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Jorginho campione d’Europa con il Chelsea e l’Italia. Sarà il prossimo pallone d’oro? (Keystone)
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l’analisi
13.10.21 - 05:30
Aggiornamento: 11:40
di Emanuele Atturo

Jorginho e i suoi fratelli: il ritorno del regista

Sembrava un ruolo superato, alcuni giocatori, come l’italo-brasiliano, De Bruyne e Pogba lo hanno reinventato, dando la propria forma alle loro squadre

C’è stato un momento, una quindicina d’anni fa, in cui il calcio sembrava poter fare a meno del regista, un ruolo declassato all’anacronismo. Andrea Pirlo davanti alla difesa pareva un vezzo eccentrico di una squadra dal gusto un po’ blasé come il Milan. Accanto ai rossoneri in Europa dominavano Chelsea e Liverpool, capitanate da Frank Lampard e Steven Gerrard: due centrocampisti box-to-box che entravano in campo per sbranare partita e avversari, esaltati nei ritmi alti, che facevano a brandelli le difese avversari con scatti profondi ed enfatici tiri da fuori area. La qualità di questi giocatori aveva la banalità delle cose molto appariscenti. Era tutto visibile: i loro muscoli guizzanti, la loro interpretazione verticale, l’urgenza con cui correvano per il campo, a bordo di un’automobile che poteva viaggiare solo a marce alte. Si parlava di tuttocampisti, di centrocampisti universali, di calciatori, cioè, capaci di fare tutto.

E poi arrivò Pep

Poi è arrivato Guardiola, il gioco di posizione e l’utopia di poter controllare il caos aleatorio di una partita di calcio. Ridurre l’imprevisto al minimo possibile. E dopo Guardiola è arrivata la scuola tedesca di allenatori - Rangnick, Klopp, Schmidt - che ha preso il lato più oscuro del calcio di Arrigo Sacchi e ne ha esasperato gli aspetti del pressing e della riconquista della palla. Negli ultimi cinque anni la grande contrapposizione tra Klopp e Guardiola è stata soprattutto una guerra ideologica tra disordine e controllo; tra squadre che cercano di aumentare l’intensità di una partita fino a mandarla fuori giri, e altre che provano a calmarne i bollori, a metterla in ordine. E in questa guerra ideologica i registi sono di nuovo tornati al centro dell’universo tattico. Come scrive Emiliano Battazzi in Calcio Liquido, citando la legge di Lavoisier, nel calcio «niente si crea, niente si distrugge, tutto si trasforma».


Jurgen Klopp e Pep Guardiola, disordine contro ordine (Keystone)

Oggi sarebbe più corretto parlare di funzioni che di ruoli, e la funzione del regista - cioè di un giocatore che organizza col pallone il gioco della propria squadra - può essere ricoperta anche da un attaccante (Ibra nel Milan), da un terzino (Trent Alexander-Arnold nel Liverpool) o da una mezzala (Luis Alberto nella Lazio). Ma rimane il fatto che è nella zona davanti alla difesa che sta il cuore tattico nel calcio contemporaneo: là dove le squadre cercano di conquistare o riconquistare la palla, e le altre squadre cercano di aggirare questo tentativo di riconquista e approfittare degli spazi che si aprono alle spalle delle linee. Eppure esistono modi diversi di giocare davanti alla difesa.

La definizione del dizionario Treccani per la parola “regista” è particolarmente evocativa. «Chi dirige e guida personalmente, con particolari intenti, in modo esplicito o rimanendo nell’ombra, lo svolgimento di un’attività o di una manifestazione politica, economica e finanziaria, culturale, sportiva». Anche non riferendosi in modo specifico al ruolo calcistico, e cioè al calciatore che in mezzo al campo guida le azioni della sua squadra, ne riesce a inquadrare alcuni degli aspetti più affascinanti.

È interessante che Treccani per esempio dica che il regista guida “con particolari intenti”, e che il modo in cui guida può essere esplicito o nell’ombra. Pensate a questi concetti, e poi pensate ai centrocampisti che avete visto all’opera in queste partite finali di Nations League. Jorginho, Busquets, De Bruyne e Pogba hanno seduto nel cuore della propria squadra, e da lì le hanno conferito la forma del proprio talento. Leggere e interpretare la peculiarità del loro stile di gioco, quindi, ci permette di analizzare le quattro squadre finaliste, che rappresentano le eccellenze del calcio per nazionali nel 2021.


