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Pattinaggio di figura
25.02.22 - 08:30
Aggiornamento: 17:55

Valieva e le sue sorelle, come stelle cadenti nel buio

Il crollo psico-fisico della 15enne ai Giochi ha riacceso i riflettori sui discutibili metodi russi. Ne abbiamo parlato con un giudice presente a Pechino.

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Vittorie e sconfitte. Gioie e dolori. Sorrisi e lacrime. Termini in antitesi che sono l’essenza stessa di un appuntamento come le Olimpiadi e più in generale dello sport. Emozioni vissute dagli atleti e regalate agli spettatori in un gioco carico di phatos e drammaticità che può arrivare a toccare corde particolarmente sensibili, a volte persino in maniera quasi disturbante. In particolare quando lasciano l’ambito prettamente sportivo e toccano quello umano, come successo ai Giochi di Pechino con il caso della pattinatrice russa Kamila Valieva e in parte anche delle sue connazionali.

La 15enne di Kazan, nonostante la giovanissima età fenomeno assoluto del pattinaggio mondiale e grande favorita per l’oro nel concorso individuale in Cina, si è ritrovata al centro delle polemiche in seguito alla sua positività a una sostanza dopante emersa dopo il titolo conquistato nella gara mista (ma relativa a un controllo di dicembre) e la successiva sospensione della squalifica decisa dal Tribunale arbitrale dello sport (Tas), che ha voluto prendersi più tempo per valutare la situazione e prendere una decisione con effetto retroattivo. Una situazione che ha sì permesso alla Valieva di scendere sul ghiaccio nella prova individuale, ma non certo nelle migliori condizioni. Alla fine infatti la giovanissima russa non ha retto alla grande pressione psicologica alla quale è stata sottoposta per più giorni ed è crollata durante il programma libero, lei che dopo il corto guidava la classifica con un buon margine sulle avversarie. Insolitamente insicura sin dalle prime battute della sua esibizione, la Valieva è finita gambe all’aria in più occasioni e questo, assieme ad altre imprecisioni, non le ha permesso di andare oltre i 141,93 punti di giornata (quinto punteggio) e i 224,09 totali, finendo ai piedi di un podio occupato nell’ordine dalle sue connazionali Anna Shcherbakova (255,95), Alexandra Trusova (251,73) e dalla giapponese Kaori Sakamoto (233,13).

A fare il giro del mondo, oltre alle lacrime della Valieva, è stata però anche la reazione della sua allenatrice, Eteri Tutberidze, tristemente nota per i suoi metodi duri e a tratti disumani con cui negli anni ha sì portato al successo campionesse come Lipnitskaia, Zagitova, Medvedeva e la stessa Shcherbakova, ma a un prezzo molto alto per delle ragazze a cui sembrerebbe sia stata privata, oltre alla gioventù, anche l’acqua durante gli allenamenti e alle quali si dice ritardata la pubertà obbligandole a mangiare solo nutrienti in polvere e ad assumere il "lupron", un bloccante noto per indurre alla menopausa. Fattostà che anche dopo il crollo psicofisico della Valieva a Pechino, la 48enne nata a Mosca da padre georgiano e madre russa e armena non si è smentita, attaccando la sua protetta (si fa per dire) chiedendole i motivi dei suoi errori e del suo spirito poco combattivo quando quest’ultima non era praticamente ancora uscita dal ghiaccio. Così come si è ben guardata dal consolare anche la 17enne Trusova, pure lei sua allieva e scoppiata sotto il peso dell’estrema competitività e chissà cos’altro in una crisi isterica con lacrime e urla – "Odio tutti! Non voglio fare nient’altro nel pattinaggio, mai nella mia vita! Mai, odio questo sport! Lo odio, odio tutto!" – per essersi messa al collo "solo" l’argento e non l’oro, andato tra l’altro a una compagna di squadra.

Istanti per certi versi agghiaccianti che hanno spostato l’attenzione dalla questione del doping – va ricordato ancora aperta e per la quale lo stesso entourage della Valieva, che è anche quello delle due russe finite sul podio, è sotto inchiesta – sulla problematica delle fin troppo giovani atlete russe e del percorso che le porta a incantare il mondo per poi però sparire altrettanto rapidamente come stelle cadenti nel buio.

‘È stato troppo anche per un talento come Kamila’

Chi conosce bene l’argomento ed ha vissuto da vicino quanto capitato a Pechino, visto che era presente al National Indoor Stadium di Pechino proprio per giudicare le prove di pattinaggio di figura, è Marco Buttarelli, medico di professione e giudice internazionale per passione.

