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Keystone
L'analisi
 
22.03.21 - 06:000
Aggiornamento : 14:28

AstraZeneca, infodemia e timori della politica

Pubblicità negativa diffusa in modo selettivo, superficialità dei media, governi incerti e deboli. Cosa ci insegna il ‘caso’ del vaccino anglo-svedese.

Nella vicenda brutta e balorda di AstraZeneca (sospensione delle vaccinazioni in Europa per presunti “contemporanei episodi avversi’, cioè una ventina di trombosi), va subito detto che la società anglo-svedese ci ha messo, e non poco, del suo. Incapacità comunicativa, incertezza sulle fasce di età a cui iniettare il siero, sovrastima della capacità produttiva e di distribuzione, ritardi continui e tagli alle consegne. Ne abbiamo del resto un esempio proprio in casa nostra. La Svizzera ha ordinato oltre 5,2 milioni di dosi di AstraZeneca (quante ne avrà già pagate?), ma nella Confederazione il vaccino non è stato ancora omologato perché la ditta farmaceutica non ha fornito risposte a tre quesiti ritenuti sostanziali dalla società di controllo, Swissmedic. Ciò detto e riconosciuto, vi è certo qualcosa di più, e di più grave, all’origine di quanto accaduto, e quindi della necessità di recuperare la fiducia di parti non trascurabili della popolazione.

Cominciamo con quella che sembrerebbe solo un’ipotesi ‘complottista’. Ma che così inverosimile non è. Studiato e sperimentato nei laboratori universitari di Oxford, AstraZeneca, per dichiarata volontà degli stessi scienziati, fu messo sul mercato in base al principio del ‘prezzo di produzione’, dunque niente profitti: tariffa inferiore a 2 euro a dose, abbordabile anche dalle nazioni del Terzo Mondo, e perciò alla base del programma internazionale di distribuzione (Covax) organizzato dall’Oms. Il prezzo commerciale di Pfizer (dato non smentito) è superiore di almeno cinque volte. Si è appurato che anche quest’ultimo vaccino ha registrato ‘episodi avversi’. Ma polemiche e blocco provvisorio hanno investito solo il prodotto anglo-svedese. Illogico, allora, evocare la possibilità di una interessata regia dietro tanta pubblicità negativa?

Poi, la pesante deriva di una parte dell’informazione. Che ha fatto da grancassa. In modo irragionevole. Senza mettere a confronto la cifra minima degli ipotetici “effetti collaterali” con la già avvenuta somministrazione di venti milioni di dosi. Clamoroso caso di “infodemia”, termine coniato sette anni fa – contrazione delle parole ‘informazione’ ed ‘epidemia’ – da un giornalista del Washington Post: c’era la Sars (sindrome respiratoria acuta) e David J. Rothkopf annotò quanto la somma mediatica di approssimazioni, incompetenza, voci infondate, fakes (subito moltiplicate dai social) avesse contribuito a sopravvalutare gli effetti dell’infezione. Titolo del suo articolo: “Quando le dicerie ti si rovesciano contro”.

Ma ancora più evidente è la responsabilità della politica. Che (Germania in testa) ha precipitosamente adottato una misura in netto contrasto con statistiche, evidenza scientifica, buon senso. Andando ben oltre al sacrosanto principio di cautela. Incertezza e debolezza di leadership prigioniere dei ritmi dettati della pandemia, di stanchezza e irritazione della popolazione, anche del timore di perdere credibilità e popolarità. Eppure, alla fine c’è un solo baluardo. Un solo binario percorribile. Quello che somma responsabilità della politica e ragione della scienza. Scienza senza bavaglio, come invece alcuni pretenderebbero.

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