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05.07.21 - 05:30
Aggiornamento: 12:56

Difficile ma bello, guardare avanti

Le emozioni vissute per lo splendido percorso della Svizzera all'Europeo sono ancora vive, ma per i rossocrociati e per Petkovic è già tempo di andare oltre

Guardare avanti. Difficile farlo, ma anche bello. Difficile perché il cuore vorrebbe essere ancora lì, a un Europeo che è diventato (anche) quello della Svizzera. Di una piccola Svizzera che dopo aver rischiato di ridimensionarsi ulteriormente con un inizio di torneo zoppicante contro il Galles (1-1) e soprattutto con la batosta con l’Italia – il cui stato di grazia giustifica anche oggi solo in parte l’ampiezza del risultato (3-0) e per niente l’atteggiamento rinunciatario e a tratti irritante con cui i rossocrociati erano scesi in campo all’Olimpico – si è ridestata e in un crescendo tanto inaspettato quanto esaltante è diventata grande, per davvero.

Sì, dopo essere stati smontati dagli Azzurri e ormai con le spalle al muro, Xhaka e compagni si sono guardati negli occhi e si sono confrontati, tra di loro ma anche con Vladimir Petkovic e il suo staff, facendo in un certo senso pure i conti con un popolo svizzero che da loro si aspettava tanto, ma che proprio per questo faticava ad accettare l’inadeguatezza della sua Nati, nello spirito e nella mentalità ancora prima che nelle ambizioni e nei risultati.

Lo ha capito, il capitano. E con lui tutti gli altri. Insieme, si sono rialzati, appoggiandosi uno all’altro. Hanno preso le critiche ricevute – la maggior parte giustificate, altre forse meno (tatuaggi e capelli, giusto per ricordare), ma fanno pur sempre parte del gioco – e hanno tirato fuori quell’orgoglio ferito nel modo giusto, ossia mettendolo sul campo, dove tutti hanno potuto vederlo e apprezzarlo. L’attesa reazione si è materializzata contro la Turchia (3-1) e ha portato a una qualificazione agli ottavi che rappresentava l’obiettivo minimo. Ma del minimo nessuno voleva più accontentarsi, dopo le tante delusioni nelle fasi a eliminazione diretta dei precedenti grandi appuntamenti (Svezia, Polonia, Argentina, Ucraina, sempre per ricordare) era finalmente ora di spezzare la maledizione e compiere infine quel passo in più che mancava da troppo tempo (la Svizzera non disputava un quarto di finale dai Mondiali casalinghi del 1954).

Inseguendo questo sogno, la Nati si è unita come probabilmente mai prima d’ora e anche (soprattutto) grazie a questo è riuscita a esprimersi come raramente (se non mai) aveva fatto sul campo, dove qualità quali solidarietà, identificazione, spirito di gruppo, abnegazione e resilienza hanno esaltato le caratteristiche dei singoli e di conseguenza elevato il potenziale della squadra. Non ci sarebbe stato altro modo, per scrivere una pagina di storia come fatto contro la Francia e per andare così vicino ad aggiungerne un’altra a lieto fine con la Spagna. Già, è così difficile guardare avanti semplicemente perché vorremmo essere ancora lì, a Bucarest prima e a San Pietroburgo poi, a lottare, soffrire, gioire, arrabbiarci, esaltarci, disperarci, sognare e chi più ne ha più ne metta, assieme a una squadra capace di farci vivere emozioni come non ce ne regalava da tempo e che vorremmo non svanissero mai.

