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30.07.22 - 05:20
Aggiornamento: 11:24

Il Covid muta, la Cina no

Su Science i dati che mostrano come la pandemia sia nata nei mercati di Wuhan, ma a Pechino – dove tutto tace – nessuno vuole cambiare regole e abitudini

di Roberto Antonini, giornalista Rsi
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La spesa al “wet market” (Keystone)

Un chiarimento parziale, ma che rischia purtroppo di non servire un granché. I risultati dell’inchiesta pubblicata dalla rivista Science, condotta da studiosi del prestigioso californiano Scripps Institute Research, uno dei maggiori centri di ricerca biomedica al mondo, avvalorano la tesi che la diffusione del Sars-CoV-2 ebbe inizio nella parte occidentale del "wet market" di Wuhan, dove erano in vendita sia animali macellati sia animali selvatici vivi (che spesso i cinesi macellano poi a casa loro) come volpi rosse, cani procione, zibetti o tassi.

I ricercatori hanno identificato due lignaggi sulla base dei primi casi (150) di Covid identificati dall’Oms già in dicembre 2019. È molto probabile che il virus si sia trasmesso in quel mercato per zoonosi, cioè per il salto di specie dall’animale all’essere umano. Vi sono di fatto stati molti tentativi evolutivi di contagio da parte del coronavirus: tanti sono falliti, prima che due avessero purtroppo successo innescando la pandemia globale.

Sulla nascita e la propagazione del virus vi erano diverse teorie, alcune complottiste e poco credibili (manipolazione volontaria in un laboratorio di Wuhan, ma anche – ipotesi adombrata dal Partito comunista cinese, origine americana – provenienza del Sars-CoV-2 da un laboratorio del Maryland), mentre altre due avevano sin dall’inizio avviato discussioni tra gli scienziati: lo spillover (la zoonosi, ipotesi caldeggiata subito dallo studioso americano David Quammen) e la fuga involontaria dell’agente patogeno dal laboratorio P4 di Wuhan dove si troverebbero diverse specie di pipistrelli, gli animali verosimilmente all’origine del coronavirus.


Tartarughe sui banchi del mercato (Keystone)

La tesi del laboratorio non è smentita dalla ricerca di Science, a detta dello stesso Kristian Andersen, l’immunologo che l’ha condotta ("Have we disproven the lab leak theory? No, we have not"), ma appare poco probabile e comunque la cosa non dovrebbe rassicurarci. In primis perché non sappiamo cosa è successo a monte degli eventi evidenziati dallo studio genomico ed epidemiologico. E forse non lo sapremo mai. Ma soprattutto perché il governo di Pechino non sembra finora intenzionato a rivedere un modello culturale e di sviluppo all’origine di questa e di altre epidemie (come la Sars del 2002, che apparve nella provincia del Guandong).

I tre quarti delle malattie che hanno colpito gli umani negli ultimi dieci anni, ricorda il Wwf, sono stati trasmessi da animali o da prodotti di origine animale. Il modello di consumo alimentare cinese così come quello di altri Paesi (in particolare del Sud-est asiatico) favorisce la diffusione di queste malattie. I "wet market" sono ancora lì. Non solo, la zoonosi, ci ricordava lo stesso Quammen, è una delle conseguenze dell’urbanizzazione, della speculazione edilizia e della cementificazione massiccia (in due anni, tra il 2011 e il 2013, secondo l’International Cement Review, la Cina ha cementificato più degli Stati Uniti in un intero secolo).

Anche la politica degli allevamenti intensivi appare scriteriata. Un’inchiesta del Guardian illustra bene l’aberrazione a cui conduce questa logica: una "pig farm" nella città di Guigang alta dodici piani e che produce quasi un milione di maiali all’anno. Una bomba a scoppio ritardato. La politica dello zero Covid con i suoi giganteschi lockdown sembra essere l’unica preoccupazione di Xi Jinping in vista del Congresso del Pc ("La persistenza è vittoria"): eppure senza cambiamenti nel modello di sviluppo cinese il Paese e di riflesso il mondo rischiano di conoscere presto altre devastazioni pandemiche.

Casse di animali vivi al mercato del pesce di Guangzhou (Keystone)

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