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Ultimo aggiornamento: 21.09.2018 15:58
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L'editoriale
31.10.17 - 09:350

Lo Stato al confine tra vita e morte

Ogni settimana in Svizzera due persone muoiono aspettando un organo. Tanti volti, tante storie, sofferenze inimmaginabili di chi vive al confine tra la vita e la morte. In questa zona grigia popolata dall’ansia dei giorni, delle settimane, dei mesi che passano senza una soluzione, si vive appesi a un filo che può spezzarsi da un momento all’altro. Lunghe estenuanti attese che per alcuni finiscono con una rinascita, come ci racconta Moreno (a pagina 3), un collega tornato a vivere grazie a un fegato che gli è stato donato. Con 57 punti in pancia, Moreno si sente un miracolato: lui ha una nuova chance. Tanti altri non ce l’hanno fatta, sono morti, e continuano a perire, in lista di attesa. Questa è la realtà oggi in una Svizzera in perenne carenza di organi. Gran parte di queste esistenze spezzate, forse, si potrebbe salvare, se tutti diventassimo, in caso di decesso, potenziali donatori, a meno di non aver espresso in vita un chiaro rifiuto, trascritto in un registro ufficiale. Questo ci propone in sostanza chi ha lanciato l’iniziativa (sostenuta da Swisstransplant) che vuole cambiare le regole dei trapianti in Svizzera, al fine di poter salvare più vite possibili. Come? Passando dall’attuale consenso esplicito (chi vuole donare gli organi lo esprime in una apposita carta di donatore) a un consenso presunto (tutti sono donatori a meno che non abbiano dichiarato esplicitamente di non voler donare i loro organi). È la via scelta da molti Paesi europei, che hanno molti più organi a disposizione della Svizzera.

Sarebbe un notevole cambiamento di rotta, un rovesciamento di principi e valori. Le numerose vite in gioco giustificano che lo Stato spinga sull’acceleratore per farci diventare (di fatto) tutti potenziali donatori? Oppure il dono dei propri organi è una scelta talmente intima, che deve restare tale e lo Stato deve restarne fuori? Saremmo tutti obbligati a esprimerci e chi non vuole donare i propri organi finirebbe su una lista nazionale: scelta invadente o opportuna?
Ciascuno maturerà le proprie risposte in base alle personali convinzioni e visioni della vita su un tema assai delicato.

Quello che osserviamo oggi è che in Svizzera l’80% delle persone è favorevole alla donazione di organi, ma cuori, polmoni, fegati, reni… continuano a scarseggiare. Quando ci si trova in una saletta di un reparto di cure intense con un caro in fin di vita, solo uno svizzero su due dà luce verde all’espianto, perché conosce la reale volontà di chi se ne sta andando altrove.

In Ticino siamo più generosi, questa percentuale arriva all’80%. Non è solo una questione di generosità, ma soprattutto di comunicazione. Nel cantone si è fatto un gran lavoro di informazione, negli anni, dentro e fuori gli ospedali, portando molti ticinesi a interrogarsi sul dono d’organi. Non è certo il primo argomento di discussione a cena in famiglia. In una società nutrita da quotidiani drammi e tragedie quanti hanno voglia, nel tempo libero, di discutere ancora di morte? Difficile dunque fare informazione su un tema così delicato, ma in Ticino si è riusciti a farlo. Siamo i più generosi e informati della Svizzera. E se fosse questa la chiave di volta? Ce lo chiediamo perché il dottor Paolo Merlani, primario di medicina intensiva all’ospedale regionale di Lugano, ci spiega (a pagina 2) che tra i Paesi che hanno introdotto il consenso presunto c’è chi ha aumentato la disponibilità di organi e chi no. Ci sono anche altri fattori in gioco: una capillare informazione sembra essere assai importante.

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