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21.08.22 - 09:52

Praga e Kiev, lontane ma non dissimili

Ci sono alcuni paralleli inquietanti tra l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 e quella odierna dell’Ucraina

di Aldo Sofia
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Keystone

Quasi sempre le analogie storiche sono terreno scivoloso. Addirittura proibitivo se si tenta il raffronto fra l’intervento sovietico per ‘normalizzare’ la Cecoslovacchia – di cui nella notte tra il 20 e il 21 agosto ricorre il 54esimo anniversario – e l’invasione russa dell’Ucraina. Dopo oltre mezzo secolo, profondamente diverso è il contesto storico e geostrategico. Il ‘Muro’ non esiste più, l’Urss si è disintegrata sotto il peso dei suoi fallimenti socioeconomici, attorno alle macerie dell’ex superpotenza sono nate nuove nazioni, e l’Occidente si è illuso che la vittoria presunta del suo modello decretasse ‘la fine della Storia’.

Così non è stato, né poteva essere. La Storia si è immediatamente rimessa in marcia con guerre, conflitti di civiltà, sfide mondiali (Cina-Usa in primis). Del resto, oltre mezzo secolo fa il Cremlino intervenne all’interno del Patto di Varsavia, nel perimetro che gli era stato attribuito dagli accordi di Jalta (febbraio 1945), in base a una logica spartitoria che faceva comodo anche agli Stati Uniti per legare al suo campo l’Europa, condizionarne gli orientamenti, vigilare su eventuali pulsioni autonomiste tedesche (secondo il motto "l’America sopra, l’Europa in mezzo, la Germania sotto"). Il brutale intervento contro il ‘socialismo dal volto umano’ di Alexander Dubcek non smosse l’Europa (semmai, insieme ai precedenti interventi nella Germania Est e in Ungheria, non se ne perse la memoria, contribuendo al trasferimento in blocco, e non forzato, dei Paesi ex satelliti nell’Alleanza Atlantica).

Praga venne dunque ‘normalizzata’ all’interno di queste ferree logiche, rassegnandosi alla falsa ma ineludibile logica imposta da Gustav Husak, "chi non è contro di noi, è con noi". La distanza appare siderale. Come può allora prestarsi la lontana tragedia cecoslovacca a parallelismi con quella attuale? Quale cucitura è possibile fra Praga 1968 e Kiev 2022? In realtà, certi binari si incrociano fra modello Breznev e modello Putin. La ‘sovranità limitata’ teorizzata allora trova il suo sviluppo nella ‘sovranità espansionista’ dell’odierna Russia. Anche quella fu un’operazione militare di soccorso ‘fraterno’, come recitava la copertina del ‘libro bianco’ pubblicato dal Cremlino (a cui la resistenza rispose con un clandestino ‘libro nero’ sull’occupazione che denunciava il presunto "volto umano dello stalinismo"). E pure allora, come scrisse la ‘Pravda’ il giorno stesso dell’invasione, la Cecoslovacchia doveva essere "difesa dalle forze controrivoluzionarie" interne ma anche esterne, "una minaccia alle basi della pace europea". Critica e allarme del resto lanciati in modo esplicito nella Conferenza di Dresda del Patto di Varsavia il 23 marzo, mentre uno dei comandanti russi dell’epoca, nelle sue memorie, ha confermato di aver ricevuto un piano di invasione già il 12 aprile 1968.

Allora come oggi la Russia sosteneva che la Nato fosse pronta a impadronirsi del Paese, tanto che i generali russi incaricati di gestire l’operazione militare affermarono poi di aver evitato la perdita della Cecoslovacchia e salvato il mondo dalla Terza guerra mondiale. Non mancarono invocazioni e richiami etnici, e per giustificare i tank dell’Armata Rossa vennero sottolineati "i legami di sangue slavo". Nemmeno venne risparmiata l’accusa di pericolo genocidario (sotto la guida di… Dubcek) contro gli esponenti più fedeli alla linea sovietica, visto che le forze controrivoluzionarie, sempre secondo la ‘Pravda’, avrebbero creato "un’atmosfera di autentico pogrom" contro i comunisti locali e "un clima di odio verso l’Urss".

