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13.09.22 - 05:15
Aggiornamento: 14:24

Non piangere, c’è il sole (anche se non ci sono i soldi)

La discussione su salari e potere d’acquisto – più bassi che oltre Gottardo – viene boicottata da chi nega che vi sia un problema. Con esiti grotteschi

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Ti-Press
O’ sole mio

"Finiamola di piangerci addosso. La qualità della vita qui è la migliore di tutta la Svizzera" (Gian-Luca Lardi, Impresari costruttori e Camera di commercio). "Io direi di non piangerci sempre addosso", il Ticino "ha cinquecento ore di sole più che Ginevra" (Mauro Baranzini, economista). Si è conclusa così – con quello che gli esperti di comunicazione definirebbero senza troppe remore "buttarla in vacca" – una meritevole puntata di ‘Patti Chiari’ che cercava di documentare un problema: in Ticino si guadagna meno che nel resto della Svizzera. Problema al quale si potrebbero aggiungere i tassi di disoccupazione relativamente elevati – quando li si misura sul serio – e il significativo numero di scoraggiati che abbandonano il mercato del lavoro.

Un fatto, quello delle retribuzioni inferiori, che alcuni ospiti in studio hanno cercato di ridurre a interpretazione: sì, d’accordo, gli stipendi rispetto a oltre Gottardo sono più bassi del 20% e il costo della vita non altrettanto; ma se togliamo le paghe dei frontalieri e contiamo gli aiuti sociali – oltre al caffè e all’abbronzatura, che a Uri se li sognano – resta al massimo il problema di andare fino a Varese per fare la spesa. A un certo punto pareva di sentire Fuffas, l’archistar messa in caricatura da Maurizio Crozza: "Vede questo bel pentagono?". "Quello è un esagono, architetto". "Dipende da come ci picchia la luce…".

Perché non basta dire – con un’imbarazzante operazione di apartheid contabile – che a falsare le classifiche sono i frontalieri. Anche il potere d’acquisto dei residenti è ridotto. L’elefante nella stanza è sempre lo stesso, e la luce della Sonnenstube dovrebbe illuminarlo, invece di cancellarlo in sconsiderati abbagli: dai tempi delle sigaraie e delle tute blu la struttura economica ticinese sconta – non sempre, ma ancora troppo spesso – una bassa produttività, che a sua volta penalizza perfino le paghe per i mestieri più qualificati. Il giochino funzionava finché i soldi spuntavano per magia grazie al segreto bancario e la crescita sollevava tutte le barche. Ora la festa è finita, sorry, e non saranno i tagli fiscali alla bersagliera o gli schemi di ‘ottimizzazione’ – come quelli che ci hanno portato i capannoni deserti della Fashion Valley – a risolvere l’equazione.

Che non è semplice, naturalmente. Se la tua economia si basava sulle nude braccia e sui cumenda con le Samsonite di danè, e se peraltro sei una piccola provincia innestata in una regione problematica più grande dell’intera Svizzera, i margini di manovra si riducono. Però i problemi vanno ammessi e affrontati, altrimenti l’avrà sempre vinta chi millanta di poterli risolvere chiudendo tutto e impalando gli stranieri (salvo poi sfruttarli tramite sindacati fasulli e altri escamotage da bagarini). Potrà servire la ‘clausola di salvaguardia’ per il mercato del lavoro suggerita dal direttore del Dfe Christian Vitta? Forse sì. Così come servirebbero contratti collettivi più diffusi e depurati da oscene eccezioni, ad esempio quella che esclude il Ticino dai salari minimi per le stazioni di servizio. Non mancherebbero insomma gli strumenti – fiscali, politici, sociali – per smettere di puntare sulla spremitura a freddo della manodopera. Misure imperfette, d’accordo: se però la risposta è che va bene così, che tanto splende il sole e "futtetenne, San Gennà", allora auguri.

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