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20.01.22 - 05:30
Aggiornamento: 19:54

Boicottaggi e sport ai Giochi e non solo

Olimpiadi e politica, una storia senza fine. A Pechino 22 la ritorsione sarà solo diplomatica

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Voce di protesta (Keystone)

La Svizzera sarà presente ai Giochi olimpici di Pechino che si apriranno tra venti giorni. Con i suoi atleti – e questo era scontato –, ma pure con la sua rappresentanza diplomatica. E questo, scontato non lo era affatto. Il Consiglio federale ha deciso di non dar seguito alle richieste formulate da numerose associazioni di difesa dei diritti umani e di non seguire l’esempio di Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Giappone, nazioni che attueranno un boicottaggio diplomatico e che a Pechino non invieranno alcun loro rappresentante politico. L’Unione europea, dal canto suo, pur approvando l’idea del boicottaggio, non ha raggiunto un’intesa unitaria e ha lasciato mano libera ai singoli Stati. La Svizzera, così come Italia, Francia e Germania, ha deciso di nascondere sotto il tappeto il dossier del rispetto dei diritti umani in Cina (in particolare le decennali persecuzioni in Tibet, alle quali si sono aggiunte negli ultimi anni quelle contro la minoranza uigura e le recenti violazioni a Hong Kong). E un altro fronte caldo si staglia già all’orizzonte, quello dei Mondiali 2022 di calcio in Qatar, contro i quali si è scagliato negli scorsi giorni l’ex giocatore Eric Cantona, chiedendone il boicottaggio per gli oltre 6’500 operai morti (tutti immigrati, in particolare da Nepal, India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka e Filippine) durante i dieci anni di costruzione delle infrastrutture.

1956, noi non c’eravamo

Eppure, in un’occasione la Svizzera il boicottaggio lo ha applicato. E non solo a livello diplomatico. Era il 1956 e i Giochi estivi si dovevano tenere a Melbourne tra novembre e dicembre (estate australe). Poche settimane prima (23 ottobre - 10 novembre) la rivoluzione ungherese era stata schiacciata nel sangue dai carri armati dell’Armata rossa. La Svizzera, unitamente a Spagna e Olanda, decise di non prendere parte ai Giochi australiani. E lo stesso fecero Egitto, Libano e Irak per protestare contro l’occupazione militare del canale di Suez a opera di Francia, Regno Unito e Israele, mentre la Cina se ne restò a casa in quanto gli organizzatori avevano accettato la partecipazione della delegazione di Taiwan.

Nessun palcoscenico garantisce risonanza maggiore rispetto a quello dei Giochi olimpici ed è per questo motivo che quasi tutti i boicottaggi (riusciti o no) hanno preso di mira proprio la manifestazione riesumata dal Pierre De Coubertin. Il primo caso accertato risale addirittura all’antica Grecia, quando nel 332 a.C. Atene minacciò il ritiro della sua delegazione per protesta contro le accuse di truffa rivolte a un suo atleta. In età moderna, quasi tutte le edizioni sono state caratterizzate dalla rinuncia, volontaria (boicottaggio) o forzata (esclusione), di qualche delegazione, almeno fino alla caduta del Muro di Berlino.

Anche l’Nba non è rimasta immune

Altre manifestazioni sportive, per quanto di grande risonanza internazionale, non sono praticamente mai state prese di mira. Nel calcio, ad esempio, si contano soltanto tre episodi: nel 1934 l’Uruguay, campione in carica, decise di non partecipare alla Coppa del mondo in Italia, non per un qualsivoglia disaccordo politico con il governo fascista di Benito Mussolini, bensì quale ritorsione nei confronti di molte nazioni europee che quattro anni prima si erano rifiutate di prendere parte alla prima edizione, disputata proprio a Montevideo. Il secondo caso è quello dell’Unione sovietica che non si presentò a Santiago del Cile, poche settimane dopo il golpe di Augusto Pinochet, per il ritorno dello spareggio che avrebbe assegnato l’ultimo biglietto per i Mondiali 1974. Infine, nel 1992 la Jugoslavia fu esclusa dagli Europei quale ritorsione per il ruolo di Belgrado nella guerra in Bosnia.

Molto più recente è il caso dell’Nba. Nell’agosto 2020, nel bel mezzo dei playoff, dopo il ferimento da parte della polizia dell’afroamericano Jacob Blake a Kenosha (Wisconsin), sei squadre della massima lega statunitense avevano deciso di non scendere in campo. Nella bolla di Orlando, Milwaukee, Orlando, Houston, Oklahoma, Los Angeles Lakers e Portland si erano rifiutate di giocare, costringendo la Lega ad annullare le tre partite previste quel giorno. Nei giorni seguenti la protesta era poi rientrata, ma quanto successo è rimasto nei libri di storia dello sport statunitense come un atto politico senza precedenti.

