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05.11.21 - 05:30
Aggiornamento: 13:41

Campioni dalle mani sporche (di sangue)

Dai 251 km/h di Ruggs al processo a OJ Simpson, dal caso Pistorius agli eccessi di Monzon: quanti sportivi precipitati dalle stelle alle stalle

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Henry Ruggs III era uno dei wide receiver più talentuosi della nuova generazione. Già famoso all’università dell’Alabama, nell’aprile 2020 era stato draftato quale 12º giocatore assoluto dai Las Vegas Raiders. In questa stagione, in 7 partite aveva già totalizzato 469 yarde (una media di 19,5 a ricezione), più di quanto messo assieme nel 2020 in 13 partite. La sua carriera si è però bruscamente conclusa, a soli 22 anni, lo scorso martedì, quando i Raiders lo hanno di fatto licenziato. Poche ore prima, verso le 3.30 del mattino, la sua Chevrolet Corvette era andata a tamponare la vettura guidata da una 22enne di Las Vegas. L’urto aveva causato l’incendio dell’auto della giovane, deceduta nel rogo. Una fatalità? Mica tanto. Ruggs III si trovava alla guida con un tasso di alcolemia doppio rispetto al limite consentito nel Nevada (0,161‰), ma, cosa ancor più grave, stava circolando a 156 miglia all’ora, qualcosa come 251 km/h. Secondo il computer di bordo, la Corvette avrebbe decelerato, pochi secondi prima dell’impatto, fino a 127 miglia all’ora (204 km/h). Prendendo in considerazione l’incidente mortale, le ferite riportate dalla sua compagna in macchina con lui, il fatto che nell’abitacolo sia stata rinvenuta un’arma da fuoco carica, Ruggs III rischia una pena detentiva che potrebbe arrivare fino a 46 anni. E per incidenti mortali avvenuti sotto l’effetto di alcol o droghe, lo Stato del Nevada non prevede la libertà vigilata.

Quello di Ruggs III non è di fatto un omicidio volontario (per quanto velocità e tasso di alcolemia potrebbero indurre a ritenere il contrario), ma rappresenta comunque uno dei tanti casi nei quali uno sportivo famoso si è ritrovato in un batter d’occhio a precipitare dall’altare nella polvere.

Football, da Simpson a Hernandez

Dallo sport più popolare negli Stati Uniti, ad esempio, arriva quello che è stato, forse, il caso più mediatizzato degli ultimi trent’anni: il processo a Orenthal James Simpson, accusato di duplice omicidio. Stella prima della University of Southern California (vinse l’Heisman Trophy), poi della Nfl con la maglia dei Buffalo Bills, introdotto nella Hall of Fame nel 1985 e in seguito diventato pure star del cinema (da Radici all’Inferno di Cristallo, da Cassandra Crossing a Capricorn One, fino alla trilogia di Una pallottola spuntata), nel 1994 venne accusato della morte dell’ex moglie Nicole Brown e del compagno di lei Ronald Goldman, accoltellati il 12 giugno a Los Angeles. Iconiche le immagini della Ford Bronco bianca dell’ex campione, in fuga sulle autostrade californiane, con le pattuglie della polizia alle calcagna e l’immancabile elicottero della tivù sopra la testa, per una diretta che incollò ai televisori milioni di statunitensi. “Orange Juice” Simpson venne incriminato sulla base di prove ritenute sostanziali, come un paio di guanti ritrovati a casa dell’accusato, sporchi di sangue e con il Dna delle due vittime e dello stesso Simpson. Un “dream team” di avvocati si incaricò della sua difesa e riuscì a smontare le prove: dimostrò le idee razziste di Mark Fuhrman, l’agente di polizia che per primo aveva perquisito casa Simpson e che aveva rinvenuto i guanti insanguinati (quindi le prove potevano essere state fabbricate ad arte), poi distrusse pure la teoria dei guanti, fatti indossare a Simpson davanti alla giuria e risultati decisamente troppo piccoli per essere i suoi. Nel 1995 l’ex campione venne assolto, ma due anni dopo, in una causa civile intentata dai familiari delle vittime, fu riconosciuto colpevole e costretto a pagare un risarcimento multimilionario. Il 16 settembre 2004 venne arrestato di nuovo per furto con scasso in una vicenda che rimane, pure quella, molto intricata. Siccome alcuni dei suoi complici si erano portati una pistola, nel 2008 venne condannato a 35 anni di reclusione per rapina a mano armata e sequestro di persona. È tornato in libertà nel 2017, ma dovrà scontare i rimanenti anni in regime di libertà vigilata.

