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Calcio
laR
 
28.12.20 - 18:45
Aggiornamento : 06.05.21 - 13:41

Petkovic: ‘E se ne uscissimo con un calcio migliore?’

Seconda parte dell'intervista di fine 2020 al ct della Nazionale rossocrociata. Con vista sulle prossime scadenze

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Il calendario 2021 della Nazionale svizzera di calcio è particolarmente carico di appuntamenti: gli Europei (un torneo con dinamiche specifiche), ben otto partite di qualificazione ai Mondiali, qualche amichevole da definire. C’è un lavoro organico da strutturare, con le incertezze legate alla pandemia che non sono certo venute meno. Al contrario, sono aumentate. «Agiamo come siamo abituati a fare da sempre - sottolinea il ct della Nazionale rossocrociata Vladimir Petkovic -, dividendo bene i compiti, individuando le priorità e concentrandoci solo sulla prossima scadenza. Vale a dire marzo: sarà fondamentale entrare bene nel vivo delle qualificazioni mondiali. Non tanto allo scopo di battere l’Italia (testa di serie del girone, ndr), bensì tutte le altre. Vincere, per creare i presupposti per giocarcela anche contro gli Azzurri. Vogliamo aggiudicarci le prime due partite contro Bulgaria e Lituania, per uscire di slancio dal mese di marzo e trasferire questa positività verso gli Europei. A quel punto, si accantonerà ogni pensiero riguardante il Qatar per preparare bene il torneo continentale, sperando che i giocatori riescano a giocare con continuità nelle loro squadre, senza infortuni, senza ammalarsi. L’obiettivo sarà vincere la prima partita per entrare bene nel vivo del torneo e approcciare bene il secondo impegno che potrebbe servirci per superare il turno. Solo una volta negli ottavi di finale potremo parlare del prossimo obiettivo, per il quale dovremo fare prova di realismo, senza presunzione, in attesa del nome dell'avversaria. Quando lo avremo, fisseremo un ulteriore traguardo».

Europei, quanti dubbi

La decisione dell’Uefa sull’Europeo arriverà solo a inizio marzo. Le incertezze sono tante, le speranze di mettere in piedi una manifestazione in dodici paesi sono poche. «Al momento devo essere realista e dire che ritengo oltremodo difficile che l’Europeo possa avere luogo, quantomeno non nel formato originale studiato dall’Uefa. Ancora più complicato sarebbe farlo con gli spettatori. In questi mesi, però, abbiamo imparato che tutto è possibile, che la situazione potrebbe anche evolvere in fretta. Gli interrogativi, però, sono ancora troppi. I fattori di cui è necessario tenere conto sono molteplici, la loro importanza va ben oltre le semplici partite. Si deve ragionare sui rischi che si corrono a livello globale, ci sono enormi interessi economici in gioco. Non invidio che si deve pronunciare. Capisco che si siano presi un po’ di tempo per avere un quadro il più chiaro possibile».

Il pubblico? Imprescindibile

Stadi vuoti, oppure pochi spettatori sparpagliati, il distanziamento, le mascherina, le bolle. È un calcio diverso, questo. Ma ci stiamo davvero abituando a tutto questo? «All’inizio è stato difficile per tutti. I ritmi erano più bassi, anche per l’assenza delle emozioni che il pubblico sa trasmettere. C’era però maggiore libertà di espressione, in campo. Si giocava con meno pensieri, c’erano partite con tante reti. Ce ne sono ancora, anche oggi. Ne potremmo approfittare per rivedere un po’ il modo di interpretare il calcio anche in futuro. Squadre e giocatori si sono ormai abituati, in certe partite la differenza non si nota più, se ci si concentra solo sul gioco senza badare troppo al contorno. È la dimostrazione che l’essere umano sa adattarsi a ogni situazione. Ma devo riconoscere che gli spettatori fanno la differenza. Ero a San Gallo quando hanno concesso la presenza di 1’000 persone: ebbene, sembrava che lo stadio fosse pieno. I giocatori l’hanno percepito, quel calore, quell’atmosfera. Speriamo di riuscire a mettere assieme tutti gli aspetti positivi di questo calcio con quelli del calcio che c’era prima per offrire in futuro un prodotto migliore. Con la presenza degli spettatori quale condizione irrinunciabile. Senza pubblico l’interesse generale rischia di diminuire o di perdersi».