Jorginho e De Bruyne durante Italia-Belgio degli Europei (Keystone)

Il giocatore invisibile

Jorginho è uno dei candidati più accreditati al Pallone d’Oro, e questo basta per dare la misura dello status che hanno raggiunto i registi nel calcio contemporaneo, soprattutto in squadre che cercano di attaccare in modo ordinato con il pallone come il Chelsea e l’Italia. Solo due anni fa sarebbe stato impensabile, Rio Ferdinand in diretta televisiva aveva detto chiaro e tondo che Jorginho non sapeva fare niente: «non fa assist, non corre, non difende». La sua tesi era che davanti alla difesa del Chelsea avrebbe dovuto giocare N’Golo Kanté, le cui qualità sono tutte davanti ai nostri occhi. La voracità con cui copre il campo, recupera palloni, guida le transizioni. Né Sarri all’epoca, né Tuchel oggi hanno dato retta a Rio Ferdinand ovviamente: mentre Kanté giocava qualche metro più avanti, Jorginho ha continuato a stazionare davanti alla difesa, dando il ritmo alla propria squadra con passaggi corti, smarcamenti esatti e un talento sopraffino nel giocare sotto pressione. Sotto la maglia ha muscoli appena accennati, gambe gracili; non tira da fuori area e calcia i rigori arrivando sul pallone camminando, come per ostentare il proprio rifiuto dell’agonismo. Il suo talento scorre quindi sotto gli aspetti più visibili di una partita di calcio. Si esalta nel minimalismo delle piccole sponde, del modo con cui con passaggio o con un tocco in più del pallone dirige in maniera occulta il posizionamento dei suoi compagni.

Roberto Mancini ha creato una squadra in controtendenza col dna tattico del suo Paese - dominante col pallone, meno ancorata alla difesa bassa - proprio per assecondare le qualità di Jorginho, oltre a quelle di Verratti, Insigne e Bonucci. Tutti maestri del controllo del pallone. Rispetto ai suoi compagni, però Jorginho ha un gioco ancora più austero ed essenziale, anche rispetto al gusto sudamericano di Verratti per il dribbling in spazi stretti. All’Europeo era il meno sostituibile.

Il totem spagnolo

Jorginho ha una delle qualità più preziose per un regista: quello di rendersi invisibile, di scomparire dentro al sistema di cui è l’ingranaggio motore. È la stessa qualità di Sergio Busquets, mediano di una Spagna che con Luis Enrique sembra tornata alle origini di un calcio dominato dai centrocampisti, capace di toccare percentuali dittatoriali di possesso palla.

Rispetto alle versioni fantasmagoriche di una decina d’anni fa, questa Spagna ha meno talento e brillantezza. Al contempo, però, vanta una profondità da non credere nella propria rosa. Come se la generazione d’oro del calcio spagnolo (Iniesta, Xavi, Silva) avesse dato vita a una serie virtualmente infinita di figli minori, dal talento meno spiccato e più scolastico, forse, ma tutti immersi nello stesso linguaggio calcistico. Oyarzabal, Rodri, Gavi, Pedri, Fornals, Koke, Merino. Una Nazionale costruita da Luis Enrique con scelte controintuitive, che danno risalto ad altri esclusi che potrebbero rientrare nello stesso sistema lasciandone l’identità invariata: Ruiz, Canales, Aspas, Brahim Diaz, Thiago Alcantara. Tutti giocatori fenomenali nell’orientamento del corpo, nella tattica individuale.

A fare da garante in questo passaggio di consegne tra la generazione dorata e quella di Pedri e Gavi, Sergio Busquets, totemico al centro del campo. Era il più giovane centrocampista fenomenale del Barcellona, è stato il giocatore più anziano della rosa della Spagna nell’ultimo Europeo. Col numero cinque a il corpo lungo da uccello di palude, è il maestro della manipolazione dell’aspetto più esoterico di una partita di calcio: il tempo. Busquets non sembra mai dover correre, passeggia per il campo trasformando il calcio in un arte zen di ripetizione di gesti semplici. Come da titolo di un documentario dedicato al Barcellona: «Take the ball, pass the ball». La testa di Busquets sembra muoversi più velocemente delle sue gambe, a tracciare una cartografia sempre aggiornata del campo da calcio. L’assenza di sforzo con cui dirige le operazioni ha qualcosa di mistico, e dà alla Spagna la classica sensazione di sordo controllo che negli ultimi anni avevamo dimenticato, ma che negli ultimi mesi è tornata stranamente presente.