Risale al 7 aprile di quest’anno la strage commessa da Philip Adams (32 anni), ex giocatore di football. A Rock Hill, Carolina del Sud, si è suicidato dopo aver sparato e ucciso il medico che lo aveva in cura (Robert Lesslie, 70 anni), sua moglie Barbara (69), i due nipotini della coppia (9 e 5 anni) e due operai che in quel momento stavano lavorando nella casa del medico. Tutt’ora sconosciute le ragioni della strage.

È invece la gelosia che nel 2012 aveva portato Jovan Belcher, giocatore dei Kansas City Chiefs, a uccidere la fidanzata Kasandra Perkins, per poi togliersi la vita con un colpo di pistola nel parcheggio del centro d’allenamento della squadra.

Quando dopo il suo suicidio in carcere, avvenuto il 19 aprile del 2017, il cervello di Aaron Hernandez venne analizzato dai medici forensi, risultò chiaro come il 28enne ex tight end dei New England Patriots presentasse un’encefalopatia traumatica cronica (Cte) di grado 3 su 4. In parole povere, il suo era il cervello di una persona di oltre 60 anni! Al momento, nessuna evidenza scientifica ha provato l’esistenza di una correlazione tra Cte ed eventi violenti, ma non è nemmeno possibile smentirla. Di certo, la tendenza di Hernandez alla violenza, al possesso di armi e all’utilizzo di droghe è certamente legata a un’infanzia trascorsa nei bassifondi di Bristol (Connecticut) e alla prematura perdita del padre al quale era molto legato. Sta di fatto che, dopo alcune traversie legali negli anni del college all’università della Florida, Hernandez a partire dal 2010 divenne uno dei giocatori più apprezzati, formando con Rob Gronkowski la coppia di tight end più forte della Nfl. Il 26 giugno 2013, però, le telecamere lo ripresero mentre usciva in manette dalla sua abitazione, accusato dell’omicidio di Odin Lloyd, giocatore semiprofessionista e sentimentalmente legato alla sorella della compagna di Hernandez. Nell’aprile di due anni dopo, una giuria lo condannò all’ergastolo senza possibilità di libertà vigilata. Nel 2017 decise di farla finita, pochi giorni dopo essere stato assolto dall’accusa del duplice omicidio di Daniel de Abreu e Safiro Furtado risalente al 2012. Ironia della sorte, quello stesso giorno i New England Patriots si sarebbero dovuti recare alla Casa Bianca per il tradizionale ricevimento dei vincitori del Super Bowl con il presidente degli Stati Uniti.

Il sadismo di Bruno de Souza

Chiudiamo il capitolo sul football americano e apriamo una finestra sul calcio. Due sono i casi da citare: quelli di Bruno Fernandes de Souza e di Andrew Hall. Bruno, ex portiere del Flamengo, è stato condannato a 22 anni di carcere per l’uccisione dell’amante, Eliza Samudio. Nel 2010, quattro mesi dopo aver dato alla luce il figlio del calciatore, la 25enne venne rapita da una banda di sette persone (tra le quali la moglie di Bruno e lo stesso portiere), torturata, uccisa e data in pasto ai rottweiler di un complice per cancellare le prove. Bruno avrebbe voluto che Eliza abortisse, ma lei si era rifiutata.

Agghiacciante pure l’omicidio della quindicenne Megan-Leigh Peat. Andrew Hall, diciottenne ritenuto un talento dell’Accademy dello Stoke City e in procinto di sottoscrivere un contratto da professionista, nel 2012 accoltellò con 60 colpi la fidanzata, in un raptus di gelosia, convinto che lei lo tradisse. Dopo la confessione, il tribunale lo condannò all’ergastolo, senza possibilità di chiedere la libertà vigilata prima di 15 anni.

