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TECNOLOGIA
31.10.22 - 07:00
Aggiornamento: 25.11.22 - 16:36

L’informatica per il benessere

I sistemi informatici possono migliorare non solo la produttività, ma anche il benessere delle persone

di Silvia Santini, professoressa presso la Facoltà di scienze informatiche dell'USI
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Depositphos.com

Nell’ormai lontano 1991, da un rinomato laboratorio di ricerca della Silicon Valley californiana, il ricercatore Mark Weiser scriveva un articolo intitolato "Il Computer per il 21esimo secolo". In quell’articolo, diventato poi molto influente per generazioni d’informatici, Weiser rifletteva sul ruolo che avrebbero avuto i calcolatori nel secolo a venire e postulò che le persone avrebbero interagito con un grande numero di calcolatori, diventati però "invisibili" perché integrati negli ambienti e negli oggetti di uso quotidiano. Nella visione di Weiser, proprio questa simbiosi con il mondo fisico avrebbe finalmente liberato il vero e dirompente potenziale dei calcolatori come strumenti per migliorare il benessere dell’umanità, trasformandoli da macchine isolate, passive e comprese da pochi a "servitori invisibili e silenziosi", disponibili sempre, ovunque e per chiunque.

Una diffusione tentacolare con pregi e difetti

Oggi, più di trenta anni dopo la pubblicazione dell’articolo di Weiser, i calcolatori sono effettivamente diventati una presenza imprescindibile nella vita quotidiana di milioni di persone. Innumerevoli dispositivi digitali, grandi e piccoli, sono indispensabili non solo negli uffici, nei macchinari delle fabbriche, nei mezzi di trasporto pubblici e privati, ma sono anche integrati in insospettabili oggetti di uso quotidiano: nel frigorifero e nel forno della cucina, nei giochi dei bambini, nel termometro per misurare la febbre, nelle chiavi di casa, nelle etichette dei prodotti o negli abiti stessi. A questi si aggiungono i dispositivi che portiamo nella borsa, nella tasca, al polso, al dito, nell’orecchio, sul corpo: smartphone, orologi e anelli digitali, auricolari, cerotti o tatuaggi digitali.

La diffusione tentacolare dei calcolatori, e in modo particolare dei dispositivi a uso personale come gli smartphone e gli smartwatch, suscita importanti e giustificate preoccupazioni, come recentemente tematizzato anche dai colleghi Langheinrich e Carzaniga su questa stessa rubrica.

Allo stesso tempo, la costante disponibilità di capacità di calcolo e comunicazione così ampie per ciascun individuo apre innumerevoli opportunità per supportare attivamente il benessere degli individui e della società. Se il motto minimalista "non fare del male" ("don’t be evil") fu usato dai fondatori di Google alla fine degli anni Novanta come linea guida per la loro azienda, nel 2014 Rafael Calvo e Dorian Peters discutevano, nel loro libro "Positive Computing", l’importanza di costruire un "ambiente digitale" che contribuisca a rendere le persone più sane e felici, e non soltanto più produttive.

C’è (già) un’app per tutto?

Esistono già oggi moltissimi sistemi, spesso sotto forma di applicazioni per smartphone e smartwatch, che aiutano a mantenere un buon livello di attività fisica, a controllare la propria dieta o a meditare e rilassarsi quando se ne ha bisogno, giusto per citare alcuni esempi. Questi sistemi possono utilizzare sia dati inseriti dall’utente sia dati raccolti attraverso sensori integrati nei dispositivi. Un’applicazione può ad esempio permettere all’utente d’inserire i cibi mangiati durante il giorno e calcolare il relativo apporto calorico. Allo stesso tempo l’applicazione può accedere ai sensori di movimento e posizione (accelerometro, GPS) e al rilevatore di battito cardiaco, ormai onnipresenti anche negli orologi digitali, per monitorare il livello di attività fisica dell’utente e quindi le calorie consumate.

Sistemi di questo tipo permettono ai loro utilizzatori di acquisire consapevolezza delle proprie azioni e abitudini, di aumentare la propria motivazione a modificare comportamenti nocivi, e aiutano quindi le persone a migliorare la loro salute fisica e mentale. Questo uso dei dispositivi personali richiama la visione di Weiser: benché agiscano solo parzialmente in modo invisibile e silenzioso, il loro scopo è quello di fornire un servizio continuo e benefico ai loro utilizzatori.

Il progressivo aumento di numero e qualità dei sensori presenti sui dispositivi personali apre costantemente nuove opportunità in questo ambito. L’anello digitale della ditta finlandese Oura, ad esempio – utilizzando sensori per il battito cardiaco, l’ossigenazione del sangue e il movimento – offre un monitoraggio dettagliato del sonno, con lo scopo di aiutare chi lo indossa a dormire in sufficiente quantità e qualità. La ditta Fitbit, produttrice di popolari braccialetti e orologi digitali, offre una gamma di servizi come il monitoraggio dello stress e del ciclo mestruale, utilizzando ad esempio sensori di temperatura corporea e di attività elettrodermica (sudorazione). È indicativo che la ditta Fitbit non si consideri più una ditta di "consumer electronics", quindi che vende prodotti elettronici, ma una "digital healthcare company", cioè una azienda che offre assistenza sanitaria digitale.

