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24.03.22 - 05:30
Aggiornamento: 19:22

Ci vuole un’Italia desta per volare in Qatar

Contro Macedonia del Nord (oggi) e Portogallo o Turchia (martedì in trasferta) la Nazionale azzurra di fronte allo spettro di una nuova débâcle Mondiale

In una fredda sera di novembre del 2017, l’Italia calcistica aveva vissuto il momento più buio di una storia che le aveva regalato quattro titoli mondiali e una finale persa ai rigori. Incapace di battere la Svezia nella sfida di ritorno dello spareggio, la Nazionale di Gian Piero Ventura era stata costretta – in modo invero clamoroso – a guardare la fase finale della Coppa del mondo in Russia, comodamente seduta sul divano di casa. A quattro anni e qualche mese di distanza, l’incubo è tornato a disturbare il sonno dei tifosi. Lo spettro di una seconda, consecutiva assenza dalla fase finale dei Mondiali si nasconde dietro l’angolo di una doppia sfida ben più ardua rispetto al 2017. La nuova formula degli spareggi prevede di affrontare due avversari in una partita secca, cancellando di fatto ogni diritto all’errore. E se il primo ostacolo, la Macedonia del Nord di Alioski, potrebbe essere superato di slancio, non altrettanto si può dire del secondo, il Portogallo di Cristiano Ronaldo, da affrontare, oltretutto in trasferta (non sarebbe uno scherzo nemmeno dover andare a timbrare il biglietto in Turchia, nella bolgia di Istanbul, prima avversaria dei lusitani. La Svizzera del 2006 ne sa qualcosa…).

Irlanda del Nord, una brutta abitudine

Dopo la débâcle contro la Svezia, Gian Piero Ventura era stato crocifisso sull’altare di una Nazionale che una sola volta aveva conosciuto l’onta dell’estromissione dai Mondiali, il 15 gennaio 1958, battuta 2-1 nella sfida decisiva di Windsor Park, a Belfast. Una sconfitta, quella, che aveva impedito agli azzurri di ammirare con i loro occhi la nascita di una stella, il 17enne Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelé. Sul tecnico di Genova erano piovuti i peggiori improperi ed era stato considerato all’unanimità come l’unico responsabile della catastrofe. Una gogna dalla quale l’ex allenatore non si era più ripreso e che, di fatto, aveva messo fine a una carriera da allenatore durata quattro decenni (avevano ottenuto risultati risibili i tentativi di tornare in sella, prima al Chievo, poi alla Salernitana). Certo, in qualche modo se l’era andata a cercare, decidendo di tenere fuori Insigne nella sfida decisiva, oppure optando per un terzo cambio (l’ultimo, ancora non si era in tempo di pandemia) con l’inserimento di un centrocampista difensivo come De Rossi, il quale si era ribellato alle decisioni del c.t., ripreso in diretta tivù: "Perché devo entrare io? Dobbiamo vincere, non pareggiare".

In Italia il calcio è una religione, sparare sul c.t. della Nazionale è la sua liturgia. E poco importa il credito accumulato negli anni. La mancata qualificazione diretta ai Mondiali in Qatar è costata una marea di critiche anche a Roberto Mancini, che da Ventura aveva raccolto i cocci di un calcio italiano umiliato, portandolo a nuova gloria con il titolo europeo conquistato nel 2021 a Londra e con un nuovo record mondiale di imbattibilità (37 partite). Il doppio pareggio contro la Svizzera (0-0 a Basilea, 1-1 a Roma) e soprattutto la mancata vittoria nella decisiva sfida di Windsor Park (l’assassino torna sempre sul luogo del delitto) hanno consumato in un batter d’occhio il credito di consensi accumulato in quattro anni di risultati vincenti e gioco convincente. Come d’incanto, l’Italia ha scoperto di avere in mano una coperta corta, di quelle che come la tiri la tiri, a rimanere scoperti sono sempre i piedi. Con appena 13 reti all’attivo, nelle qualificazioni gli azzurri hanno fatto meglio soltanto di Svezia (12) e Ucraina (11). Addirittura, hanno segnato 10 reti in meno rispetto alla Macedonia del Nord (per altro inserita in un girone da sei). Insigne, Immobile e Belotti non hanno mai rappresentato una garanzia, tant’è che in vista dello spareggio Roberto Mancini aveva pensato di richiamare Mario Balotelli (12 reti e 6 assist tra campionato e Coppa con l’Adana Demirspor, in Turchia). Lasciata cadere l’idea, il tecnico di Jesi ha deciso di affidarsi a Joao Pedro, trentenne brasiliano con passaporto italiano, e alle sue dieci reti (più 4 assist) con il Cagliari, affiancandogli i soliti Belotti, Immobile, Insigne, Scamacca, Zaniolo e Raspadori.

