che ci stiamo facendo oggi per il Qatar? Non va bene che delle persone decidano cosa è giusto, cosa è sbagliato e per chi. Le stesse regole e quindi le stesse domande dovrebbero valere per tutti, quindi ad esempio anche per la Francia, la Svizzera, eccetera. Ma anche questo purtroppo è legato al pensiero bianco, che dice: "Noi siamo dalla parte dei giusti e non dobbiamo mettere in discussione quello che facciamo noi".

Intanto però il prossimo dicembre si scenderà in campo e la sua Francia, già trionfatrice quattro anni or sono, è data tra le favorite…

«È vero, ma ultimamente la Francia è sempre tra le favorite perché può contare su una rosa composta da giocatori incredibili e su un tecnico, Didier Deschamps, che ha già vinto il Mondiale sia da giocatore, sia da allenatore. I favoriti non sempre vincono, abbiamo visto agli Europei con l’eliminazione negli ottavi contro la Svizzera, però questa Francia mi piace molto e sono certo che anche da quanto successo agli Europei avrà colto delle lezioni che le permetteranno di giocarsela fino in fondo in Qatar.

Non ci sarà invece l’Italia. Cosa pensa della crisi del calcio italiano, lei che lo conosce bene?

«Devo essere sincero, dopo la vittoria dell’Europeo mi aspettavo che si potesse aprire un nuovo ciclo per la nazionale azzurra e quanto capitato mi ha sorpreso molto. Evidentemente però se l’Italia per due volte di seguito non va ai Mondiali, significa che c’è davvero qualcosa che non funziona, come peraltro già evidenziato dai risultati deludenti dei club italiani nelle coppe europee. E il discorso va evidentemente oltre la sconfitta con la Macedonia o il secondo posto alle spalle della Svizzera nel girone di qualificazione. Un Paese come l’Italia non può arrivare a quel punto, vuol dire che mancano giocatori importanti e questo dipende indubbiamente anche dal lavoro che si fa a livello giovanile e dal conseguente abbassamento del livello del campionato. Il risultato è che non ci sono più i campioni di una volta. Ma forse, non solo in Italia.

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