Adattarsi, evolvere

Allenatori ai quali ispirarsi, tecnici la cui carriera è fonte di ispirazione. Non si tratta di imitare o copiare, bensì di carpire piccoli dettagli ai colleghi, per farli propri, per adattarli al proprio stile. Come faceva da giocatore, seguendo i propri allenatori. Petkovic indicò Arsène Wenger per la qualità del gioco e Fabio Capello per la concretezza delle sue squadre. Oggi però il ct rossocrociato sviluppa il discorso e individua un altro paio di nomi, per spiegare il senso dell’evoluzione, della capacità di rimettersi in gioco. «Un esempio, l’Atletico Madrid di Simeone: la sua impostazione è molto diversa da quella di Jürgen Klopp, tecnico di un Liverpool che pratica un calcio molto piacevole a vedersi, ma l’argentino ha saputo ricalibrare la sua filosofia e creare delle aspettative sulla sua squadra simili a quelle che aveva quando vinceva senza però un gioco particolarmente piacevole. È stato intelligente, ha saputo creare un gioco più divertente, restando però fedele alla fase difensiva che lo ha sempre caratterizzato. Non è scontato. Liverpool e Atletico sono esempi diversi di un gioco ugualmente moderno. Possono essere di esempio anche per altre squadre. Dicono che è possibile miscelare diversi stili, diversi modi di interpretare il calcio, per ottenere un risultato di altissimo livello».

L'Italia di Mancini: il coraggio, le scelte

Avversaria della Svizzera nel gruppo di qualificazione ai Mondiali del Qatar, l’Italia è una delle nazionali emergenti a livello mondiale. È tornata su livelli eccellenti, dopo uno storico passaggio a vuoto culminato con il mancato accesso ai Mondiali del 2018 in Russia che porta la firma di Giampiero Ventura. Impressiona, l’ascesa degli Azzurri, iniziata con il nuovo corso affidato a Roberto Mancini. «Ha lavorato all’estero, ha avuto coraggio di fare certe scelte. Ha avuto il merito di miscelare il passato, quindi la tradizione, con il futuro. La selezione azzurra ha svoltato in direzione di un calcio più europea e meno tipicamente italiano. Un po’ quello che avevo cercato di fare io qualche anno alla Lazio. Diverse squadre sono ora orientate verso un calcio di stampo continentale. Questa evoluzione si nota. Dalla base, ora arrivano giocatori più pronti a giocare in Nazionale. Poi tocca alla bravura dell'allenatore fare le scelte, inquadrare i calciatori in un modulo omogeneo. Con i risultati, poi, tutto gira meglio. L’Italia negli ultimi due anni sta facendo la differenza. Lo stesso vale per la Spagna. Pur cambiando molti interpreti, pur inserendo tanti giovani, pur svoltando a livello di generazione, la vena tipica iberica rimane. Ma non hanno un possesso sterile, bensì tanta forza davanti, tante verticalizzazioni, pressing. Un calcio molto moderno, ma pur sempre spagnolo. Gli Azzurri di Mancini praticano anche’essi un calcio moderno, ma italiano, di fondo. Anche noi dobbiamo lavorare in queste direzione: non si tratta di copiare nessuno, bensì di creare qualcosa di definibile come nostro».

Under 21: ‘Bravo Mauro, ottimo lavoro’

Una parentesi orgogliosamente ticinese: dopo i fasti della gestione di Pier Tami che condusse la squadra alla finale degli Europei in Danimarca, Mauro Lustrinelli è riuscito a qualificare la Nazionale Under 21 all’Europeo di categoria, dieci anni dopo il suo predecessore. Un risultato brillante, che pone fine a molte stagioni di magra. Un’iniezione di fiducia per il movimento elvetico, un ottimo viatico anche per la Nazionale maggiore, il prossimo step per i giovani rossocrociati. «A Mauro faccio i complimenti per quello che ha fatto. Un risultato come quello che ha ottenuto mancava da troppo tempo. È determinante tagliare traguardi così, affinché chi poi fa il salto nella Nazionale maggiore ci arrivi con grande convinzione, e dia continuità al nostro progetto. Mauro ha creato una squadra a sua immagine, uno stile di comportamento e di gioco. Spero che ottenga un ottimo risultato anche alla fase finale. Il calcio svizzero ha bisogno di risultati prestigiosi anche a livello di U21. Prima di ogni raduno discutiamo, parliamo, stiliamo le liste. Non a caso, Omeragic e Sohm sono venuti direttamente con noi, non sono mai stati con Mauro. Ho preferito non portargli via giocatori sui quali era abituato a fare affidamento. La priorità, però, è la Nazionale A, i risultati della quale incidono anche sulle finanze dell’Asf. Dobbiamo fare in modo di ottenere risultati, di raggiungere gli obiettivi prefissati. Tuttavia, se posso aiutare l’U21 anche in futuro, lo farò. Affinché la Svizzera in ambito internazionale si presenti con molte squadre il più competitivo possibile».

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