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L'analisi
21.08.18 - 06:300

Piccolo grande gesto di civiltà

Non fa una grinza il pollice verso del Municipio di Losanna alla richiesta di naturalizzazione di una coppia musulmana.

Non fa una grinza il pollice verso del Municipio di Losanna alla richiesta di naturalizzazione di una coppia musulmana. La recente decisione traduce, nella sua sostanza, il confronto tra principi della cultura democratica e precetti religiosi che nella zona limitrofa delle libertà fondamentali diventa inevitabilmente scontro.

Marito e moglie si sono visti negare il passaporto rossocrociato per essersi rifiutati di stringere la mano a municipali dell’altro sesso e di rispondere alle loro domande. In precedenza, con una presa di posizione e in situazione analoga, il Consiglio di Stato di Basilea Campagna si era espresso contro il rifiuto di due allievi musulmani di stringere la mano alla docente. Sentenza opposta negli scorsi giorni in Svezia, dove un giudice ha riconosciuto il risarcimento a una giovane donna a cui era stato negato il colloquio di lavoro per il suo rifiuto di stringere la mano a un uomo.

Il dibattito infiammatosi con le diatribe sul velo integrale (il cui divieto è stato avallato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo) è ben lungi dall’essere marginale. Al contrario, tocca uno dei punti nodali dello sviluppo democratico. “I valori dell’illuminismo non sono prerogativa dell’uomo bianco, pensare che altri non possano beneficiarne è semplicemente puro razzismo etnocentrico”, ci ricorda con la forza della disperazione Kacem El Ghazzali in una coraggiosa presa di posizione pubblica, a difesa di Raif Badawi, condannato in Arabia Saudita a 10 anni di carcere e a mille frustate per “insulto all’islam”. Un caso, quello di questo blogger, che ha portato recentemente alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Riad e il Canada, il cui premier Trudeau, rompendo l’omertoso ciclo del silenzio occidentale ha chiesto la liberazione di Badawi e la sorella, pure dietro le sbarre.
Tollerare quello che con scarso rigore scientifico ma con grande efficacia è stato definito l’islamo-fascismo, equivale a negare i principi stessi sui quali la società democratica è uscita dalle tenebre dell’oscurantismo. Ma vi è di più. Malgrado la sciagurata diffusione planetaria delle forme più radicali dell’islam, riconducibili alla scuola di pensiero hanbalita promossa dal ­Wahhabismo della casa reale saudita a suon di (petro-) dollari, vi sono nel mondo musulmano numerosi movimenti, personalità, correnti che promuovono, tra innumerevoli rischi, l’idea di profonde riforme che possano conciliare religione e democrazia.

Significativa al riguardo la battaglia che proprio in questi giorni sta conducendo Beji Caid Essebsi: il 91enne presidente tunisino ha raccolto l’invito vergato negli striscioni delle femministe del suo Paese (“fermate la guerra contro le donne”) per chiedere quella parità di trattamento di genere nel diritto ereditario, negata dal diritto coranico.

Tra politiche improntate all’incoerenza, se non all’ipocrisia (spicca al riguardo la lunga “nostra” luna di miele con i sauditi con le sue drammatiche conseguenze per il mondo arabo, a cominciare dalla Siria e dallo Yemen), le giustificazioni pseudo-progressiste (“il velo integrale o il rifiuto di contatto tra generi fanno parte di una cultura da rispettare”), le generalizzazioni populiste (“tutti i musulmani sono fanatici di Dio”), i riformisti e i laici del mondo islamico si sono sentiti abbandonati.

Difendere qui da noi gli stessi valori e diritti ai quali queste donne e questi uomini ambiscono è già un piccolo passo. E una bella stretta di mano.

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