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L'analisi
22.03.18 - 06:300

Il conto libico di Sarkozy

La parola di un ex presidente, vivo, contro quella di un ex dittatore, morto

La parola di un ex presidente, vivo, contro quella di un ex dittatore, morto. Sarebbe forse caricaturale ridurre a questo il caso costato a Nicolas Sarkozy l’iscrizione nel registro degli indagati, e (continuando su questo registro) la vita a Muhammar Gheddafi, ma non lontano dal vero.

L’accusa di avere illecitamente ricevuto milioni di euro per le proprie campagne presidenziali non è nuova per Sarkozy, già rinviato a giudizio per il cosiddetto affaire Bygmalion (una questione di sovrafatturazioni per mascherare finanziamenti illegittimi) relativo a quella del 2012. Né del tutto nuove sono quelle riferite alla campagna vittoriosa del 2007, che hanno aggiunto al suo palmarès questa libertà vigilata, inedita per un politico del suo rango.

Il caso era già stato sollevato sei anni fa dal sito d’inchiesta Mediapart, che rivelava il versamento di cospicui finanziamenti libici a favore di Sarkozy, concordati nel corso di una sua visita a Tripoli, quando ancora era ministro dell’Interno di Chirac. Tutto sempre sdegnosamente negato da Sarkozy; tutto analizzato dalla giustizia francese, la cui memoria è lunga e la cui raccolta di testimonianze non si è fermata neppure davanti ai personaggi più impresentabili.

Il più impresentabile dei quali, il già citato “Colonnello”, non può più parlare. Quel Gheddafi che sette mesi dopo l’elezione di Sarkozy all’Eliseo piantò la propria tenda circense a Parigi, accolto con tutti gli onori (come ancora gli vennero tributati nel 2009, tenda e tutto, da Berlusconi), ma che tornò a essere un nemico pubblico quando, il 10 marzo 2011, lo stesso Sarkozy fu il primo capo di Stato a riconoscere il Consiglio nazionale di transizione di Bengasi che si era messo alla testa (o così millantava) dell’insurrezione libica. Il 19, Saif, un figlio di Gheddafi, disse: «Sarkozy deve restituire alla Libia i soldi che ha ricevuto per finanziare la sua campagna elettorale».

Di lì a poco l’Onu autorizzò i bombardamenti sulla Libia di cui si era incaricata la Nato; e il 20 ottobre Gheddafi venne ucciso, ridotto a un fantoccio insanguinato. Che cosa è la Libia da allora, e quale potentissimo elemento di destabilizzazione anche per l’Europa sia diventata, è sotto gli occhi di tutti.

Ma non stiamo qui sceneggiando una spy story, dove il testimone scomodo deve essere fatto fuori; e tutto sommato, viste da qui, non è così importante che siano vere o no le accuse di fonte libica a Sarkozy (delle quali non si può ignorare un elemento di rivalsa). Piuttosto, è del tutto chiaro che la natura torbida delle sue relazioni con il regime di Gheddafi sia stata un fattore determinante del disastro in quella parte di Nord Africa.

Sarkozy tuttavia, e prescindendo dalle responsabilità penali, non ha agito del tutto fuori da un solco della politica estera francese che ha sempre considerato l’Africa un territorio di cui disporre a proprio esclusivo beneficio: di una grandeur dura a morire, dell’approvvigionamento di materie prime necessarie ad alimentarla, di tornaconti individuali. Con il corollario di complicità avide non meno che politicamente oscene. Per dirne due: dai diamanti ricevuti in regalo da Valéry Giscard d’Estaing da Bokassa, ai silenzi complici di François Mitterrand nel genocidio del 1994 in Ruanda. Quanto a Sarko, appena eletto, andò in Senegal a dire agli africani che non erano entrati nella Storia perché non ne avevano una propria…

Questo incauto esemplare della politica retta sulla ricchezza (altrui) sembra dunque finito vittima di quella macchina del potere che tanto ha ambìto possedere. Trascurando che quel potere, una volta sfuggito di mano, è una condanna.

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