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Girmay sul traguardo della Pescara-Jesi (Keystone)
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ciclismo
19.05.22 - 05:30
Aggiornamento: 16:37
di Stefano Marelli

Girmay, l’eritreo volante fermato da un tappo di champagne

Primo africano nero a vincere una tappa al Giro, aveva trionfato in marzo nella Gand-Wevelgem. Si è dovuto ritirare, ma il suo futuro resta rosa

Chissà cosa si inventeranno gli eritrei per festeggiare Biniam Girmay Hailu, quando rimpatrierà con le mostrine di primo africano nero capace di vincere una tappa al Giro d’Italia. Dopo l’argento mondiale Under 23 lo scorso autunno – e dopo il successo alla Gand-Wevelgem a fine marzo – lo avevano fatto sfilare da eroe su una decapottabile fra la folla lungo le strade della capitale, Asmara. E c’è da scommettere che stavolta faranno le cose ancora più in grande: la Corsa rosa, laggiù, è considerata infatti la gara più importante in assoluto. Del resto, nel bene e nel male, Eritrea e Italia sono unite da legami antichi e strettissimi.

Durante il periodo espansionista, nel corso di mezzo secolo, insieme alle peggiori nefandezze gli italiani portarono in quella zona d’Africa anche qualcosa di buono, ad esempio le strade e le biciclette con cui percorrerle. E le due ruote, in Eritrea, ebbero subito successo: sia perché consentivano di raggiungere scuole e posti di lavoro con minor fatica e in tempi più brevi, sia perché in sella ci si poteva sfidare fra amici, immaginando di essere Ganna, Bottecchia, Girardengo e Bartali, che nella prima metà del ventesimo secolo erano gli autentici idoli sportivi d’Italia – colonie comprese – molto più di Primo Carnera o dei calciatori di Vittorio Pozzo.


L’incidente col tappo di champagne durante la premiazione (Keystone)

A Massaua, all’Asmara e in tutti gli altri centri maggiori erano sorte decine di società ciclistiche e molte erano le gare che venivano organizzate quasi ogni fine settimana. Una passione rimasta intatta malgrado gli stravolgimenti politici e sociali subiti dal Paese nella seconda metà del Novecento, fra rivoluzioni e guerre durate oltre quattro decenni, costate un numero altissimo di vittime e un impoverimento estremo.

Ed è proprio la miseria ad aver costretto gli africani a restare, fino ai giorni nostri, ai margini del ciclismo che conta. Una bici da corsa, in certe zone del mondo, vale quanto il salario di cinque anni, e nessuno dunque può permettersela. Negli ultimi tempi, a ogni modo, le cose sono un po’ cambiate: solidarietà olimpica, aiuti della Federazione mondiale e investimenti esteri hanno permesso di far giungere in Eritrea tecnici, materiale e denaro per poter mettere in piedi un più che discreto movimento – sia giovanile sia d’élite – tanto da riuscire a infilare nel calendario nazionale quasi un centinaio di corse. Del resto, la qualità non è che mancasse, quella è una terra che mette al mondo sportivi fatti apposta per gli sforzi prolungati. Lo dimostra l’atletica leggera, disciplina in cui i figli degli altopiani dell’Africa orientale sono ormai da tempo immemorabile i migliori sulle medie e lunghe distanze.


La vittoria alla Gand-Wevelgem (Keystone)

Negli ultimi anni, i talenti eritrei del pedale sono dunque stati scoperti, formati e seguiti da tecnici competenti, medici preparati e dirigenti lungimiranti, e i migliori in assoluto sono pure passati dal Centro mondiale del ciclismo di Aigle (Canton Vaud), dove hanno potuto perfezionare e completare la propria formazione. Fra questi c’è ad esempio Daniel Teklehaimanot, capace di vestire la maglia a pois del Tour de France una manciata di anni fa. Ma nell’elenco c’è anche Biniam Girmay, che martedì a Jesi ha vinto una volata di quasi mezzo chilometro, prendendosi la rivincita su uno specialista del calibro di Van der Poel, che lo aveva beffato all’ultimo colpo di pedale nella tappa inaugurale del Giro d’Italia, in terra magiara. Una cavalcata prepotente che gli addetti ai lavori calcolano abbia sviluppato addirittura 1’400 watt, la stessa potenza messa in campo, tanto per capirci, da gente come Cavendish o Démare, i migliori in assoluto in questo esercizio. Tutto ciò dopo 196 km (avendo pure sbagliato strada in una fase cruciale), col vialone del traguardo in leggera salita e toccando i 59 chilometri orari di velocità massima.