Busquets contro la Svizzera agli ultimi Europei (Keystone)

Il moltiplicatore

Se Busquets e Jorginho possiedono il talento invisibile di scomparire nel sistema, rallentando il ritmo e mettendo ordine nel caos, Kevin De Bruyne ne moltiplica le possibilità. Pur non giocando davanti alla difesa, in una squadra più verticale come il Belgio è lui a orientare il possesso palla partendo dalla trequarti. Witsel, che gioca mediano, ha compiti più tattici e di schermatura; tocca molti palloni ma in modo semplice e conservativo. È De Bruyne che poi deve raccogliere questi palloni e dargli una faccia. Contro la Francia, nella semifinale di Nations League, ha toccato solo tre palloni meno di Witsel; quasi il doppio dell’altro trequartista, Hazard. De Bruyne può abbassarsi a cucire la circolazione palla, defilarsi sul lato o fare la cosa in cui è maestro: smarcarsi nelle tasche di spazio sulla trequarti per ricevere e rifinire. Quando la palla arriva tra i piedi di De Bruyne, il Belgio accelera in ritmo e pericolosità. Nessuno ha la sua velocità di pensiero, e nessuno riesce ad abbinarla a una tale precisione tecnica. Il modo in cui De Bruyne riesce a dosare i suoi passaggi - a differenti lunghezze, altezze e tempi - è più simile a quella di un golfista che a quella di un calciatore. La qualità balistica dei suoi piedi, con una predilezione per il destro, gli permette di armare, quindi, il tiro di un compagno in qualsiasi posizione si trovi. Per una squadra diretta come il Belgio, che non prova a ordinarsi attraverso la palla, è naturale che sia un rifinitore universale come De Bruyne a darle l’identità.

Un talento a parte

Davanti alla difesa della Francia campione, invece, gioca un centrocampista che è un compromesso fra tutte queste possibilità. Paul Pogba è esploso nella Juventus giocando da trequartista, ma col tempo ha arretrato la sua posizione davanti alla difesa. Per Pogba a volte il campo sembra troppo piccolo, e allora tanto vale abbassarsi per ricevere con più spazio davanti a sé, dove può esprimere il più ampio spettro delle possibilità del proprio talento. Pogba davanti alla difesa è un maestro della protezione della palla sotto pressione; un’arte che in finale contro la Spagna ha portato alle sue premesse più estreme, esercitandosi in un paio di rischiosissime danze con l’uomo addosso dentro la propria area.

A differenza di Busquets o Jorginho, però, il suo gioco non si limita alla semplicità. Pogba può partire in lunghe conduzioni condite da dribbling barocchi e pieni di immaginazione, per poi interrompersi in una rifinitura geniale e improvvisa. Contro la Spagna è stato il calciatore con più dribbling in campo dopo l’impossibile Mbappé. Pogba può anche decidersi di fermare e rallentare il gioco con una lentezza da calcio brasiliano, per poi accendersi all’improvviso. Il ritmo della Francia allora prende questa andatura capricciosa, che asseconda l’ispirazione mutevole del proprio regista. Una squadra disperatamente incapace di prendere una forma collettiva, ma capace di momenti di brillantezza da jam session ineguagliabili per le altre squadre.

Al centro delle connessioni estemporanee, e a tratti da fantascienza, della Francia, c’è sempre Pogba, capace di tutto o del suo contrario anche all’interno della stessa azione.

In un calcio in cui si vuole controllare il pallone e comprimere il campo in avanti, il ruolo del giocatore davanti alla difesa è diventato la chiave per gestire i tempi e gli spazi, e per permettere alla squadra di aprirsi nella forma che l’allenatore vuole, e che spesso coincide con la visione, il gusto e l’espressione del suo regista.


Pogba esulta a suo modo dopo il suo gol alla Svizzera a Euro2020 (Keystone)

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