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24.08.19 - 14:400

Marco Berini, una delle memorie storiche del Galà

Dal 'suo' Unione sono passati alcuni tra i big della ribalta mondiale. Con le loro storie e gli aneddoti curiosi

Tra le cose che non cambiano mai, caposaldo di una struttura ormai collaudata e rimessa in piedi con gioia ed entusiasmo ogni anno, vi è l’albergo Unione. È il fulcro delle operazioni, una sorta di sede sociale sin dalle prime schermaglie di un evento sportivo cresciuto molto, ma rimasto fedele ai suoi principi di familiarità e vicinanza che ne fanno un appuntamento unico nel suo genere, nel contesto dello sport di livello mondiale. Ben oltre, quindi, la sua regionalità.
Albergo Unione fa rima con Marco Berini. I suoi genitori ne assunsero la direzione nel lontano 1949, 70 anni fa, prima che passasse nelle mani dell’attuale chef, nel 1986. Tante ne ha viste e passate, Berini, che del Galà è anch’egli una valida memoria storica, oltre che punto fermo inamovibile della grande famiglia che ne assicura l’organizzazione e la conduzione. «Mi ricordo del giorno in cui vennero in cucina ad avvisarmi che c’erano due signori che cercavano me – spiega Marco Berini, tornando con i ricordi al 1992. Erano Ivano Rezzonico e Giorgio Margaroli (le due anime del vecchio Meeting, ndr). Li conoscevo entrambi, ci salutammo. Mi chiesero se avessi un attimo di tempo da dedicare loro. Fu in quell’occasione che mi svelarono l’intenzione di organizzare un meeting di atletica. Volevano assicurarsi che avessi delle camere libere, ma ancora non sapevano di preciso quante persone avrei dovuto ospitare nella mia struttura. Dodici, massimo quattordici, mi dissero».
«Bei tempi, vero?», interviene sorridendo Beat Magyar, direttore tecnico del vecchio Meeting e del ‘nuovo’ Galà, riferendosi a numeri che nel frattempo sono esplosi.
«Controllai la disponibilità – prosegue Berini –. Si trattava solo di sei o sette camere, il posto c’era. Mi dissero però che, essendo la prima edizione, c’era un problema di budget. Si partiva da zero, insomma. Decisi di venire loro incontro per, come dire, sostenere anch’io il progetto. Fu così che cominciammo. Nella seconda edizione le persone ospitate erano già diventate una quarantina. Il numero è poi cresciuto per gradi, ma lo ha fatto fin da subito».
«Oggi i pernottamenti nella città di Bellinzona sono più o meno centocinquanta, un indotto niente male», puntualizza l’atro direttore del Galà, Chico Cariboni, abituato a sciorinare numeri e record con ammirevole padronanza.
«L’Unione – spiega Berini – è sempre stata il fulcro, il cuore dell’operazione. Gli atleti hanno sempre mangiato tutti qua, nonostante alcuni di loro debbano per forza alloggiare in altre strutture. Qui posso disporre di 41 camere, per una novantina di posti letto. Nei giorni della manifestazione, l’albergo è tutto riservato per il Galà, a parte un paio di stanze che conservo per i nostri clienti abituali. Cerchiamo di fare tutto quanto possiamo per venire incontro all’organizzazione, affinché non debba cercare troppe strutture alternative. E anche perché noi siamo molto vicini allo stadio, gli atleti ci possono andare a piedi. In quali altri posti succede una cosa del genere?».
Riecco Cariboni, cifre alla mano. «Sono circa 700 i pasti che vengono serviti nei giorni del Galà». Una mole di lavoro enorme, benché concentrata in pochi giorni, nevvero chef. «C’è tanto lavoro, è innegabile, alla fine siamo tutti molto stanchi, ma è un piacere farlo. L’organizzazione dello staff del Galà è sempre inappuntabile. Mai avuto malintesi, è sempre tutto perfetto. L’organizzazione, che ha sede anch’essa all’Unione, ha in mano l’assegnazione delle camere, a noi non resta che mettere gli spazi a disposizione e fare in modo che tutto funzioni per il verso giusto».
«Compito improbo, quello di assegnare la stanze – scherza Magyar –. La soluzione ideale sarebbero camere singole per tutti, ma non è possibile».
In spazi comuni è più facile socializzare. «Spesso si tratta di ragazzi giovani, che hanno anche voglia di festeggiare. Giro io, tra le stanze. Invito tutti a non fare troppo rumore, ma sono assolutamente rispettosi. Sanno dove si situa il limite, e questo è un valore aggiunto notevole».
«Hanno il piacere il ritrovarsi nello stesso albergo – interviene Berini –, per incontrarsi, scambiare opinioni, fare due chiacchere. A tavola c’è chi parla poco e si concentra, altri invece preferiscono socializzare, discutere. Alcuni di loro sono in viaggio per mesi interi».
La caccia a magliette e scarpini
«Penso ai giamaicani – irrompe Magyar con il sorriso –, agli americani, o ai kenioti. Li noti, quando arrivano, perché si portano appresso una valigia enorme che potrebbe contenere un’intera casa». «In albergo – aggiunge lo chef – sovente ricevono pacchi con materiale per allenamenti e gare».
Ma non sempre tutto fila liscio. Tuttavia, l’organizzazione non si fa trovare impreparata. «In ogni edizione – puntualizza Cariboni – succede che qualcuno resti senza bagaglio, o senza materiale. Alcuni, poi, si disperano. Ce ne facciamo carico noi: li prendiamo sotto braccio, e li accompagniamo in un negozio di articoli sportivi per porre rimedio».
