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Il processo di decomposizione (Foto: Tipa)
Impact Journalism
16.06.18 - 06:000

La plastica che si getta come una buccia

Può essere prodotta con le stesse macchine che servono per i normali sacchetti di plastica, ma è biodegradabile in 180 giorni

Molte cose meravigliose, dal cioccolato alle auto, possono migliorare a breve termine il nostro benessere, ma a caro prezzo per le nostre tasche o per il pianeta. Una delle più imperdonabili è la plastica.

È un’amara ironia che la plastica sia all’altezza delle aspettative nei suoi confronti: isola davvero gli alimenti dall’ambiente e dura per sempre.

Eppure riciclarla non salverà le balene: possiamo anche separare rigorosamente le bottiglie nei bidoni di raccolta, ma fatto sta che molta della plastica esistente non è nemmeno riciclabile. Tra le peggiori, di cui ci accorgiamo appena, c’è la pellicola di plastica che avvolge tutto ciò che ci circonda, dai cereali alle calze.

Non esiste tecnologia pratica in grado di riciclare la pellicola di plastica. Se la gettiamo insieme alle bottiglie, gli impianti di riciclaggio separano le bottiglie a macchina e gettano i resti nelle discariche, spiega Merav Koren, direttrice marketing di Tipa, una società con sede in Israele che mira a rivoluzionare il tutto producendo una pellicola al 100% compostabile.

«La pellicola Tipa sembra fatta di plastica e si comporta come se fosse plastica, ma termina la sua vita come una buccia d’arancia», afferma Koren. Ogni aspetto di quest’ultima, dalla pellicola al suo adesivo, è compostabile. Non una molecola sarà aggiunta alla grande isola di rifiuti al largo del Pacifico, situata tra le Hawaii e la California.

Parte di questa aspirazione a salvare il pianeta significa produrre localmente. La pellicola Tipa è deliberatamente fatta con le stesse macchine utilizzate per produrre la plastica convenzionale e utilizzando combustibili fossili come fonte, nonché materiali vegetali, afferma la fondatrice e amministratrice delegata Daphna Nissenbaum. Il punto cruciale è che le macchine di produzione di massa possono essere modificate rapidamente per fabbricare la pellicola. «Questo modello ci consente di produrre laddove i mercati sono in crescita, ovvero in Germania e in Italia», spiega la 51enne Nissenbaum. Non appena la sua tecnologia prenderà piede e diventerà più a buon mercato, la società potrà crescere rapidamente a livello mondiale. 

Ma a differenza della plastica convenzionale, questo involucro non resterà con noi e con i figli dei nostri figli. Con le giuste condizioni di compostaggio, l’involucro Tipa si disintegra in anidride carbonica e materia organica che i batteri poi deteriorano, senza lasciare alcuna traccia.

Ma come faranno i consumatori a riconoscere che è possibile gettare la pellicola insieme ai resti organici? La confezione porterà un apposito simbolo che lo indica.

Il compost è fatto di rifiuti organici gettati in un bidone o in una buca scavata nel suolo. Lasciandoli lì, inumidendoli occasionalmente e girandoli con un attrezzo simile a un forcone, in condizioni ottimali in circa 180 giorni, si otterrà del compost che servirà poi a concimare il terreno. 

Detto questo, le moderne case di città potranno avere molte comodità come l’acqua corrente, ma diciamocelo, molte non hanno il giardino, figuriamoci i bidoni di compostaggio. Un numero davvero esiguo di casalinghe separa i rifiuti organici.

Un ostacolo che, stando a Nissenbaum, si risolverà nel prossimo futuro: le normative, specialmente in Europa e in Cina, stanno facendo passi in avanti nella raccolta di tutti i rifiuti organici.

Se poi la pellicola Tipa viene gettata insieme ai rifiuti urbani non riciclabili, si deteriorerà comunque in discarica. Come la buccia d’arancia.

Tipa ha iniziato a sviluppare la pellicola biodegradabile nel 2012, ottenendo la certificazione necessaria per tutti gli involucri per alimenti e nel 2016 ha iniziato la vendita a produttori e convertitori (i quali confezionano i prodotti per i produttori), principalmente in Europa. Le vendite si sono quadruplicate nel 2017 rispetto all’anno precedente, dichiara Koren. La società conta ora 30 dipendenti.

Il prezzo dipende dal tipo di pellicola ordinata (più sottile è lo spessore, minore è il costo) e altri parametri, ma può variare da poco più della plastica convenzionale a molto di più, principalmente per il fatto che i polimeri sono ancora relativamente costosi. In ogni caso, più la tecnologia prenderà piede, più diventerà conveniente, prevede Koren.

Ma attenzione: in un cumulo di compost o nella spazzatura, la pellicola si prende il tempo necessario per deteriorarsi. È proprio questo il compromesso necessario tra i requisiti del produttore – che il suo prodotto resti protetto (o insieme) fino a quando non viene acquistato ed utilizzato – e i requisiti del pianeta, che l’involucro non imiti i diamanti e duri per sempre.

In condizioni adeguate, la pellicola impiega fino a sei mesi per trasformarsi in compost, afferma Koren. In condizioni non ideali, ovvero in tutte le altre circostanze, la parola chiave è “prima o poi.” Ma ciò significa anni anziché millenni, a differenza della plastica convenzionale. Se dimenticata su uno scaffale, la pellicola inizia a deteriorarsi soltanto dopo circa un anno. Questo arco di tempo è più che sufficiente per la maggior parte degli alimenti (e non ha molta importanza per le calze, specialmente se nessuno le indossa). Inizia a sembrare un pezzo di carta lasciato all’aperto che si accartoccia e diventa marrone sui bordi. Gradualmente, il tutto si sgretola. Cosa fondamentale è che in nessun momento in questo processo di deterioramento, la pellicola produce microperle, le quali finiscono notoriamente in qualsiasi angolo della Terra, anche negli oceani più profondi. Non sarà certo bella da vedersi, quando inizia a deteriorarsi, ma alla fine sparirà una volta per tutte.

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