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17.09.22 - 05:30

Erdogan e il gioco delle tre carte

Erdogan si schiera ambiguamente un po’ con tutti, a seconda di quel che gli conviene. Un equilibrismo che nasconde nuove mosse, anche in Europa

di Giuseppe D’Amato
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Erdogan e Putin (Keystone)
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Erdogan ricevuto in pompa magna nei Balcani. Ankara mediatrice principe in Ucraina; protagonista militare in Siria, in Iraq e Libia; detentrice di una rilevante voce in capitolo in Somalia e Mali; minacciosa nel Mediterraneo.

Due domande sorgono spontanee: ma la Turchia che gioco fa? Con chi sta Ankara nello scacchiere internazionale in una fase di estrema polarizzazione?

Gli occidentali sospettosi parlano di "neo-ottomanismo". In realtà Erdogan, utilizzando la sua crescente influenza in politica estera, sta soprattutto tentando di aprire i mercati stranieri alle merci turche. Nei Balcani la sua delegazione era composta da ben 8 ministri e dalla crema dell’imprenditoria nazionale. Qui Ankara ha espresso interesse per i progetti per la costruzione di infrastrutture, ad esempio l’autostrada Belgrado-Sarajevo.

Erdogan si è proposto in Serbia, Croazia e Bosnia Erzegovina come il politico capace di abbassare la tensione in teatri difficili, l’uomo che lavora per la pace e per la stabilità. Ma è davvero così?


Erdogan con Zelensky (Keystone)

Poche ore prima del suo viaggio nei Balcani il leader turco ha lanciato i propri strali contro la Grecia per la "militarizzazione" delle isole nel mar Egeo, rivendicate da Ankara. "Possiamo arrivare di notte all’improvviso", ha avvertito Atene, le cui Forze armate avrebbero puntato – giorni fa – dei missili contro dei caccia F-16 turchi in ricognizione.

Negli ultimi mesi gli esercizi turchi di equilibrismo più spericolati si sono osservati nei rapporti con la Russia e l’Ucraina. Con una premessa: fin dal 2014 Ankara, legata ai tatari di Crimea – popolo turcofono della penisola contesa –, non ha riconosciuto l’annessione di Mosca. Questo non ha, però, impedito a Erdogan e Putin di accordarsi per il controllo della Siria settentrionale. In quel teatro il Cremlino difende l’alleato storico, la famiglia Assad, odiata da Erdogan. Un ultimo elemento: l’aviazione federale gestisce parte dello spazio aereo siriano, impedendo che Ankara inizi un’offensiva contro i curdi e le forze filo-Usa.


Con Biden (Keystone)

Tornando agli equilibrismi, la Turchia ha venduto all’Ucraina grandi quantità di droni, che hanno inferto gravi perdite ai russi; allo stesso tempo riceve dai russi imponenti quantità di gas e ha aiutato il Cremlino nell’accordo per il grano. È vero che si doveva liberare l’export dei cereali ucraini, ma Mosca aveva anche la sua produzione bloccata. Insomma, un ginepraio.

Membro dell’Alleanza atlantica dal 1952, con le seconde Forze armate più forti della Nato dopo quelle Usa, a lungo candidata all’adesione all’Unione europea, la Turchia invero sta cercando – dopo il golpe del 2016 – di crearsi un proprio spazio di influenza.


Erdogan con l’iraniano Raisi (Keystone)

Il suo tallone d’Achille è però l’economia: il tasso d’inflazione ha raggiunto l’80% annuale; il Pil nel 2022 è impantanato; il debito estero a breve è preoccupante; il corso della lira si è inabissato. Con le elezioni alle porte nel 2023 Erdogan gioca la carta nazionalista e la sua immagine di statista all’estero per aumentare le proprie chance di vittoria. Con questa Turchia emergente, in Libia e nel Mediterraneo orientale, dove sono stati rinvenuti giacimenti strategici di gas, l’Europa sarà costretta a fare compromessi e a escogitare equilibrismi vincenti per difendere i propri interessi.


Con Macron (Keystone)

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