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25.11.22 - 05:30
Aggiornamento: 14:21

L’amore non è un colpo di pistola

Non lo deve essere nemmeno l’informazione quando affronta il fenomeno della violenza sulle donne (contro cui ricorre oggi la Giornata internazionale)

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Keystone
In questo articolo si parla di:
  • Ancora troppo spesso si incappa in falsificazioni semantiche che romanticizzano gli abusi
  • Il rischio è di una complicità nell’assecondare i meccanismi di prevaricazione e la cultura del possesso
  • I femminicidi non sono episodi da imputare a problemi personali, ma un fenomeno strutturale

"E poi perché è fuggita chi lo sa / Forse perché cercava un po’ di libertà / Ma io non la tenevo prigioniera / La incatenavo solo verso sera / Per stare un po’ con lei / Per stare stretto a lei". Si potrebbe definire la ballata delle narrazioni tossiche la canzone da cui sono tratti questi versi e che rimanda proprio a un certo modo distorto di raccontare la violenza sulle donne (alla cui lotta è dedicata la Giornata internazionale di oggi). Lo fa mettendo in scena un aguzzino che con le scelte lessicali e la melodia su cui si modulano romanticizza e giustifica la propria tirannia. Il brano è di Brunori Sas e si intitola ‘Colpo di pistola’: "Perché l’amore, l’amore / è un colpo di pistola / L’amore, l’amore / è un pugno sulla schiena, è uno schiaffo per cena", recita il ritornello che scandisce una vicenda dal drammatico epilogo. E che urta gli ascoltatori con la sua insostenibile leggerezza, facendo il verso alle ancora troppo numerose falsificazioni semantiche utilizzate nei discorsi pubblici e perlopiù accettate senza percepirne il veleno.

Un vecchio copione che sceneggia luoghi comuni pericolosi

Distorsioni che costellano anche i resoconti di cronaca nera e giudiziaria, contribuendo a nutrire un vecchio copione che sceneggia immagini mentali e luoghi comuni pericolosi, poiché complici nell’assecondare quei meccanismi di prevaricazione alla base della violenza di genere. Titoli e definizioni come "omicidio passionale" o "raptus di gelosia" che da un lato associano impropriamente la sfera affettiva alla cosiddetta cultura del possesso, del controllo e del fatalismo. Dall’altro riducono un fenomeno sociale a meri episodi da imputare a dissidi personali e di devianza, quando invece si tratta di un grave problema strutturale.

Lo testimoniano i numeri: nel 2021 in Svizzera ci sono stati 26 femminicidi, uno ogni due settimane. Ed è così che vanno chiamati, perché colpiscono le donne per il fatto di essere donne e costituiscono solo l’ultimo tragico atto di una sequela di abusi di tipo psicologico, fisico, sessuale, economico. In Ticino sono tre gli interventi di polizia al giorno per violenza domestica, e i casi che figurano nelle statistiche rappresentano solo la punta dell’iceberg.

Due volte vittime a causa della stigmatizzazione

All’ombra di queste cifre si consumano le vite di donne confrontate quotidianamente con paura, sconforto, senso di oppressione e impotenza, costrette tra le mura di casa a subire continue umiliazioni e minacce. E proprio il contesto della dimensione domestica rende estremamente difficile chiedere aiuto e denunciare, perché comporta l’andare contro una serie di forti vincoli familiari e di dipendenza. A mantenere in moto la spirale di violenza c’è anche il silenzio per il timore del giudizio esterno, spesso fomentato dalla cosiddetta vittimizzazione secondaria e terziaria, ovvero dai discorsi nelle aule di tribunale e sui media che stigmatizzano chi ha subito reati: per non aver detto espressamente "no", per non aver rotto la relazione con l’abusante, insomma per "essersela cercata".

È importante parlare del fenomeno e della sua gravità, molto più di quanto avviene attualmente, ma è altrettanto fondamentale farlo con riguardo. Lo chiedono ripetutamente le associazioni a sostegno delle vittime, lo ha chiesto l’altro ieri anche il governo presentando l’aggiornamento del Piano d’azione cantonale contro la violenza domestica. Si tratta di un atto di responsabilità: ogni qualvolta si presenti l’essenziale compito di riferire di situazioni simili è necessario interrogarsi sul linguaggio da usare. Perché l’informazione non sia un ulteriore colpo di pistola alle vittime, ma una delle chiavi per liberarle dalla violenza.

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