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12.10.21 - 05:30
Aggiornamento : 11:57

Calcio e politica, cronaca di un amore malato

La storia trabocca di episodi, nei quali le più disparate ideologie hanno cercato di impossessarsi del pallone. Ultima ‘vittima’, Xherdan Shaqiri

Un abisso di 2000 anni ci separa dal “panem et circenses” di romana memoria, eppure a volte, analizzando il rapporto tra sport e politica, verrebbe da dire che ben poco è cambiato. Anzi, l’avvento della televisione e in particolare delle trasmissioni in diretta, ha reso lo sport un palcoscenico ancora più appetibile per tutti coloro i quali desiderano veicolare un messaggio potenzialmente in grado di far presa sugli spettatori e indirizzare il pensiero delle masse in una direzione ben precisa. L’esempio più recente risale a pochi giorni fa, quando a Ginevra, al termine della sfida tra Svizzera e Irlanda del Nord, uno sconosciuto ha fatto indossare a Xherdan Shaqiri, impegnato con le interviste televisive, una giacca sulla quale spiccava l’emblema Uck, acronimo dell’esercito di liberazione del Kosovo, considerato dalle Nazioni Unite come un’organizzazione terroristica. Shaqiri, appena resosi conto di quanto stava succedendo e delle potenziali implicazioni di quel gesto, si è prontamente liberato dell’indumento. La federazione svizzera ha formalmente stigmatizzato l’accaduto, ma nel frattempo il messaggio, veicolato a uso e consumo della comunità kosovara e albanese (e indirettamente anche di quella serba), ha trovato ampio risalto attraverso le immagini rimbalzate da un social media all’altro.

Quello di Ginevra, come si diceva, è soltanto l’ultimo caso di una lunghissima lista di intrecci più o meno virtuosi tra calcio (ma non solo) e politica. Spesso stigmatizzabili – in particolare quando sono le istituzioni a cercare di piegare lo sport alle loro necessità –, altre “politically correct”, dimostrazioni dirette di come anche chi è pagato per tirar calci a un pallone, all’occorrenza sia capace di sensibilità politica, ambientale o sociale.

Dall’Atomica agli Aquilotti

La storiografia dell’intrusione della politica nello sport e dell’utilizzo del palcoscenico a fini politici da parte degli stessi sportivi, potrebbe riempire un’enciclopedia. E alla voce “Svizzera” troveremmo tre esempi che hanno avuto grande risalto a livello internazionale. Quanto successe del 6 settembre 1995 allo stadio Ullevi di Göteborg venne ritenuto da molti come un vero attacco alla neutralità elvetica. Al momento degli inni nazionali, nella sfida per le qualificazioni agli Europei 1996, i giocatori della Nati esposero uno striscione con la famosa scritta “Stop it Chiarc”, contro la ripresa degli esperimenti atomici francesi nell’isola di Mururoa, in Polinesia. Alain Sutter fu considerato l’istigatore dell’iniziativa: l’Uefa non sanzionò l’Asf, ma guarda caso l’Angelo biondo, su pressione dell’allora delegato per le squadre nazionali Giangiorgio Spiess, fu escluso dalla selezione rossocrociata per England 96. Fu proprio quello di Göteborg l’episodio che spinse l’Uefa a operare un importante giro di vite nei confronti di quei giocatori desiderosi di esprimere il loro pensiero “politico”.

Secondo caso “elvetico”, quello dell’ottobre 2016, quando in occasione di una sfida di Champions League tra Basilea e Schalke, attivisti di Greenpeace, con un’azione altamente spettacolare, calarono dal tetto del St. Jakob uno striscione contro Gazprom, gigante energetico russo e sponsor della manifestazione, accusata di aver illegalmente fermato 28 attivisti che protestavano contro lo sfruttamento dell’Artico.

L’ultimo caso è forse il più conosciuto e il più controverso: il gesto dell’aquila albanese sventolato in faccia ai tifosi serbi da Xhaka e Shaqiri nella sfida Svizzera - Serbia ai Mondiali 2018 in Russia. Polemiche a non finire, grande imbarazzo dell’Asf e ulteriore benzina sul fuoco di chi accusa la Nazionale di scarsa “svizzeritudine”. Ma nessuna sanzione nei confronti dei due giocatori messi sotto inchiesta disciplinare.

Il drone di Belgrado

E a proposito di Albania. Belgrado, 15.10.2014: al 41’ l’arbitro inglese Atkinson sospese la sfida Serbia - Albania, valida per le qualifiche a Euro 2016, per la presenza di un drone al quale era stata agganciata una bandiera raffigurante la Grande Albania (comprendente il territorio del Kosovo) e le effigi di due noti nazionalisti albanesi. La bandiera venne poi strappata dal serbo Mitrovic con un gesto che scatenò la reazione dei giocatori albanesi e l’invasione di campo dei tifosi serbi, per quella che divenne una rissa generale. Nonostante l’invito del direttore di gara, una volta ristabilito l’ordine, a tornare in campo, la partita non riprese, per l’ovvio rifiuto dei giocatori ospiti.