Aggiungeteci infine una sorta di ‘guerra ibrida’ ante litteram, visto che nello studio di Breznev vennero ritrovati appunti in cui il segretario generale ordinava "un ampio spettro di misure speciali nell’ambito della disinformazione". Certo, sull’altro fronte, l’imperialismo ‘yankee’ avrà pure le sue Bibbie utilizzabili per ogni battaglia ‘anticomunista’. Chi lo può negare? Ma nemmeno si può tacere del riflesso bolscevico con cui la ‘dottrina Putin’ pesca nel passato sovietico-bolscevico. Del resto parte non secondaria dello stalinismo è stata rivalutata dal nuovo zar, per la vittoria nella guerra patriottica ma anche, se non soprattutto, per esaltarne la tenuta imperiale. E il filosofo recentemente più ascoltato da Putin non è forse il ‘rossobruno’ Alexander Dugin? È il filosofo che ha fondato il partito nazional-bolscevico.

Soltanto tre anni dopo la ‘rivoluzione di velluto’ del 1989, che aveva liberato e democratizzato la parte d’Europa tenuta in ostaggio per decenni dietro la ‘cortina di ferro’, la Cecoslovacchia dovette affrontare una prova per cui non mancarono i timori per i rischi di una svolta non pacifica. Ci fu la secessione della Slovacchia, realizzata da forze nazionaliste di Bratislava maggioritarie nel parlamento locale, che non tennero conto del fatto che la maggioranza della popolazione delle due parti della Federazione fosse contraria alla dissoluzione. Non ci furono giorni tragici, non ci furono movimenti di truppe, non si sparò un colpo. Piacesse o meno, quella frattura venne accolta: democraticamente. Il presidente Vaclav Havel – drammaturgo che dall’opposizione antisovietica, per anni, aveva animato ‘Carta 77’ – fece il gesto più eclatante: annunciò le sue dimissioni, perché genuinamente convinto che venisse spezzata inutilmente e in modo controproducente una unità storica e culturale, prima ancora che politica.

In anni in cui la ‘questione ucraina’ rimaneva sottotraccia ma non era ignota la sua esplosività a causa dei moniti di Mosca, rispondendo alla domanda di un eminente uomo politico straniero, Havel non ebbe dubbi: "La risposta che ho dato al politico in questione è stata inequivocabile, e probabilmente poco diplomatica: non spetta né agli Stati Uniti né alla Federazione russa né a chiunque altro prendere la decisione di dove vada collocata l’Ucraina. A decidere quale sia il suo posto può essere solo l’Ucraina stessa". Le rivoluzioni post-caduta del Muro avevano cancellato la ‘prigione’ di Jalta e la logica degli Stati cuscinetto attorno all’ex Urss, rianimando l’antica preoccupazione-ossessione russa, imperiale o sovietica, dell’accerchiamento. Havel non poteva certo ignorarlo. Ma era convinto che fosse impensabile obbligare i popoli dell’Est europeo a ridare fiducia alla nuova Russia accettando di ripristinare le logiche dell’immediato dopoguerra, visto che, come ricorda con semplicità e una certa dose di ironia lo scrittore Milan Kundera in ‘Occidente prigioniero’ (ripubblicato subito dopo l’attacco russo del 24 febbraio scorso), "ai confini orientali di quell’Occidente che è l’Europa centrale, siamo sempre stati più sensibili al pericolo della potenza russa".

La convinzione di Vaclav Havel era che non in una semplice riproduzione dei rapporti di forza, ma soltanto in un generale processo democratico – lungo le due dorsali dell’ex cortina di ferro – si potesse trovare una soluzione all’interno della ‘casa comune’ auspicata da Gorbaciov. Con una certezza: "Non solo geograficamente, ma anche per tutta la sua lunga storia passata… l’Ucraina è una nazione profondamente europea".

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