Non ci son più i Pirlo di una volta

D’altra parte, in casa azzurra il materiale umano a disposizione di Mancini è quello che è. Se la difesa è ancora oggi fonte di garanzia (continua ad appoggiarsi sugli ultra veterani Chiellini e Bonucci, ma qualche ricambio di qualità c’è), è a centrocampo e in attacco che il vero talento scarseggia. Non ci sono più i Totti, i Del Piero, i Pirlo, il cui genio illuminava i campi di tutto il mondo. Adesso Mancini deve fare di necessità virtù, con giocatori di qualità (pensiamo a Verratti e Jorginho), ma che escono chiaramente sconfitti dal confronto con chi li ha preceduti. Ancora più impietosi i dati degli attaccanti, la cui media gol va dallo 0,18 a partita di Lorenzo Insigne allo 0,29 di Andrea Belotti: poca cosa rispetto a bomber del passato come Luca Toni (0,34) e, soprattutto, Christian Vieri (0,46). O, per andare a cercare quello che sulla strada verso il Qatar dovrebbe essere lo spettro più temuto, Cristiano Ronaldo, 115 reti in 184 partite (0,62). Se questa Italia deve vincere, lo può fare solo con lo spirito di gruppo, quello dell’Euro, smarrito in autunno.

Ma il mondo del calcio potrebbe permettersi un secondo Mondiale consecutivo senza la presenza dell’Italia? La Nazionale azzurra ha senza dubbio scritto pagine indelebili nella storia dello sport più popolare, ma l’assenza del 2018 dimostra come anche mercati molto importanti non influiscono più di tanto sui conti della Coppa del mondo. Dalla fase finale in Russia, la Fifa ha ricavato qualcosa come 6,1 miliardi di dollari, il 10% in più rispetto alle stime iniziali, 1,3 miliardi in più di Brasile 2014.

Ultima chiamata per Cristiano Ronaldo

E va da sé che lo stesso discorso può essere fatto per il Portogallo. La Nazionale lusitana non suscita lo stesso appeal di quella azzurra, ma se dovesse staccare il ticket per il Qatar, prenderebbe parte al 12º grande torneo consecutivo dall’inizio del secolo. L’ultimo, per lo meno a livello mondiale, della sua stella più luminosa, Cristiano Ronaldo. Il quale, a 37 anni, entrerebbe nel riservato club dei calciatori presenti in cinque edizioni: i messicani Antonio Carbajal (1950-66) e Rafael Marquez (2002-18), il tedesco Lothar Matthäus (1982-98) e l’italiano Gigi Buffon (1998-2014), ma solo i primi tre sono scesi in campo in tutte e cinque le edizioni.

Dalle forche caudine dello spareggio, CR7 ha già dovuto passare in due occasioni, per l’Euro 2012 e per il Mondiale 2014. E in entrambe le circostanze ha risposto presente: doppietta alla Bosnia nel 2011 e poker alla Svezia di Zlatan Ibrahimovic due anni dopo. Ma questo Ronaldo non è più quello di allora, non fosse altro che per l’anagrafe. Il portoghese non fa più l’unanimità neppure a Manchester, ma ciò nonostante nelle sette partite di qualificazione è andato in rete sei volte e con i Red Devils è reduce da una tripletta, la 59ª della carriera, con la quale ha portato il suo bottino personale a 807 reti, stabilendo un nuovo record. Nelle ultime due partite con il Portogallo, però, è rimasto all’asciutto contro l’Irlanda (0-0) e contro la Serbia (sconfitta casalinga per 2-1) e ha sempre più bisogno dell’appoggio del gruppo per poter fare la differenza (dal 2018 non raggiunge le 50 reti a stagione). E con una difesa lusitana decimata (fuori Ruben Dias, Nelson Semedo, Ruben Neves, Renato Sanches e, nella prima partita, Pepe (Covid) e Joao Cancelo (squalificato), anche la Turchia, stasera a Porto, ha tutto il diritto di sognare.

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