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10.08.22 - 05:30

Carlo Calenda, il guastatore

L’ego del nipote di uno dei maestri della commedia all’italiana rischia di consegnare l’Italia al centro-destra del trio Meloni-Salvini-Berlusconi

di Franco Zantonelli
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Keystone
Domenica scorsa in diretta tv ha stracciato l’accordo col Pd

Le intemperanze e l’ego straripante del nipote di uno dei maestri della commedia all’italiana rischiano di rimandare alle calende greche il ritorno alla vittoria elettorale del centro-sinistra. A favorire la consegna dell’Italia al centro-destra del trio Meloni-Salvini-Berlusconi nelle elezioni anticipate del 25 settembre è Carlo Calenda il quale, dopo aver siglato un patto elettorale con il Pd di Enrico Letta, lo ha stracciato in diretta televisiva domenica scorsa, schifato per la presenza nell’alleanza del verde Bonelli, di Fratoianni di Sinistra Italiana, nonché dell’ex-5 Stelle Di Maio. Ai primi due rimprovera di non essere in sintonia con l’agenda Draghi sui temi energetici; per quanto riguarda Di Maio, non ha mai perso l’occasione per manifestargli la sua totale disistima. L’ex-grillino gli subentrò, nel 2018, alla guida del Ministero per lo sviluppo economico che, a detta di Calenda, avrebbe contribuito a distruggere. Oggi questo 49enne della "Roma bene", padre giornalista e madre regista come il nonno, riporta alla memoria un altro guastatore, Fausto Bertinotti, non tanto da un punto di vista ideologico ma perché l’ex-leader di Rifondazione Comunista contribuì, in ben due occasioni, alla caduta dei governi di centro-sinistra guidati da Romano Prodi. La prima volta nel 1998, la seconda nel 2006. In entrambi i casi a trarne beneficio fu Silvio Berlusconi. Questa volta sarà soprattutto Giorgia Meloni, leader trainante del centro-destra, ma la sostanza non cambia: la sinistra, non solo in Italia, non sa volersi bene.

Eppure a Carlo Calenda, che vantava di portare in dote elettori in fuga dalla Lega e da Forza Italia, il segretario del Pd Letta aveva offerto il 30 per cento dei seggi uninominali, con non poche resistenze all’interno del proprio partito, soprattutto da parte di chi non capiva cosa c’entrasse quel "pariolino" fumantino con la sinistra. Forse Letta, per convincersi che Calenda era diverso da come veniva descritto, si è riguardato lo sceneggiato televisivo "Cuore", tratto dal romanzo di De Amicis e diretto da Luigi Comencini. Che ingaggiò il nipote nel ruolo del bambino narrante Enrico Bottini. Calenda, grazie a quella esperienza, poteva prendere da Garrone il buono o da Franti il cattivo. L’indole iraconda lo ha portato a rifiutare Garrone. Sulla sua strada, oltretutto, ha trovato un interlocutore, Enrico Letta, che gli ha consentito di comportarsi da prima donna, facendosi malamente maltrattare.

Per dirla tutta, è incomprensibile che domenica scorsa l’ex-Enrico Bottini di comenciniana memoria, di cui nessuno conosce davvero il potenziale elettorale, fatta eccezione per un 17% incassato alle recenti elezioni comunali romane, sia rimasto per tutto il giorno al centro della scena politica italiana. Adesso il finale della storia, come molti avevano già intuito, porta Calenda ad allearsi con Matteo Renzi, due aspiranti catalizzatori di un centro che, probabilmente, ha più politici che se lo filano di elettori che lo votano.

C’è da chiedersi infine se il buon Letta, una volta ottenuta la firma di Calenda all’alleanza elettorale tra Pd e Azione, non gli abbia detto "non è che domani mi cambi idea?". È probabile che si sia sentito rispondere (come già gli successe nel 2014): "Enrico stai sereno".

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