«Beh sì diciamo che di passione ce n’è tanta ed è quello che mi ha fatto arrivare, partendo in realtà dalla posizione di pattinatore della domenica ma affascinato da questo mondo, a essere un giudice Isu (Unione internazionale di pattinaggio, ndr) – ci racconta il 52enne di Lavena Ponte Tresa ma attivo professionalmente in Ticino, che in Cina ha valutato le prove delle donne e delle coppie nella gara a squadre, nonché il concorso delle coppie –. Avevo giudicato Kamila (Valieva, ndr) al Gran Prix in Russia a novembre ed era arrivata alle Olimpiadi da vincitrice annunciata per tutti gli addetti ai lavori, in quanto ha un livello tecnico e una solidità nell’esecuzione dei vari elementi elevatissimi. Poteva perdere l’oro solamente lei facendo un disastro in pista e purtroppo è capitato. La notizia del doping e la pressione dei media su una giovane di 15 anni sono stati troppo anche per un talento come Kamila. Umanamente parlando mi rattrista molto quanto accaduto. La giustizia deve fare ancora il suo corso ed è prematuro esprimere qualsivoglia giudizio su questa triste vicenda che ha in parte compromesso il clima di festa che deve regnare in una manifestazione come i Giochi olimpici, oltretutto quest’anno già "intristiti" dalla situazione legata al Covid e tutte le restrizioni a cui sono stati sottoposti atleti e addetti ai lavori. Quello che sia in qualità di giudice, sia come persona mi ha lasciato un po’ perplesso è che il prelievo incriminato sia stato effettuato a dicembre, per cui mi chiedo perché la Wada (l’Agenzia mondiale antidoping, ndr) ha tirato fuori dal cilindro la positività al doping della Valieva non prima degli Europei disputati a gennaio e nemmeno prima dell’inizio dei Giochi, bensì solo dopo la gara a mista a Pechino».

Gettando ulteriori ombre su un meccanismo – a prescindere dall’assunzione volontaria (se non forzata) o meno della sostanza proibita da parte di Valieva, che ha dichiarato di aver scambiato con il nonno il bicchiere contenente la sua medicina – che rientra in un sistema già notoriamente bacato, come dimostra il fatto che gli atleti russi erano alle Olimpiadi sotto la bandiera del Roc (Comitato olimpico russo, ndr)... «La scuola russa ha negli ultimi due quadrienni olimpici monopolizzato la disciplina nel singolo donne, vincendo tutti i titoli continentali, buona parte di quelli mondiali e gli ultimi tre olimpici (l’ultima non russa a imporsi è stata la coreana Yuna Kim nel 2010 a Vancouver, ndr). Questa fila impressionante di vittorie è frutto dell’ampio bacino di atleti a cui attingere, della disponibilità di ghiaccio e di un sistema di allenamento difficilmente riproducibile da noi. Tutto questo con il vantaggio di formare grandi talenti e campionesse ma pagando a volte lo scotto di bruciarne prematuramente la carriera».

Come dimostra il fatto che ben pochi dei baby-prodigi russi riescono poi a rimanere agli altissimi livelli raggiunti sul medio-lungo termine, sparendo spesso dalla scena internazionale poco dopo aver passato i 20 anni, se non prima. Tanto che sono già molti i dubbi sulla presenza tra quattro anni ai Giochi di Milano e Cortina di Kamila Valieva. Come potrebbero non esserci atlete al di sotto dei 17 anni. Sì perché il problema della fin troppo giovane età delle atlete in questo caso nel pattinaggio di figura (anche se per certi versi ricorda anche quanto capita nella ginnastica artistica) è un argomento dibattuto da anni… «Esatto e al prossimo Congresso dell’Isu previsto a giugno dovrebbe venir accolta piuttosto facilmente la proposta di alzare il limite d’età per partecipare alle grandi manifestazioni, che dovrebbe passare da 15 a 17 anni per le Olimpiadi, lanciando il messaggio che non si possono portare "bambine" ai Giochi». Un cambiamento che non risolverebbe evidentemente il problema alla radice, ma potrebbe perlomeno far sì che determinate nazioni come la Russia non siano più motivate a spremere le ragazzine già così giovani, ritardando l’inizio di questo processo fino a un’età un po’ meno rischiosa dal punto di vista fisico e psicologico per le atlete, che avrebbero il corpo più pronto a reggere un certo tipo di allenamenti e in generale rischierebbero meno di spezzarsi.

Giudicare senza farsi condizionare, la dura vita del giudice

Una situazione quella creatasi a Pechino attorno al mondo del pattinaggio che di certo non ha reso la vita facile a chi era chiamato a giudicare esclusivamente la performance sportiva… «Uno cerca sempre di rimanere distaccato e non farsi coinvolgere o condizionare da ciò che accade fuori dal ghiaccio, la cultura del giudice dice proprio che quando ti siedi in pista, devi resettare il cervello e giudicare unicamente ciò che accade sul ghiaccio. E siamo allenati per farlo. Restare obiettivi e non farsi condizionare non è sempre facile ma è uno dei doveri di noi giudici: giudicare in maniera imparziale e valutare solo e soltanto quello che l’atleta ha eseguito in quel momento sul ghiaccio. Non deve importare quanto fatto l’anno, il mese o il giorno prima. Facile a dirsi ma a volte più difficile da mettere in pratica. Ad esempio se pattina il campione del mondo, è difficile dimenticarsi che è appunto il campione del mondo. Ricordo che anni fa a un Grand Prix in Cina il giapponese Yuzuru Hanyu (iridato nel 2014 e 2017 e detentore di due titoli olimpici, ndr) fece un disastro ma prese ugualmente punteggi relativamente alti. È nella natura umana farsi condizionare dal contesto e dalle esperienze pregresse. Proprio per questo siamo nove giudici in pannello, questo rende il punteggio il più corretto possibile e d’altro canto a livello di preparazione viene effettuato un lavoro specifico con corsi e seminari proprio per limitare gli errori di giudizio dovuti a bias (una forma di distorsione della valutazione causata dal pregiudizio, ndr). Chiaramente però come detto non è così evidente azzerare la componente emotiva, c’è chi riesce a farlo con più facilità e chi meno, dipende anche dalle varie situazioni e quella vissuta a Pechino non è sicuramente stata tra le più semplici da gestire anche per i giudici».

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