A sfruttare il calcio ci ha provato qualche mese fa la federazione ucraina. A Euro 2020 i suoi giocatori avrebbero dovuto indossare delle maglie rappresentanti, in forma stilizzata, i confini della nazione. Peccato che tali confini inglobassero pure il territorio della Crimea, attualmente annesso alla Russia. L’Uefa, che le implicazioni politiche preferisce tenerle al di fuori delle sue manifestazioni, ha costretto la federazione ucraina a cambiare il disegno della maglia.

Il gran rifiuto del Lobo

In Sudamerica politica e calcio sono sempre andati a braccetto, con il pallone troppo spesso ostaggio di sanguinari dittatori. I Mondiali 1978 in Argentina rappresentarono per la dittatura di Jorge Videla uno specchietto per le allodole in grado di abbagliare una popolazione costretta a vivere in un persistente stato di terrore. La Nazionale diretta dal Flaco Menotti, quei Mondiali li doveva vincere a tutti i costi e prima della sfida tra Argentina e Perù (l’Albiceleste aveva bisogno di imporsi con almeno quattro reti di scarto per accedere alla finale a scapito del Brasile) negli spogliatoi peruviani si presentò Videla in persona (accompagnato da Henry Kissinger) per gli auguri di rito. Nessun giocatore peruviano ha mai ammesso pressioni da parte del dittatore, fatto sta che Passarella e compagni si imposero addirittura 6-0. Ma nemmeno Videla poteva accomodare ogni cosa, tanto che, nella finale con l’Olanda, al 90’ Rensenbrink colpì un clamoroso palo. Chissà cosa ne sarebbe stato della sanguinaria dittatura dei generali se quel pallone fosse finito dentro e il Mundial l’avesse vinto l’Olanda... Invece, la Coppa la alzò Passarella, diventato capitano dopo il gran rifiuto di Jorge Carrascosa, carismatico difensore dell’Huracan. Pochi mesi prima, per non diventare complice della dittatura, il Lobo aveva dato l’addio alla Nazionale (e l’anno dopo al calcio), rinunciando così al sogno di ogni bambino: “Jugar el Mundial y salir campeón”. Non tutti i componenti dell’Albiceleste, ovviamente, condividevano quanto stava accadendo in Argentina, ma durante il party organizzato dal quotidiano El Clarin per festeggiare i neo-campioni del mondo, soltanto Alberto Tarantini si rifiutò di stringere la mano a Jorge Videla. Anzi, gli chiese conto di tre amici “desaparecidos”: «Videla me sacó cagando (mi mandò affan…, ndr)», ebbe modo di affermare anni dopo.

Paradossalmente, la dittatura più feroce e sanguinaria del Sudamerica accettò che a dirigere la Seleccion fosse il giovanissimo (36 anni) Cesar Luis Menotti, uomo apertamente di sinistra («Non vinciamo per quei figli di puttana, vinciamo per alleviare il dolore del popolo», disse prima della finale). Destino ben diverso da quello toccato, otto anni prima, al brasiliano Joao Saldanha, giornalista prestato alla panchina (da inviato aveva seguito la Grande Marcia di Mao e lo Sbarco in Normandia). Dopo aver qualificato a punteggio pieno il Brasile per i Mondiali 1970 (e aver battuto in amichevole i campioni in carica dell’Inghilterra), nel marzo 1970 venne esautorato su ordine del dittatore Emilio Medici. Saldanha morirà da inviato televisivo durante i Mondiali del 1990 in Italia.

La farsa dell’Estadio Nacional

Dei Mondiali 1974 si è detto in relazione alla sfida tra i cugini di Germania, ma non si può non parlare dello spareggio Europa - Sudamerica per l’ultimo posto disponibile alla fase finale. Di fronte, Unione sovietica e Cile, andata a Mosca, ritorno a Santiago: prima partita, il 26 settembre 1973, vale a dire due settimane dopo il golpe con il quale Augusto Pinochet aveva abbattuto il governo di Unidad Popular di Salvador Allende. A seguito del colpo di stato, Leonid Breznev aveva interrotto le relazioni diplomatiche con il Cile, ciò nonostante il confronto d’andata si giocò regolarmente, con un salomonico 0-0. Il ritorno era previsto il 21 novembre, ma Mosca si rifiutò di scendere in campo nell’Estadio Nacional, nel quale erano stati rinchiusi, torturati e uccisi migliaia di oppositori politici (il più famoso, forse, fu il cantautore Victor Jara, al quale furono mozzate le mani affinché non potesse più suonare). Il nullaosta di una delegazione Fifa che certificò l’esistenza delle condizioni necessarie per la disputa del confronto (nonostante nei sotterranei dello stadio vi fossero ancora 7’000 prigionieri) non fece cambiare parere all’Urss. Il 21 novembre, di conseguenza, in campo scesero solo gli 11 cileni e il direttore di gioco, l’austriaco Linemayr. Dagli spalti, i 12’000 spettatori assistettero a una scena surreale: al fischio d’inizio, i cileni avanzarono fino a quando Carlos Caszely servì a Francisco Valdes il più comodo degli assist per un gol a porta vuota. A Caszely, vicino al governo di Unidad Popular, rimarrà sempre il rimorso per aver preso parte a quella buffonata e non aver avuto il coraggio di buttare fuori il pallone.