Il tutto, nel segno di una familiarità e simpatia che sono un tratto distintivo del Galà. «Ad atleti e manager – aggiunge Berini – piace venire a Bellinzona. Amano l’atmosfera familiare, la vicinanza delle strutture. Sono tutti fattori che incidono positivamente sulla loro prestazione in pista. Ne sono convinto».
«Erano 25 anni che nessuno lanciava il disco come fece Sandra Perkovic nel 2017 – ricorda Cariboni –. Quel 71m42 è probabilmente il miglior risultato che sia mai stato ottenuto a Bellinzona, in senso assoluto».
«Ci deve essere per forza qualcosa di speciale, qui. E non sono i premi, visto che non ne assegniamo – ride Magyar –. Evidentemente c’è dell’altro».
Altri sono gli atout di una manifestazione che proietta protagonisti di livello e fama mondiali in una realtà molto terrena e nostrana. E dimostrano di gradirlo. «Sono abituati a grandi città, ad alberghi enormi, a grandi competizioni – ricorda lo chef –, mentre da noi trovano tutto a portata di mano, con una semplicità che fa la differenza».
Anche perché l’organizzazione riesce a farti sentire a casa, soprattutto se ti presenti anno dopo anno... «Lars Riedel (star mondiale del lancio del disco negli anni 90, ndr) partecipò al vecchio Meeting per alcune edizioni. Il primo ricordo che ho di lui, un omone enorme che faceva ombra da tanto era imponente il suo fisico, riguarda le torte. Sì, proprio le torte. Ne chiese una, al suo arrivo. Voleva fare il pieno di zuccheri, all’ora di merenda. Noi in estate non siamo abituati a tenerle. Andammo in pasticceria a procurarcele. L’anno successivo eravamo preparati, ne confezionammo un paio. Entrò in cucina per chiedercela. Inutile pensare che una fetta potesse bastare: si mangiava una torta intera».
Esigenze legittime, mai capricci... «Mai avuto problemi, è non è scontato. Abbiamo a che fare con diverse nazionalità, con atleti di varie etnie... Abbiamo sempre ospitato molti sportivi, di discipline diverse. Nell’atletica ho sempre trovato sportivi con meno esigenze rispetto a colleghi di altri sport. La loro dieta è abbastanza equilibrata, ma non poi così rigida. Per loro è importante che è si usino prodotti freschi. Cose semplici e genuine, legumi di stagione, e quintali di frutta».
«Quelli dell’atletica mangiano di tutto – aggiunge Magyar –, e fanno zero storie. È rarissimo che un atleta chieda qualcosa di diverso da quello che gli viene servito. E non disdegnano nemmeno delle sortite al fast food».
La convivialità, il piacere di stare assieme. «C’è anche una ragione sociale alla base della decisione di unire tutti sotto lo stesso tetto per mangiare», spiega Magyar. Il quale ricorda che finché i numeri lo permettevano, «all’Unione organizzavamo una cena Vip con atleti, manager e sponsor tutti assieme. Oggi, per ragioni di spazio, non è più possibile. L’ultima volta fu nel 2015. Adesso l’operazione coinvolge troppe persone, più di trecento, che sono ospiti del capannone, in zona stadio Comunale».
«Con quel buffet il contatto era più diretto – ammette Berini –. Passavano tutti da me, si parlava, ci si conosceva...».
Ma l’atmosfera di quel rito non è andata persa del tutto. Al contrario, la coda post-evento è ancora molto apprezzata, vero? «Capita di essere in ballo fino alle quattro o alle cinque del mattino, la sera dopo le gare. Lo puoi scrivere, è ufficiale – scherza Magyar –. Marco prova a zittirci, si preoccupa sempre dei suoi clienti abituali, teme che vengano disturbati dalla nostre chiacchiere».
Come un capannone del Carnevale
«La coda festosa è una delle cose belle di questo evento – rincara Cariboni –. Lo scorso anno Justin Gatlin rimase con noi fino alle tre del mattino. Il campione del mondo dei 100 metri, la gara regina dell’atletica, era seduto con noi, lì fuori in giardino, fino alla tre. Da non credere. Per fare in modo che gli ospiti dell’albergo non venissero disturbati, Marco ha calato la tenda della veranda fino a terra. Sembrava un capannone del Carnevale fuori stagione», ride Chico.
«Non rammento un solo episodio disdicevole – riprende Marco Berini –, ho solo bei ricordi, di sportivi per bene. Chiedono, si informano, si sanno comportare. Sono educati, intelligenti, sempre sorridenti. Sono convinto che nello sport non si riesca a raggiungere l’eccellenza senza intelligenza e senza testa».
L’Unione associa da sempre il proprio ‘marchio’ allo sport. Al Galà in modo particolare. Ricavandone lustro e prestigio. «Tutto quello che proponiamo in ambito sportivo lo utilizziamo come veicolo promozionale. È motivo d’orgoglio essere l’albergo del Galà. Il nostro personale è coinvolto, la ‘squadra’ dell’Unione si compatta e si entusiasma attorno a questo evento. I miei ragazzi sono a diretto contatto con gli atleti, ne conoscono i gusti, le abitudini. Fanno anch’essi parte del progetto. Ho collaboratori che sono con noi da 30 anni: è il migliore capitale sul quale possiamo contare. E adesso c’è mia figlia a portare avanti la tradizione di famiglia».
Famiglia, tradizione e convivialità: in perfetto stile Galà dei Castelli.

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