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07.09.22 - 05:15
Aggiornamento: 16:09

Operazione simpatia: la politica che ci tratta da mentecatti

Tuffarsi nel laghetto coi giornalisti, benedire aziende e case anziani, dispensare ‘buongiornissimo’ sui social: la campagna elettorale è iniziata, ahinoi

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Il presidente di partito che si tuffa virile nel laghetto oppure racconta il suo sogno d’aprire un ristorante, il consigliere di Stato filmato durante una passeggiata bucolica, gli alti papaveri di questo o quello schieramento che annunciano la loro discesa "tra la gente" (accorrete numerosi, seguirà rinfresco). O ancora le partite del cuore, le riffe, gli incontri in cucina, le visite benedicenti a case anziani officine aziende. Intanto dai social, a dare l’ultima botta alle nostre coronarie già intasate da cotanta melassa, fanno capolino i ‘buongiornissimo’ e le foto delle vacanze, tra piedi nudi e bandiere rossocrociate. Le elezioni si avvicinano anche in Ticino, insomma, e stiamo già notando una recrudescenza di queste iperglicemiche operazioni simpatia.

Lo scopo, vecchio come il mondo e obsoleto come il telegrafo, è sempre lo stesso. Ovvero dire al popolo, qualunque cosa esso sia: "Vedete? Sono uno di voi! Votatemi!". Il tutto con la complicità di quei media che non solo stanno al gioco, ma a volte corrono essi stessi dai politici a proporre format nuovi per le loro sgangherate campagne cantonalpopolari. Il risultato rasenta spesso il ridicolo, come quando videro Barack Obama con le maniche della camicia rimboccate, a segnalare il suo impegno, e decisero tutti di imitarlo: dalle foto pareva che stessero andando a menare qualcuno.

Idiosincrasie d’uno snob? Certo. Ma c’è un che di stucchevole e paternalista in questo chinarsi sugli elettori come Madre Teresa sui lebbrosi. Poi è difficile sopportare l’ostentata "normalità", la prossimità appiccicosa, l’ammiccante "diamoci del tu" mentre in politica non contano i pronomi, ma verbi e sostantivi: programmi e idee. L’impressione – non sempre, ovviamente, ma spesso – è di trovarsi di fronte a tanti piccoli Zelig, camaleonti che fingono di assomigliare all’interlocutore con vecchi trucchi da piazzista: "sorridi", "ripeti il suo nome", "guardalo negli occhi", cose così.

Non è solo una questione di stile: la smania di popolarità – da sagra e da social – baratta l’autorevolezza con la piacioneria. Lo si vede bene nel caso di alcuni pifferai, che a forza di vellicare gli umori più bassi si trovano sospinti dal loro codazzo più di quanto non riescano a dirigerlo. Che poi, fateci caso, certi espedienti lasciano trapelare una concezione parecchio svilente dell’elettorato: come se non capisse un linguaggio diverso da quello delle grigliate e degli slogan simili a borborigmi, e andasse trattato come una brancata d’infanti e di mentecatti.

Ora: sarebbe da tromboni auspicare un ritorno ai colletti inamidati di cinquant’anni fa, alle grisaglie e alle lenti bifocali, ai comizi-fiume. Basterebbe solo intravedere forme di comunicazione politica – e di ascolto democratico – che non presuppongano né la stupidità del ‘popolo’, né la necessità di piegarvisi di fronte come si farebbe davanti a un passeggino. Magari ricordando anche il monito del vecchio conservatore Edmund Burke: "Il vostro rappresentante vi deve non solo il suo impegno, ma anche la sua capacità di giudizio: vi tradirebbe, se la sacrificasse alla vostra".

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