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02.12.22 - 05:30
Aggiornamento: 14:32

Materiale infiammabile

I ricordi della sfida fra Svizzera e Serbia del 2018 a Kaliningrad sono ancora freschissimi, su entrambi i fronti

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In questo articolo si parla di:
  • Lo sport viene erroneamente ritenuto una zona franca in cui la politica non può e non deve metter piede
  • Lo strascico di polemiche dopo il precedente fra Svizzera e Serbia e di quattro anni fa non si è mai spento, e c'è il grosso rischio che in campo accadrà di nuovo qualcosa di calmoroso

Eccoci giunti alla partita tanto attesa, non soltanto per l’importanza della posta in palio – l’accesso agli ottavi di finale del Mondiale –, ma soprattutto per lo strascico di polemiche che lo stesso match, disputato quattro anni fa in Russia, si era portato con sé dopo la famosa esultanza col gesto dell’aquila albanese da parte di Shaqiri e Xhaka, giocatori rossocrociati di origine kosovara che avevano segnato i gol della vittoria elvetica. Immagini che avevano messo in imbarazzo l’intera Svizzera – trovatasi al centro di una vicenda apparentemente a lei lontana – e avevano fatto il giro del mondo suscitando ovunque discussioni infinite. L’opinione maggiormente condivisa fu quella che riteneva l’episodio in questione qualcosa che nulla aveva a che vedere col calcio, e che dunque andava condannato. Lo sport, dicevano i più, è un terreno neutrale di pace e fratellanza in cui certe cose non dovrebbero mai succedere. In realtà non si sa bene su quali basi si fondi una simile visione, dato che attorno alle più importanti manifestazioni muscolari da sempre aleggia un clima che nulla ha da spartire con l’amicizia e l’armonia fra le genti.

I Mondiali di calcio, infatti, si fondano proprio sul nazionalismo, sulla fazione e sull’intenzione di stabilire una gerarchia fra i popoli. Inni nazionali, bandiere e simboli patri cuciti sul cuore sono quanto di più lontano si possa immaginare dalla concordia fra le nazioni. Il protocollo, agli Europei come alla Coppa del mondo, è da sempre un florilegio di sfilate tendenti al militare, di proclami sulla propria supposta superiorità e di capi politici in tribuna che ricordano quanto la prestazione fornita in campo dagli atleti abbia implicazioni che esulano dal ristretto ambito sportivo. E dunque, dalla notte dei tempi, tifosi e giocatori hanno riversato sui 90 minuti di gioco energie e aspettative che sarebbe davvero molto ingenuo considerare soltanto di tipo folkloristico. Le squadre sono ovunque emanazione di identità e sentimenti forti, e le curve diventano sede di rivendicazioni politiche – e sociali – di ogni genere. E se il palcoscenico è il più prestigioso al mondo, tutto viene amplificato: il Mondiale di calcio è stato capace di scatenare guerre da 6’000 morti (Honduras-El Salvador) o è stato il terreno per prolungare conflitti teoricamente già conclusi (Inghilterra-Argentina).

Era del tutto normale, dunque, che pure la fratricida Guerra dei Balcani trovasse, nei decenni seguenti, più di un’appendice sui campi di pallone. Risulta quindi legittimo attendersi che stasera si torni a vedere scintille fra ragazzi che sono figli di quelle sofferenze inflitte e al contempo subite da tutte le parti in causa. Non significa che ce lo auguriamo, ma che – dovesse succedere – farebbe comunque parte dell’inventario, perché così è spesso stato e così accadrà in futuro, con buona pace di chi ritiene che lo sport sia, o debba essere, un’isola felice del tutto avulsa dalla vita reale. La foto della bandiera serba comprensiva del territorio kosovaro – e l’azzardato paragone col Donbass sottratto all’Ucraina – non lascia del resto presagire uno svolazzo di colombe. Così come nemmeno da parte svizzero-kosovara – nei quattro anni seguiti allo scontro di Kaliningrad – sono stati sventolati soltanto ramoscelli d’ulivo, anzi.

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