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BASKET
16.08.22 - 17:36
Aggiornamento: 23:31

In ricordo di Angelo Ghirlanda e Franco Casalini

Franco Facchinetti lavorò con entrambi: ‘Due grandissimi maestri’

di Dario 'Mec' Bernasconi
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Cosa accomuna Franco Casalini – scomparso lo scorso 28 luglio – e Angelo Ghirlanda, che ci ha lasciato cinque giorni fa? L’amore per il basket. E se il primo è stato protagonista della scena italiana e internazionale – con una parentesi a Vacallo dal 1998 al 2000 condita da due successi in Coppa Svizzera – il secondo è stato un punto di riferimento per la nostra pallacanestro giovanile degli ultimi trent’anni. Partiamo nel viaggio dei ricordi proprio da Angelo, persona di grande umanità, bravo a sdrammatizzare così come a esser fermo nei suoi principi e nel suo procedere nella cultura del basket. Da lui sono passati futuri campioni, cresciuti con un senso di responsabilità fuori dal comune e con una serietà davvero rara. Fedelissimo del Basket Club Lugano, ha lottato fino all’ultimo contro una malattia che non gli ha lasciato scampo. Ha combattuto per 11 anni, con alti e bassi, ma sempre con la caparbietà e il coraggio di volerne uscire vincitore, fino alla fine. Poi ha dovuto cedere perché il suo cuore ha detto basta, lasciando la moglie Loredana e le figlie Martina e Carolina con un messaggio importante: voler vivere la vita fino all’ultimo. A Loro a e tutti i famigliari l’abbraccio mio e del mondo del basket, con un grazie di cuore.

‘Un vero esempio’

Fra i suoi migliori amici, Franco Facchinetti, altro personaggio schivo del nostro basket, ma conoscitore come pochi del mondo cestistico, anche lui cresciuto a pane e basket. Che ricordo hai di Angelo? «Una persona da prendere a esempio, che ho sempre ammirato e che avrà un posto nel mio cuore. Angelo è stato il mio mentore prima e un grande amico dopo: ho cominciato a giocare avendo lui come allenatore, e poi è stato lui a chiamarmi al suo fianco quando ha cominciato ad allenare le selezioni cantonali. E non perché eravamo vicini di casa, ma perché sapeva quanto fossi appassionato e non voleva che perdessi questo entusiasmo». Che allenatore era? «Molto competente, capace di aiutare i ragazzi a crescere tecnicamente ma anche molto attento sul piano umano, sempre disposto ad aiutare tutti e senza mai fare drammi. Era rigoroso quanto scanzonato davanti ai vari aspetti della conduzione di una squadra, una capacità non comune». Non era uno che si accontentava del nostro mondo? «Angelo era molto attento allo sviluppo del basket: all’inizio della sua carriera di allenatore, ricordo che non perdeva occasione per recarsi in Italia, a Salsomaggiore, dove in quegli anni venivano organizzati i primi clinic con allenatori provenienti dalla Nba. Un paio di volte mi portò con lui, ed era divertente a fine giornata riscrivere a bella tutti gli appunti: ricordi preziosi». Aggiornarsi era fondamentale già allora. «Certo, e lo scopo era cercare di portare nuove idee nel nostro piccolo mondo cestistico». Sempre nel settore giovanile? «Era una sua scelta: avrebbe potuto anche allenare in Divisione nazionale, ma il suo mondo erano i settori giovanili. E va detto che non molti hanno le sue qualità a la sua costanza: un vero pilastro del settore giovanile cantonale».

‘Sapeva responsabilizzarti’

Facchinetti ha avuto anche l’occasione di fare da vice-allenatore a Franco Casalini a Vacallo. Un altro mondo? «Quell’anno ho certamente imparato di più che in decine di settimane di corsi per ottenere la licenza di allenatore. Con Casalini ho scoperto un mondo del basket che mi era quasi ignoto. Fu un’esperienza che consiglio a tutti quelli che vogliono allenare seriamente». Ci vuoi spiegare? «Casalini è giunto a Vacallo a fine carriera: prima con Pippo Faina e poi con Dan Peterson, è stato vice per 10 anni all’Olimpia Milano. Poi è diventato head-coach, vincendo (sempre a Milano) scudetto, Coppa dei campioni e Intercontinentale. Un passaggio a Forlì, poi Roma e ancora Milano, prima di arrivare in Ticino. Un’esperienza che pochi sanno vantare». Che qualità aveva come capo-allenatore? «Franco era una persona molto intelligente e non solo a livello cestistico. Aveva una grande cultura e una conoscenza del basket completa. Era anche una persona che sapeva metterti a tuo agio, ti dava responsabilità e apprezzava le qualità dei singoli. Autorevole e diretto con tutti, non lasciava nulla al caso». Il miglior insegnamento? «La capacità di leggere le partite come pochi, e porvi rimedio. Ma anche i rimedi erano frutto di analisi e conoscenze sviluppate osservando le avversarie e contando sul lavoro svolto dal vice, come facevo io a Vacallo. Una base su cui puoi costruire un sapere cestistico fondamentale, cosa che manca oggi in troppe squadre, se non per qualche piccola analisi al videotape».

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