Posata una pietra miliare per il calcio svizzero

Ma è anche per questo, che è pure bello guardare avanti. Sì, perché come ha sottolineato lo stesso Petkovic, la cavalcata dei suoi ragazzi nel primo (e per certi versi speriamo ultimo) Europeo itinerante della storia non deve essere un punto di arrivo, bensì di partenza. Non da zero però, anzi, perché l’impressione è proprio che la sua Svizzera abbia posto lungo la linea del tempo del calcio rossocrociato una pietra miliare quale punto di non ritorno per ambizioni e riconoscimento internazionale, ma anche una sorta di vademecum per ricordare che sì, abbiamo il talento e i mezzi per dare fastidio all’élite pallonara mondiale, ma solo giocando e lavorando in un modo ben preciso, ossia mettendo i valori elencati in precedenza al centro di tutto, sempre e comunque. E questo a prescindere sia dai giocatori, sia dall’allenatore. 

A tal proposito, l’eccezionalità di queste stagioni condizionate dal Covid fa sì che a differenza di quanto capitato in passato, il dopo Euro non coincida (perlomeno non in maniera così marcata) con la fine di un ciclo, in quanto la campagna per il prossimo grande appuntamento, la Coppa del mondo 2022 in Qatar, è già iniziata: tra meno di due mesi, la Nazionale si radunerà infatti nuovamente per disputare prima l’amichevole con la Grecia (1 settembre) e poi le due sfide delle qualificazioni mondiali contro l’Italia in casa (5 settembre sempre a Basilea) e tre giorni dopo in trasferta con l’Irlanda del Nord, impegni che si inseriscono in un girone C guidato dagli Azzurri con 9 punti, seguiti a tre lunghezze dai rossocrociati a loro volta a punteggio pieno dopo i successi iniziali contro Bulgaria (1-3) e Lituania (1-0). La partita con l’Italia offrirà oltre che l’occasione per confermare quanto di buono visto all’Europeo provando a rimanere in corsa per il primo posto sinonimo di qualificazione diretta (le seconde classificate accedono ai playoff), anche la possibilità di rifarsi della figuraccia di Roma a una Svizzera che non dovrebbe cambiare più di tanto volto.

Buttando un occhio alla rosa elvetica, si nota infatti come il più anziano del gruppo sia Yann Sommer con i suoi 32 anni, seguito con 31 da Mario Gavranovic, mentre l’età media è di 26,5 anni. Come dire che in caso di qualificazione, tra un anno e mezzo ai primi Mondiali invernali della storia Petkovic dovrebbe ancora poter contare quasi integralmente sul “suo” gruppo, quello che gli ha permesso di entrare definitivamente nella storia e nei cuori della Svizzera.

Resto? ‘Non vedo perché non dovrei continuare in questa direzione’

Un discorso quest’ultimo che rappresenta anche uno degli indizi che ci portano a dire che sì, a settembre sulla panchina rossocrociata ci sarà ancora l’ex tecnico del Bellinzona. Già, perché nonostante un contratto con la Federazione svizzera di calcio valido sino al termine delle qualificazioni ai Mondiali 2022 (automaticamente rinnovato fino a dopo la rassegna iridata in caso di partecipazione), alcuni club economicamente forti come Zenit San Pietroburgo e Fenerbahce sembrerebbero essersi interessati a Vlado, il quale non ha del tutto smentito, lasciando però anche intendere di non vedere motivazioni per un suo addio alla Nati.

«Non decide soltanto l’allenatore, ci sono più parti in gioco e al momento non abbiamo ancora discusso – ha spiegato il 57enne bosniaco di origine croata a Zurigo, dove il giorno dopo la sconfitta con la Spagna la Nazionale è stata accolta e festeggiata da diverse centinaia di tifosi –. Per fare questo mestiere non deve mancare la passione per il calcio e la fiducia nel gruppo allenato. A questo Europeo abbiamo migliorato il nostro status nel mondo, risultando più simpatici ma anche più rispettati. E questo gruppo può ancora migliorare, per cui, anche se è vero che nel calcio in poco tempo possono cambiare molte cose, non vedo perché non dovrei andare avanti in questa direzione».

Una direzione che l’ha portato a diventare il tecnico con più presenze sulla panchina rossocrociata (78, una in più di Karl Rappan) e a regalarci emozioni indimenticabili. Avanti così, grazie Vlado.

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