"Il Giro d’Italia sarà il mio primo grande giro", aveva detto Biniam un paio di settimane fa. "Nella mia città e nel resto del Paese, la gente il pomeriggio smette di lavorare per guardare in tv le grandi corse come il Giro e il Tour". La gioia dei suoi connazionali, dopo lo sprint vincente di martedì, sarà stata incontenibile. Peccato non esser lì nella splendida Asmara – tutta la città è Patrimonio Unesco – a godersi la festa del popolo eritreo.


Con i compagni di Nazionale (Twitter)

Ventidue anni appena compiuti, già sposato e padre di una bambina, Girmay ha fisico e talento da vendere (184 cm per 70 km), è forte nello sprint e ha già vinto anche corse a cronometro. Proprio grazie alle gare contro il tempo – e a suo cugino Meron Teshome Hagos, campione africano della specialità – si è avvicinato al pedale verso i quindici anni. La prima bici, usatissima, gli fu regalata dal padre falegname, che per il ciclismo delirava e che con quel dono lo convinse ad abbandonare il calcio. Biniam iniziò dunque a pedalare, agli oltre 2’300 metri di quota dell’Asmara, e da quel giorno, in pratica, non è più sceso di sella. Serietà e determinazione gli hanno permesso di crescere al meglio, e i risultati lo stanno confermando: già 6 successi nel ciclismo d’alto bordo, fra cui come detto in apertura una grande classica come la Gand-Wevelgem, primo africano a imporsi in una corsa così importante. Gli esperti, in questi due giorni, per lui hanno avuto solo parole di elogio.

Il ragazzo, ovvio, deve crescere ulteriormente, e del resto possiede ampi margini di miglioramento. Soprattutto nel protocollo: dopo la volata capolavoro, sul podio di Jesi, compostissimo e all’apparenza un po’ spaesato, si è fatto sorprendere dallo spumante d’ordinanza destinato al vincitore. Non ancora avvezzo a certe manovre, ha fatto saltare il tappo restando chinato sulla bottiglia, e così il sughero – capace di toccare i 55 km/h, specie se la jéroboam è rimasta al sole qualche minuto – gli è sparato dritto nell’occhio mancino. Perdita momentanea della vista, pubblico innaffiato assai svogliatamente, festa rovinata e corsa precipitosa verso l’Ospedale Carlo Urbani, dove gli viene diagnosticato un trauma della camera oculare anteriore. Nulla di troppo grave, pare, ma i dirigenti della sua squadra -la belga Intermarché- per precauzione decidono di toglierlo dalla bagarre. Quando si dice ritirarsi da vincitori.


Il Giro di Eritrea, nato nel 1946, è tornato nel 2001 (Wikipedia)

Scherzi a parte, attendiamo curiosi di rivedere all’opera questo giovane eritreo, emblema di un intero continente dalle potenzialità infinite, ma costantemente alle prese con enormi difficoltà strutturali. Il ciclismo, da circolo esclusivo formato al massimo da sei o sette nazioni com’era stato per quasi un secolo, negli ultimi quindici o vent’anni ha assunto una dimensione davvero planetaria, allargando a dismisura non solo i mercati ma pure il bacino da cui attingere gli atleti migliori. Ai Paesi più sfavoriti non può fare che del bene. Così come da potente traino fungeranno i Campionati del mondo Uci del 2025, in cartellone proprio nel Continente nero, in quel Ruanda che, anche grazie allo sport, comincia a rivedere un po’ di luce dopo essere stato avviluppato per qualche lustro dalle tenebre.


Sul palco del Giro prima dell’incidente all’occhio (Keystone)

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