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L'analisi
19.05.18 - 06:000

Di Maio e Salvini sorvegliati speciali

“Non si possono fare due cose insieme: promettere e mantenere”. Commentando il “contratto di governo”

“Non si possono fare due cose insieme: promettere e mantenere”. Commentando il “contratto di governo” stipulato da Lega e 5Stelle, un corrispondente tedesco da Roma ha ricordato ieri questo detto in uso dalle sue parti. Un modo sarcastico di dar conto della politica italiana, forse, ma espressione tutto sommato gentile delle preoccupazioni europee per la prospettiva di vedere un paese fondatore dell’Ue governato da forze la cui affidabilità è pari a poco più di nulla e il cui programma risuona di sovranismo antieuropeista. Non c’è giornale europeo che non trasmetta questa inquietudine, tanto maggiore quanto più Di Maio e Salvini se ne manifestano insofferenti.
È una questione cruciale, che prevedibilmente diventerà oggetto della propaganda pentaleghista. Speculare, peraltro, al refrain dei governi precedenti: “Ce lo chiede l’Europa”.

Intendiamoci, l’Unione europea di cui facciamo oggi esperienza non merita di essere difesa oltremodo, lontana com’è dall’ispirazione cristiano-sociale e socialdemocratica che la fece nascere. Ma ancora più distanti ne sono quei due e la politica di cui sono espressione.
Presentarsi con un piano che nella sostanza rivendica l’inosservanza degli impegni che competono all’Italia come a ogni altro membro dell’Unione (dal budget all’immigrazione), può servire ad accreditarsi in patria come campioni della volontà popolare, ma richiede una robustezza politica, una disciplina negoziale, una autorevolezza, che un recordman delle assenze all’Europarlamento e un ragazzo che vaneggia di rifondazione storica non possono millantare fuori dai confini nazionali.

Il problema dunque è duplice: di rapporti con l’Europa e di responsabilità nei confronti degli italiani.

Quanto all’Europa non bisogna essere naif: pur all’interno di una comunità di uguali – come insiste a definirsi l’Ue – il peso di ciascun membro gli assegna quantità proporzionali di potere decisionale. Un peso che non si misura solo in tonnellate d’acciaio, in surplus commerciale, ma anche in capacità di visione e di influenza. Si potrebbe dire che le prime senza le seconde non durerebbero a lungo. Dunque si può (ed è giusto) criticare la quadratura mentale di una certa politica tedesca, la spocchiosa ottusità imbevuta di “fondamentali” economici, ma toccherebbe esserne all’altezza per pretendere di averne la meglio (senza dimenticare che la Lega di cui Salvini è figlio prodigo, usa lo stesso linguaggio nei confronti del proprio sud).

E si può anche attaccare un’euroburocrazia in gran parte avulsa (al punto da esserne, nei fatti, nemica) dalla quotidianità dei cittadini europei, ma la malafede si rivela presto se si tace che la Commissione e i suoi dipartimenti sono comunque l’espressione dei governi di 28 Paesi, di un Parlamento europeo eletto a sua volta, oltre a essere una greppia a cui si alimentano figli e figliocci dei loro più feroci contestatori. Quanto al “non essere eletti”, l’accusa esce dalla bocca di quel Di Maio che risponde in primis a un’azienda privata (la quale gli detta la linea politica, esige il vincolo di mandato degli eletti, e trattiene anche parte delle indennità dei consenzienti parlamentari 5 Stelle, finanziate dai contribuenti…).

La responsabilità nei confronti degli italiani, infine. Basti dire che i punti del “contratto” che prevedono deroghe o violazioni degli impegni italiani non fanno cenno ai tempi che le trattative con l’Ue richiederebbero, infinitamente più lunghi di una legislatura, né al costo, immediato, da pagare per eventuali “strappi”. Battendo cassa da Putin?
In un contesto “normale”, questo modo di procedere si chiamerebbe imbroglio.

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