La tecnologia non è neutrale

La trasformazione in corso in questo ambito è entusiasmante per le opportunità che offre nello sviluppo di servizi innovativi e benefici per le persone. È allo stesso tempo preoccupante, perché va a esacerbare problematiche – segnatamente la protezione dei dati personali – purtroppo già note e gestite in modo forse non ancora sufficientemente incisivo dai regolatori nazionali e internazionali. La recente acquisizione di Fitbit da parte di Alphabet (la casa madre di Google) apre in questo senso degli ulteriori interrogativi.

Il momento richiama un dibattito, già svoltosi più volte e in modalità simili, sul ruolo della tecnologia e di chi la crea e sviluppa. Un’argomentazione in tale dibattito è che la tecnologia di per sé non è "né buona né cattiva" e la responsabilità per un suo eventuale uso nefasto non è di chi la sviluppa, ma di chi la utilizza. Ma come ha formulato lo storico Melvin Kranzberg già negli anni 80 con la prima delle sue "leggi sulla tecnologia", seppur è vero che la "tecnologia non è né buona né cattiva, tanto meno essa è neutrale". Kranzberg richiama così alla propria responsabilità individuale ciascun attore coinvolto nell’ideazione, sviluppo, uso e regolamentazione della tecnologia, perché nessuno può nascondersi dietro una ideale neutralità – anche intesa come bilanciamento di aspetti positivi e negativi – della tecnologia.

Nelle nostre attività di ricerca all’USI poniamo un forte accento sullo sviluppo di sistemi che sappiano cogliere le opportunità offerte dallo sviluppo tecnologico, ma contribuiscano attivamente a mitigarne i potenziali rischi per gli individui e per la società. Questo include ad esempio una attenzione particolare allo sviluppo di algoritmi che permettono ai dati personali sensibili, come ad esempio i dati fisiologici (battito cardiaco, temperatura corporea etc.), di non lasciare mai i dispositivi dell’utente. Importante è anche considerare adeguatamente le conseguenze dei margini di errore degli algoritmi, che sono ancora piuttosto elevati. Queste tematiche vengono trattate esplicitamente all’USI ad esempio nell’ambito del nostro progetto PROSELF, finanziato dal Fondo nazionale svizzero.

Le emozioni contano

Guardando al futuro, i dispositivi personali potranno contare su sensori sempre più numerosi e accurati. Le nuove generazioni di auricolari, ad esempio, potranno misurare con grande precisione i movimenti della testa di chi li indossa. La posizione del capo è un indicatore importante di attenzione cognitiva e permette anche di identificare eventuali problemi di postura. Altri dispositivi indossabili (wearables), come orologi, anelli o anche cerotti e tatuaggi, potranno misurare una grande varietà di parametri fisiologici, dal livello di sudorazione (che permette di stimare il livello di stress) al contenuto di ormoni nel sangue.

Utilizzando questi dati sensoriali, e senza la necessità di ricorrere all’uso dei segnali audiovisivi di microfoni e telecamere, i dispositivi saranno in grado di riconoscere gli stati emotivi dei loro utilizzatori e di adeguarsi a essi. Un sistema digitale può così diventare "empatico", riconoscendo se il proprio utente è allegro, stressato, stanco, triste, per reagire adeguatamente. Questo potrà migliorare non solo le interazioni uomo macchina, ma anche quelle tra esseri umani.

Osservare per poter agire

Un esempio che è già realtà è un braccialetto digitale, prodotto dalla ditta Empatica, in grado di rivelare in anticipo un elevato rischio di episodio convulsivo in persone che soffrono di epilessia. La possibilità di predire, anche solo decine di secondi prima, tali episodi permette a familiari o personale sanitario di intervenire adeguatamente, prevenendo o gestendo la crisi con gli strumenti necessari. Tecnologie simili possono essere utilizzate per aiutare le persone a superare stati ansiosi, ad esempio durante un colloquio di lavoro o un esame. Uno stato ansioso può essere rivelato dalla combinazione di diverse informazioni – incluso un elevato battito cardiaco. La riduzione dello stato ansioso può invece avvenire tramite diverse azioni dei dispositivi, ad esempio con l’emissione (tramite auricolare) di musica rilassante o tramite leggeri "tocchi" sul polso lenti e regolari che mirano a ridurre il battito cardiaco, usando lo stesso meccanismo che genera una vibrazione quando arriva una notifica.

La tecnologia è un’attività umana

Nelle riflessioni sugli usi attuali e potenziali, affascinanti o preoccupanti, di queste tecnologie sensoriali è importante sottolineare, come ricorda il già citato Melvin Kranzberg, che lo sviluppo della tecnologia è una attività intrinsecamente umana, e come tale è condizionata non solo dai fattori tecnici, ma anche e soprattutto da quelli sociali e culturali. Le politiche tecnologiche e le scelte degli utilizzatori finali svolgono infatti un ruolo primario nel determinare le modalità di sviluppo, adozione o rifiuto della tecnologia, il cui ruolo resta quello di servire, non di asservire, la specie umana.

Con la collaborazione di Sebastiano Archetti. Una rubrica a cura di

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