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16.11.21 - 17:300
Aggiornamento : 18:07

Murat Yakin, da punto interrogativo a uomo della provvidenza

Giunto alla Nazionale sulla scorta di una buona dose di scetticismo, ha messo tutti a tacere. L’Asf gli ha rinnovato il contratto fino al 2024

Quando lo scorso 9 agosto, con ancora negli occhi le immagini europee della vittoria contro la Francia e della sconfitta ai rigori contro la Spagna, l’Asf aveva annunciato il nome del tecnico che avrebbe sostituito il partente Vladimir Petkovic, sul volto di molti tifosi rossocrociati si era disegnato un punto interrogativo. A poco più di tre mesi di distanza, ogni dubbio si è volatilizzato e il tecnico basilese ha vestito i panni del “deus ex machina” di una qualificazione diretta per i Mondiali in Qatar sulla quale, al momento del sorteggio del gruppo, in pochi avrebbero scommesso un espresso liscio. Yakin ha colto al volo la sfida di un impiego di durata limitata (fino a dicembre, adesso la federazione ha già fatto valere l’opzione per un rinnovo fino al 2024) e non si è limitato a vivere di rendita sul lavoro portato avanti in sette anni da Petkovic, ma nonostante il poco tempo a disposizione ha dato un’impronta personale alla squadra, vuoi nello spirito, vuoi nei protagonisti.

Altro che dilettante

Certo, il suo cammino è soltanto all’inizio e per il momento non può rivaleggiare con Petkovic che rimane il c.t. più vincente della storia del calcio svizzero, ma Yakin non deve nemmeno essere considerato un “dilettante”, termine con il quale Christian Constantin lo aveva bollato ai tempi della loro collaborazione a Sion. I primi passi del basilese nel ruolo di commissario tecnico sono stati fermi, sicuri, convincenti: sette partite senza sconfitta, tre vittorie e quattro pareggi (con due partite contro l’Italia campione d’Europa), un ruolino di marcia che gli ha permesso di superare il record stabilito da Paul Wolfisberg nel 1982. E lo ha fatto mettendoci del suo, perché se è vero che nella sfida della fase a gironi di Euro 2020 Vladimir Petkovic era stato surclassato sul piano della preparazione tattica dal suo omologo Roberto Mancini, venerdì scorso Yakin ha nettamente battuto il collega, il quale ha impiegato un intero primo tempo più la pausa per capire quali contromosse applicare al piano di gioco elvetico.

Altro merito di Muri, l’aver dimostrato di non avere paura. Certo, la lunga sequela di infortuni che ha contraddistinto tutta la sua gestione (ad esempio non ha mai avuto a disposizione il capitano Xhaka e contro la Bulgaria mancavano sette undicesimi della squadra capace di eliminare la Francia da Euro 2020) gli ha forzato la mano, costringendolo a scelte anche azzardate. Ma ha dimostrato di possedere fiuto, richiamando un Fabian Frei per il quale la Nazionale sembrava un capitolo chiuso da tempo e affidando l’attacco a due giovani (Okafor e Vargas), ai quali sono bastate due partite per diventare oggetti da mercato. «Io sono un creativo, occorre sempre trovare soluzioni ai problemi che si possono incontrare», ha affermato. L’assenza di Xhaka e la crescita esponenziale di Zakaria lo hanno probabilmente convinto a ripartire da quel 4-2-3-1 che era pure stata la prima scelta del suo predecessore. Un modulo che gli ha permesso di accentrare Shaqiri, garantendo al più fantasioso dei giocatori rossocrociati una posizione dalla quale poter essere maggiormente decisivo (due assist e un palo contro la Bulgaria). Festeggiato per il centesimo “cap”, XS ha ribadito di essere indispensabile a questa Nazionale, per quanto il suo rendimento possa a volte essere condizionato da una carriera di club mai esplosa per davvero.

Prima del Qatar, la Nations League

Dopo una traiettoria da allenatore che ha conosciuto il suo momento migliore nel biennio trascorso al St. Jakob (due titoli di campione svizzero, semifinali di Europa League nel 2012-13, quarti di finale l’anno successivo), Murat Yakin può ora guardare avanti verso un orizzonte che appare chiaro e limpido. Il suo contratto scadrà nell’estate 2024, vale a dire al termine degli Europei in Germania per i quali la Svizzera non dovrebbe avere difficoltà a qualificarsi (24 squadre alla fase finale, quasi il doppio rispetto alle europee ammesse ai Mondiali): la squadra è fresca e, con l’emergere di qualche giovane (non dimentichiamo che a Roma ha esordito Kastriot Imeri, considerato uno dei gioiellini della Super League), sembra coperta in ogni ruolo. Anzi, al momento attuale il rischio appare piuttosto quello dell’abbondanza. A centrocampo, ad esempio, con il ritorno di Xhaka occorrerà fare una scelta: o cambiare modulo, o lasciare in panchina uno tra il capitano, Freuler e Zakaria, senza dimenticare Fabian Frei, presenza che in questo gruppo non stona per niente. Grasso che cola, verrebbe da dire, ma comunque scelta non facile. Proprio come in attacco, dove Seferovic e Zuber hanno trovato in Vargas e Okafor (oltre a Gavranovic) accreditati pretendenti alla maglia da titolare. Yakin lascia aperta qualsiasi soluzione: le scelte, fa capire, saranno fatte soltanto in base alla qualità delle prestazioni. Anche a costo di lasciare in panchina qualche giocatore chiave.

L’appuntamento in Qatar dista ancora un anno (21 novembre - 18 dicembre) e la Svizzera può permettersi di attenderlo in tutta tranquillità. Relativa, a dire il vero. Perché se il sorteggio per la fase finale avrà luogo soltanto il 1º aprile, a playoff consumati, non ci si può dimenticare che il 16 dicembre l’urna di Montreux formerà i gruppi della terza edizione di Nations League. Le prime quattro partite si disputeranno nel mese di giugno e saranno precedute, in marzo, da due amichevoli da definire (forse un quadrangolare), ovviamente contro squadre non impegnate nei playoff. A settembre la Nations chiuderà il suo ciclo con gli ultimi due turni. Per la Svizzera, inserita nella Lega A, significa avere a disposizione sei partite contro avversari di prima categoria, l’ideale per preparare nel migliore dei modi la trasferta in Qatar, dove Yakin assaporerà una sorta di rivincita, lui che ha vestito 49 volte la maglia della Nazionale, ma lo ha fatto nell’ultimo decennio magro del calcio elvetico, tra il 1994 post Mondiale e il 2004 dell’Europeo in Portogallo. Da lì in poi, la Svizzera ha partecipato a 5 Mondiali consecutivi (in Europa solo Germania, Inghilterra, Spagna, Francia e, forse, Portogallo possono vantare una simile striscia) e a nove degli ultimi dieci grandi tornei (unica esclusione, Euro 2012). E c’è ancora chi, ferito nell’orgoglio, continua a chiedersi come sia possibile perdere dalla “Petite Suisse”...

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