La politica della Guerra Fredda

È soprattutto nel secondo dopoguerra e negli anni della Guerra Fredda che lo sport olimpico è stato assoggettato alle necessità politiche di uno o dell’altro blocco, ma va comunque ricordato come i primi boicottaggi, furono invero esclusioni, vennero organizzate non già da singole nazioni contro il movimento olimpico, bensì dallo stesso Cio nei confronti di Paesi sgraditi. Nel 1918, ad esempio, Germania, Austria, Ungheria, Turchia e Bulgaria, uscite sconfitte dal primo conflitto mondiale, non vennero invitate ai Giochi di Anversa. Secondo De Coubertin – e come dargli torto – sarebbe stato rischioso farne sfilare le delegazioni in quel Belgio ancora sfregiato dall’invasione e da quattro anni di occupazione da parte dell’esercito tedesco. La Germania fu considerata nazione non gradita pure nel 1924 a Parigi e tornò nella famiglia olimpica solo nel 1928 ad Amsterdam. La neonata Unione sovietica, invece, rimase volontariamente alla finestra fino al 1952 (Cortina in inverno, Helsinki in estate). Vale comunque la pena ricordare che nel 1928 la Svizzera prese parte, unitamente ad altre 11 nazioni, alle prime Spartakiadi estive, manifestazione di forte impronta operaia e socialista organizzata a Mosca in alternativa alle Olimpiadi, ritenute prodotto della borghesia capitalista.

Nel 1936 (Berlino) il tentativo di boicottaggio promosso da numerose organizzazioni ebraiche, soprattutto negli Stati Uniti, non approdò a nulla, anche a causa del lavoro sotto traccia portato avanti da Avery Brundage, presidente del comitato olimpico statunitense, in affari con il ministro tedesco Josef Göbbels e piuttosto “tenero” nei confronti dell’ideologia nazista. Un occhio benevolo nei confronti di Hitler che, si dice, avrebbe portato Brundage a esigere il cambiamento del quartetto della 4x100, con l’esclusione degli ebrei Sam Stoller e Marty Glickman e l’inserimento di Jesse Owens che vinse così la sua quarta medaglia d’oro. La formula del “non invito” fu poi applicata nei confronti di Germania e Giappone per le Olimpiadi del 1948 a Londra.

Sudafrica, 28 anni ai margini

Il boicottaggio più lungo della storia del Cio ebbe inizio nel 1964 a Tokyo. Vittima il Sudafrica dell’apartheid che venne escluso dalla famiglia olimpica fino a Barcellona 1992, dopo la fine del regime segregazionista di Pretoria e la liberazione di Nelson Mandela. Indirettamente, il Sudafrica fu il protagonista di quello che divenne il primo boicottaggio di massa messo in atto nei confronti del Cio. Nel 1976, 27 nazioni africane decisero di non prendere parte ai Giochi di Montréal, quale forma di protesta contro la presenza della Nuova Zelanda, i cui All Blacks, infatti, si erano recati in Sudafrica per affrontare gli Springboks. Il Cio, però, non aveva dato seguito alla richiesta di estromettere la delegazione “kiwis”, sulla base del fatto che il rugby non era uno sport olimpico.

Quella di Montréal fu la prima di quattro edizioni colpite da pesanti defezioni politiche. Nel 1980 a Mosca, quale segno di protesta per l’invasione dell’Afghanistan, il giorno di Natale del 1979, da parte dell’Armata rossa, ben 64 nazioni seguirono l’appello degli Stati Uniti e decisero di non recarsi in Unione sovietica. Tra queste anche delegazioni “pesanti” dal profilo sportivo come la Cina, il Canada, la Germania Ovest, il Kenya e la Corea del Sud. Per contro, non aderirono al boicottaggio alleati storici degli Stati Uniti quali Italia, Gran Bretagna e Francia, ma undici delegazioni decisero, per protesta, di gareggiare non con la loro bandiera, bensì sotto quella del Cio.

La ritorsione giunse puntuale quattro anni dopo a Los Angeles, quando l’Unione sovietica rinunciò per non meglio specificati problemi di sicurezza. A conti fatti, il boicottaggio di Los Angeles ebbe un seguito molto minore rispetto a quelli di Montréal e Mosca. Infatti, soltanto 17 nazioni rifiutarono di recarsi negli Stati Uniti. Oltre all’Unioine sovietica e al blocco dell’Est europeo (Germania, Cecoslovacchia, Bulgaria, Ungheria, Polonia, Bulgaria), anche storici alleati dell’Urss quali Cuba, Vietnam, Laos e, ovviamente, Afghanistan (l’Armata rossa avrebbe lasciato il Paese solo a partire dal 1988). La Romania fu l’unica rappresentante del blocco sovietico presente in California.

Urss e Usa tornarono a confrontarsi faccia a faccia nel 1988 a Seul, in un’edizione boicottata dalla Corea del Nord, la quale aveva preteso – senza ottenerla – l’organizzazione sul suo territorio della metà delle competizioni. Per solidarietà con Pyongyang, Cuba, Etiopia, Nicaragua e Albania decisero di non volare a Seul.

Da Barcellona in poi, il movimento olimpico ha vissuto anni di relativa tranquillità. Anche nel 2008 quando i Giochi estivi erano stati assegnati per la prima volta alla Cina, soltanto la voce degli esuli tibetani si era alzata a contestare la decisione. La repressione attuata negli ultimi anni dal governo di Pechino contro la popolazione uigura dello Xinjiang e la restrizione delle libertà democratiche a Hong Kong hanno incoraggiato diversi governi a far sentire la loro voce, quanto meno a livello diplomatico. Venerdì 4 febbraio, in occasione della cerimonia d’inaugurazione, sugli spalti vi sarà un numero di “teste coronate” sensibilmente inferiore alle abitudini. Un boicottaggio diplomatico che per qualche settimana contribuirà ad attirare l’attenzione sull’inesistente rispetto dei diritti umani nel Celeste impero, ma che ben presto si spegnerà, annacquata da inesorabili logiche politiche ed economiche. D’altra parte, se la lunga storia dei boicottaggi olimpici ha insegnato qualcosa è che non sono mai serviti a raggiungere gli obiettivi per i quali erano stati pensati.

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