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L'analisi
06.04.18 - 06:300

La partita russa inquieta l’Ue

Il barometro delle relazioni russo-occidentali segna tempesta e non è la prima volta dal 2014, dallo scoppio della crisi ucraina, che succede

Il barometro delle relazioni russo-occidentali segna tempesta e non è la prima volta dal 2014, dallo scoppio della crisi ucraina, che succede.

Adesso, però, la ritrovata unità tra gli occidentali – osservata con il caso dell’avvelenamento di Salisbury e le espulsioni dei rispettivi diplomatici – fa capire che la strategia nei confronti di Mosca è forse definitivamente cambiata.

Se in precedenza i leader americani, britannici ed europei lasciavano sempre aperto, seppur in presenza di posizioni dure, un ampio canale di dialogo con il Cremlino, ora si tagliano i ponti.

La prima domanda da porsi è se realmente è stato lo strano caso dell’avvelenamento di Sergej Skripal e della figlia Yulia a far precipitare la situazione. La seconda è se ci siano dei retroscena poco conosciuti.

Premessa la piena fiducia negli inquirenti britannici, non si capisce perché la Russia volesse eliminare un suo ex agente, fuori dai giochi ormai da 14 anni, soprattutto a pochi giorni dalle presidenziali federali e ad una manciata di settimane dall’inizio del Mondiale di calcio, anelata vetrina per il regime putiniano.

I reali punti di frizione appaiono essere altri. Guardiamo agli eventi da inizio anno: il 7 febbraio mercenari russi ed americani se le sono date di santa ragione in Siria con centinaia di morti; il 28 febbraio Gazprom ha rifiutato di ottemperare ad un verdetto (a lei avverso) del Tribunale arbitrale di Stoccolma nei confronti dell’ucraina Naftogaz; il primo marzo al Maneggio il presidente Putin ha mostrato le nuove armi “per farci ascoltare”.

L’Occidente è conscio che in una guerra commerciale con la Cina la Russia starebbe dalla parte di Pechino e tenterebbe di “de-dollarizzare” la propria economia, con tutte le conseguenze del caso. Mosca ha poi appoggiato troppi movimenti anti-Ue, considerando l’allargamento ad Est una minacciosa rivoluzione geopolitica, che la sta offuscando.

I leader occidentali hanno ora preso atto che con Vladimir Putin – rieletto per altri sei anni (aggiungendosi, secondo il matematico Sergey Shpilkin, otto milioni di voti, stando ai calcoli degli americani dieci) – non si possono stringere intese anche perché il capo del Cremlino non le mantiene: Ucraina e Siria insegnano. I russi interpretano la disponibilità al dialogo come una posizione di debolezza.

Da ultimo, europei e britannici hanno necessità di trovare un punto d’accordo su qualcosa a fronte di una complessa Brexit. Avere un comune avversario serve ad alleviare scelte difficili da digerire.

Certo, quanto sta succedendo in Medio Oriente riempie di rabbia le cancellerie occidentali: russi, siriani ed iraniani stanno ridisegnando a modo loro i confini della regione. Ma ciò è frutto soprattutto degli errori di Washington dal 2003 in poi, in particolare in Iraq, e dell’assenza di una politica estera comune dell’Unione europea, troppo concentrata a costruirsi ed impreparata a colmare il vuoto lasciato dall’ormai palese ritiro statunitense da alcuni scenari internazionali.

L’invito dell’americano Trump a Vladimir Putin di andarlo a trovare alla Casa Bianca rappresenta la volontà di Washington di risvegliare ataviche fobie russe e non sembra essere una mediazione di squadra americano-europea. Mosca, che ha una strategia di breve-medio termine, sa bene che se facesse saltare il banco occidentale verrebbe risucchiata dai vicini cinesi, con conseguenze poco prevedibili.

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