laRegione
Francesca Agosta
L'analisi
16.06.17 - 08:400
Aggiornamento : 15.12.17 - 17:12

Calcio giovanile ‘malato’, la ricerca di un vero gioco di squadra

“Avevo pensato di smettere”. Ce lo ha confidato Massimo Busacca tornando a quanto da lui vissuto su un campetto di calcio ticinese negli anni 80. Oggi Busacca rappresenta la massima istanza arbitrale della Fifa, ma allora era un ragazzo che come tanti altri chiedeva soltanto la possibilità di cavalcare una passione. E come tanti era stato insultato, umiliato, da un adulto, che da bordo campo aveva riversato sul giovane fischietto le sue frustrazioni di spettatore e forse anche di genitore: piccoli ancorché inqualificabili gesti che per l’autore scompaiono nel momento stesso dello sfogo, ma nell’amor proprio della vittima rimangono annidati per sempre.

Da allora il nostro calcio giovanile è cambiato molto a livello organizzativo e gestionale: figure professionali importanti lo hanno arricchito di nuove modalità formative che non si limitano ad osservare un orizzonte locale, ma si spingono verso latitudini cantonali e nazionali. Eppure il “contorno” fatto di varia umanità rimane, con i suoi pregi e i suoi difetti. L’impressione, dall’esterno, è che vengano più coltivati i primi che analizzati i secondi. La nostra indagine tra vivai, Federazione ticinese di calcio e settore arbitrale mostra infatti sì una certa volontà di agire e reagire a quella che Busacca ha definito “un’involuzione che ci sta sfuggendo di mano”, ma nello stesso tempo anche troppa ruggine negli ingranaggi di un meccanismo che dovrebbe essere condiviso.

Se non un fuoco incrociato di accuse, quello cui abbiamo assistito è una reciproca chiamata alle rispettive responsabilità. Alcune società indicano la verdissima età dei “fischietti” ai loro esordi – chiamati a dirigere, in campo, le gesta dei coetanei – quale primo punto debole della classe arbitrale. La quale ribatte ricordando innanzitutto come un bravo arbitro debba per forza iniziare da adolscente, se vuole raggiungere palcoscenici importanti; e aggiunge che arbitri diventano pur sempre quegli aspiranti in parte inviati dai club, spesso troppo “leggeri” nell’operare delle selezioni che permettano di proporre figure adeguate allo scopo.

Non sono poi piaciute a tutti due misure maturate in seno alla Federazione: il blocco di un turno di tutti i campionati giovanili per rispondere “politicamente” ad una serie di episodi ravvicinati; e la rinuncia, da parte della Sezione arbitrale, alla prevista campagna di arruolamento di nuovi giovani arbitri “perché non è questo il momento di fare proselitismo”. Una scelta, questa, criticata da chi ritiene che è proprio nei momenti di difficoltà, che bisogna intensificare gli sforzi.

Al netto di tutto ciò, emerge comunque chiaramente lo sforzo che molti vivai fanno a livello di prevenzione, sensibilizzazione e controllo con giocatori, allenatori e genitori. Sforzi che la stessa Federazione sta mettendo in campo sia con il progetto Gisis di aiuto agli allenatori, sia immaginando, per i giovani colpiti da sanzioni disciplinari, l’obbligo di frequentazione del corso aggiornamento arbitri. Per far capire cosa significhi stare dall’altra parte. E, magari, instillare una passione e lanciare una insperata carriera. Alla Busacca.

 

 

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