Jürgen Sparwasser, da eroe a traditore

Gli intrecci tra politica e sport attraversano tutto l’arco istituzionale, dall’estrema sinistra all’estrema destra. Nel secondo dopoguerra, le squadre di calcio dei paesi del blocco orientale erano tutte controllate dalla politica (polizia segreta, esercito, marina…). Nella Germania dell’est, ad esempio, la Dinamo Berlino, controllata dalla Stasi, la famigerata polizia segreta, vinse con ben più di un aiuto 10 campionati consecutivi.

Ben più emblematico di come la politica si ritenesse padrona assoluta del movimento sportivo, quanto accaduto nel 1986, dopo che al Sanchez-Pizjuan di Siviglia, la Steaua Bucarest aveva superato ai rigori, grazie alle parate di Helmuth Duckadam, il favorito Barcellona nella finale di Coppa campioni. Il presidente del Real Madrid, Ramon Mendoza, desideroso di ringraziare il portiere rumeno per aver battuto gli odiati blaugrana, gli regalò una macchina di lusso. La quale, però, attirò le brame di Valentin Ceausescu, figlio del dittatore Nicolae. Duckadam si rifiutò di cedere alle pressioni del potere e per vendetta Valentin gli fece rompere le mani, decretandone, di fatto, la fine della carriera.

Nella storia del calcio, poche reti hanno assunto uno spessore politico come quella messa a segno il 22 giugno 1974 da Jürgen Sparwasser. Decretò la vittoria della Ddr nella partita contro i cugini della Germania Ovest nella fase a gironi dei Mondiali. Successo che, secondo i dirigenti orientali, avrebbe dovuto dimostrare la supremazia del modello politico comunista su quello capitalista, in una sorta competizione tra i due blocchi, per cui pregi e difetti di un intero sistema politico passavano dal numero di medaglie ottenute a livello internazionale. Un ragionamento perverso che, in particolare proprio nella Repubblica democratica tedesca, rovinò la vita di centinaia di atleti (soprattutto nell’atletica leggera e nel nuoto), costretti, spesso a loro insaputa, a trattamenti dopanti. Ormoni all’origine, a lungo andare, di importanti scompensi fisici e psicologici. Il calcio, in questo senso, rappresentava uno sport meno appetibile, in quanto poco “dopabile”. La vittoria di Amburgo fu comunque utilizzata dal regime a fini propagandistici, anche se subito dopo il sorteggio dei gruppi, il governo di Berlino si era detto intenzionato a non permettere ai suoi atleti di scendere in campo. Alla fine, Sparwaser divenne un eroe nazionale, ma, come tutti sanno, i Mondiali li vinsero Müller, Beckenbauer e compagni. E “Spari”? Proseguì e concluse la carriera nel Magdeburgo, ma nel gennaio 1988, approfittando di una partita tra vecchie glorie a Saarbrücken, fece perdere le sue tracce e riparò nella Germania Ovest. Meno di due anni prima della caduta di quel Muro di Berlino che secondo molti iniziò a crollare proprio quella sera d’estate del 1974.

L’utilizzo del palcoscenico calcistico per meri fini politici ha avuto molti altri adepti, nel bene e nel male. Dall’impegno di Pep Guardiola e Gerard Piqué a favore dell’indipendenza della Catalogna, al saluto militare dei nazionali turchi (2019) a sostegno delle forze armate di Ankara impegnate in Siria nella repressione del popolo curdo; dalle pesanti intrusioni del regime fascista di Mussolini (poco interessato al calcio se non quale volano propagandistico) ai Mondiali del 1934, al rifiuto dell’Uefa (2021) di permettere l’illuminazione con i colori dell’arcobaleno dell’Allianz di Monaco di Baviera, a sostegno del movimento Lgbt. Senza dimenticare tutti quei calciatori capaci di esprimere pubblicamente le loro posizioni politiche: da un lato la “Democrazia Corinthiana” di Socrates, Paolo Sollier (Perugia anni 70) che salutava i tifosi con il pugno chiuso, Cristiano Lucarelli che indossava una maglietta raffigurante Che Guevara, Paul Breitner, maoista dichiarato, che si faceva fotografare con il Libretto Rosso; dall’altro Paolo Di Canio e il suo saluto romano, Alberto Aquilani con la collezione di busti del Duce, Sergio Pellissier secondo il quale “Mussolini ha fatto anche cose buone”...

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