Blade Runner Killer

E per concludere, due casi che, in epoche diverse, hanno fatto scalpore a livello mondiale. Nel marzo 2023, Oscar Pistorius, campione paralimpico sudafricano, potrà lasciare l’Atteridgeville Corretional Centre di Pretoria, dove dal 2014 sta scontando una condanna a 13 anni per l’omicidio della fidanzata Reeva Steenkamp, avvenuto il giorno di San Valentino del 2013. Blade Runner, come veniva chiamato con riferimento alle protesi in carbonio che gli permettevano di correre nonostante all’età di 11 mesi fosse stato amputato della parte inferiore delle due gambe, potrà tornare in libertà con 18 mesi d’anticipo sulla decorrenza dei termini, in quanto la Corte suprema d’appello del Sudafrica (che nel 2016 aveva aumentato la pena dagli iniziali 6 a 13 anni) non aveva tenuto conto dei 506 giorni di carcerazione preventiva dell’ex atleta. Come per OJ Simpson, anche nel caso Pistorius non vi è stata alcuna confessione. L’ex atleta (6 medaglie d’oro, una d’argento e una di bronzo alle Paralimpiadi), che in passato aveva espresso il desiderio di poter gareggiare con i normodotati, durante l’inchiesta e al processo affermò che quando aveva sparato quattro colpi di pistola attraverso la porta del bagno era convinto che dall’altra parte vi fosse un ladro, non certo la fidanzata. La giuria, sulla base di numerose testimonianze che dimostravano come la coppia non stesse dormendo bensì litigando, non credette alla versione dell’atleta. Inoltre, sembra che Reeva fosse intenzionata a lasciare Oscar quella sera stessa (la loro relazione durava da appena quattro mesi).

Carlos Monzon, una vita di eccessi

Ha invece scontato meno di sette degli undici anni ai quali era stato condannato, Carlos Monzon, uno dei più grandi pugili della storia. Il giorno di San Valentino del 1988, nella località balneare di Mar del Plata, il peso medio argentino, in preda ai fumi dell’alcol, aveva strangolato la terza moglie Alicia Muniz. Poi, nel tentativo di nascondere l’omicidio, si era gettato dal balcone unitamente al cadavere, fratturandosi una spalla. Alla polizia aveva dichiarato che si era trattato di un incidente, ma i segni dello strangolamento erano evidenti, per cui Monzon fu incriminato e condannato. La sua è stata una vita da film drammatico. Nato a San Javier (Santa Fe) nel 1942, sestogenito di dodici figli, in tenera età sopravvisse al tifo che uccise (al pari di altre malattie) cinque suoi fratelli, crebbe tra piccoli furti e microdelinquenza (un altro fratello, Zacarias, fu ucciso in un regolamento di conti), a 16 anni divenne padre per la prima volta, ma riuscì a sottrarsi all’ambiente malavitoso grazie all’allenatore Amilcar Bursa che vide in lui un possibile campione. Il primo incontro da professionista lo disputò nel 1963, ne seguirono altri 99 per un totale di 88 vittorie, 9 pareggi e sole 3 sconfitte. Playboy incallito ma sempre violento, quando la prima moglie Mercedes Garcia lo trovò tra le braccia di un’altra, gli sparò alla schiena. Il proiettile venne estratto dopo un intervento chirurgico durato sette ore e Monzon la sfangò per miracolo. Dal profilo sportivo, sono passate alla storia del pugilato le due sfide con Nino Benvenuti. Il 7 novembre 1970 a Roma gli strappò il titolo mondiale dei medi, l’8 maggio dell’anno dopo a Montecarlo, in meno di tre riprese mise fine alla carriera del triestino. In totale, difese la corona mondiale ben 14 volte, rimanendo imbattuto dal 1964 al 1977.

L’8 gennaio 1995 stava rientrando nel carcere di Las Flores, dove doveva trascorrere la notte, dopo una battuta di caccia, quando la sua auto sbandò a 140 km/h e si capottò sette volte, causando la morte del 52enne pugile santafesino.

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