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L'analisi
27.06.20 - 06:000

Palestinesi stranieri in casa propria

Il primo luglio Israele potrebbe dare corso all’annessione del 30% della West Bank

Se Benjamin Netanyahu “non vede quale sia il problema”, Benny Gantz ritiene che Israele non possa “continuare ad aspettare i palestinesi. Se dicono no a tutto siamo costretti a continuare senza di loro”. Dunque, il primo luglio Israele potrebbe dare corso all’annessione del 30% della West Bank. Ad impedirne o ritardarne lo sviluppo potrebbero essere soltanto le schermaglie di posizione all’interno del governo di Tel Aviv (con un occhio alle presidenziali del grande fratello americano), non certo un’opinione pubblica interna, del tutto disamorata della questione palestinese. Né lo potranno i palestinesi, impotenti e divisi; ma questa non è una novità. Il progetto è infatti coerente con il “piano di pace” di Donald Trump, osteggiato ma senza troppe smanie dalle capitali europee, e da tempo derubricato a fastidiosa pendenza dai governi arabi. A venire annesse sarebbero principalmente le terre già occupate da colonie “ufficiali” e avamposti “non ufficiali”, più l’area di confine con la Giordania, quest’ultima per le immancabili “ragioni di sicurezza”.

È persino noioso rilevare che questo atto contraddice tutte le risoluzioni Onu in materia, almeno a partire dal 1967; e che l’annessione coronerebbe un processo di occupazione di aree sempre più estese in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Occupazione per la quale Israele non paga alcuno scotto sul piano del diritto internazionale.

Ma se già è iniquo considerare l’annessione una mera formalizzazione di un fatto compiuto sul terreno, in questo caso vi si aggiungono una novità e una scomoda conferma. La prima è l’avallo statunitense alla “incorporazione” delle colonie (l’eufemismo utilizzato dalla gang di Trump), ovvero un cambio radicale della posizione ufficiale, che rende gli Stati Uniti inattendibili come “mediatori” qualora lo siano mai stati. La seconda è la conferma del futuro stato di apartheid verso cui si muove Israele, considerato oltretutto che queste annessioni preludono a ciò che attende l’intera West Bank. Netanyahu ha infatti più volte precisato che non si tratta di una vera annessione poiché nelle aree interessate la legge israeliana si applicherà ai soli coloni, mentre i palestinesi che vi risiedono resteranno assoggettati alla legge militare di occupazione. Definitivamente stranieri in casa propria passata altrui.

Definitivamente (per quanto possano esserlo le cose umane) dato che mai come oggi in Israele ha perso non solo appoggio, ma considerazione, un regolamento del problema attraverso la soluzione cosiddetta dei “due Stati”. La destra israeliana non è mai stata tanto condizionata da un messianismo nazional-religioso come quello che mantiene Netanyahu al potere e ne detta le mosse. E mai come ora questa destra si è trovata senza opposizione. Ridotte all’irrilevanza le voci che in Israele si oppongono a tale scenario, quel Gantz che si era proposto come alternativa a Netanyahu, ma solo sul piano della onorabilità personale, non è interessato a un accordo equo e praticabile con i palestinesi. Tanto che, chiudendo un occhio sulle imputazioni di corruzione per le quali Netanyahu è a processo, gli si è alleato in un governo programmaticamente indifferente ai palestinesi, se non intesi come mero problema di sicurezza. È probabile, quando le annessioni saranno formalizzate, che di tali problemi Israele ne avrà più d’uno ma saprà risolverlo con la forza di cui dispone. Gli alleati e i Paesi amici, come sempre, “capiranno”.

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